20 Giugno 2021

L’arte è sempre politica?

di Clelia Mori


C’è un momento in cui l’arte diventa politica o invece l’arte è sempre politica? Una difficoltà invisibile nell’inquadrare politicamente l’immagine spunta fuori quasi automaticamente quando si parla d’arte e Katia Ricci mi ha chiesto di scrivere cosa intendo quando dico che “fare arte è politica”.

È un’affermazione che ho fatto nell’incontro su Zoom “Raccontarsi con l’arte e la politica” in cui si discuteva di due libri: “Lupini violetti dietro al filo spinato” e “Le immagini che restano”, che è anche un’esposizione di disegni nella Quarta Vetrina della Libreria delle donne di Milano e riguarda il valore politico dell’opera.

In queste discussioni emerge spesso una spinta emotiva, tutta da indagare: la “difficoltà invisibile” di cui parlavo, a contenere, per condividerlo, il valore simbolico di un’opera. È una spinta che tende a esulare dal linguaggio artistico e a delimitarlo. Ma questo linguaggio non è facilmente delimitabile perché è propulsivo dell’origine di ogni discorso artistico. Il suo alfabeto è posseduto solamente dall’artista. Sta nella sapienza linguistica artistica il potere simbolico di definire da subito l’opera nel suo essere insieme fatto estetico e atto politico.

“Lupini violetti dietro al filo spinato”, scritto da Katia Ricci, contiene i disegni delle artiste deportate del campo di concentramento tedesco di Ravensbrück che sono stati messi nella conferenza, forse con troppo entusiasmo se ragioniamo sulle diverse violenze e non parliamo del valore politico dell’immagine, in relazione con quelli di “Le immagini che restano”, realizzati da Paola Gaggiotti, che rappresentano una violenza subita nell’infanzia. Come filo rosso tra loro, la conoscenza del disegno espressa in modi singolari per la varietà delle artiste. Disegni dal passato insieme a disegni del presente. Un passato e un presente violenti che inquietano nel decifrarli. Entrambe le autrici, una scrittrice e l’altra disegnatrice, erano presenti e hanno raccontato il loro legame con le immagini, ma una sola di loro era anche autrice di una parte delle immagini proposte.

E qui il discorso su arte e politica si è ingarbugliato soprattutto rispetto alla possibilità di determinare se l’arte, oltre ad aiutare a raccontarsi, sia anche politica. Non si è riuscite ad affermarlo se non parzialmente. Per Francesca Pasini, curatrice della Quarta Vetrina, pare occorrano precise condizioni di tempo, presenza e luogo perché si possa “probabilmente” definire politica l’arte: «non sempre» ritiene lo sia perché «arte e politica non è una ricetta, va costruita», ma da chi se non dall’artista? È qui, per me, che il discorso si è ingarbugliato: quando lei ha parlato della relazione sul tempo presente e su quello passato e ormai lontano, sulla presenza di una sola artista (ma le altre non potevano), sull’esposizione in un luogo preciso (ma i luoghi e i tempi sono tanti e l’estetica e la politica passano anche da lì), sulla politica delle relazioni e la relazione dell’artista con la sua opera e il mondo, sulla violenza nelle sue varie espressioni maschili sapendo che, però, Ravensbrück la delegava alle Kapò. (Video Zoom di “Raccontarsi con l’arte e la politica” 22 maggio 2021: sito Libreria delle donne di Milano o su You Tube).

Raccontarsi con l’arte e la politica è un gesto che avviene in presenza, ma avviene, ed è importante affermarlo, quando le opere sono già state fatte. Le opere, nuove o vecchie che siano, sono sempre contemporanee a chi le guarda e anche l’artista lo è, se lo si sa vedere, perché parla coi suoi segni. Se se ne parla è perché i lavori sono lì, presenti, esposti davanti a noi e ci stimolano. Se poi c’è l’autore o l’autrice è un dono in più dell’arte, che ci ha fatto ri-conoscere l’artista nel momento in cui propone la sua opera.

Raccontarsi con l’arte e con l’aiuto della politica può accadere solo perché qualcuno o qualcuna si è già espressa con le sue “pratiche artistiche”, come le chiama Donatella Franchi. Le pratiche artistiche sono il linguaggio che un artista sceglie per rappresentare con segni non alfabetici una forma visiva. E, quando pratica, l’artista è solo o sola a fare. Nessun altro o altra può fare per lei. Nessun altro può rendere visibile un’immagine che esiste solo nel desiderio personale. Si tratta di sentire. Sentire dentro l’immagine che vuole andare a vivere fuori. Si sente ancora prima di immaginare, pensare, dire o raccontare. E questo sentire si scava piano piano il suo varco per venire alla luce.

Non è detto che le pratiche artistiche/politiche una volta decodificate siano subito riconosciute, ma non è importante perché i segni le hanno già scritte, sintetizzate in luci e ombre nello spazio per parlare alla sensibilità di chi le guarderà.

L’artista parte sempre da sé e dalle sue relazioni col mondo e il suo esprimersi è interpretato in modo variabile col passare del tempo e di chi l’osserva, come ha ben dimostrato Katia Ricci nel suo libro che, partendo dai disegni delle artiste di Ravensbrück, è arrivata alla vita della sua famiglia e delle sue donne, in Puglia, rompendo l’abitudine ormai istituzionale a un solo tipo di racconto sui campi di concentramento. Katia ha reso, come è normale, le autrici e i loro disegni contemporanei a lei, ai lavori di Paola Gaggiotti e a noi che ne stavamo parlando e ha dato un’altra impostazione politica ai disegni di Ravensbrück: li ha resi più duttili alla realtà del mondo esterna al campo.

Un artista, nella sua solitudine, sintetizza un mondo di parole in segni che contengono un prima, un durante e presuppongono un dopo. Il prima e il durante sono le sue relazioni di vita. L’artista non si stacca mai da sé, è impossibile volerlo e le sue relazioni lo inseguono. Se si desidera condividere il suo lavoro esecutivo perché si è fatto parte delle sue relazioni si toglie all’artista parte del valore politico della sua produzione, lo si attribuisce ad altro, esterno, e si rende incerta la sua arte e il suo linguaggio. La relazione con l’artista è sempre un elemento esterno all’opera che lavora invece come input al dialogo politico. Sono momenti politici differenti il “fare” e il “parlare del già fatto”: uno è interno all’opera, l’altro è esterno e l’esposizione e il dibattito vengono sempre dopo. Non si può parlare di un disegno che non c’è.

Un’opera non nasce mai nel vuoto del bianco della tela o della pagina. È già nella testa dell’artista, anche senza forma, e man mano nella sua testa si costruisce e Paola Gaggiotti ci ha raccontato come ha scelto di disegnare, di far nascere le sue immagini partendo da quelle che le erano rimaste più chiare in testa. A un certo punto l’artista sa che deve affrontare il vuoto della tela, del foglio o di un altro supporto e lo trasforma perché è arrivato il momento di dire quella cosa, comprensibile o incomprensibile che sia agli altri e alle altre. Quanto l’opera sarà capita lo dirà il tempo, la sensibilità di chi vede e questo forse non è neppure importante quando nasce l’urgenza di dire… Diventa importante dopo. Lo stesso recupero storico dell’arte femminile e la costruzione ancora faticosa e incompleta di una genealogia artistica femminile – Tomaso Binga, ormai novantenne, una delle poche grandi artiste ancora viventi, non è presente nella mostra “Io dico Io – I say I” alla GNAM di Roma – ci dicono del bisogno di sensibilità e di cura intorno all’arte in genere e in particolare a quella delle donne. Matrice, il libro di Donatella Franchi, ha cercato di dircelo.

Alla luce di tutto questo, non possiamo essere noi, di fronte all’opera, ad affermare che se non ci sono certe condizioni di tempo, presenza e luogo quell’opera non è politica e, se invece ci sono, allora diventa politica.

Se lo affermiamo, nella convinzione che sia necessario un raffinato ragionamento che aiuti una certa pratica artistica ad emergere, automaticamente, lavoriamo per togliere dignità politica ai linguaggi artistici, compreso quello dell’autore o dell’autrice a cui ci riferiamo. Il motivo è semplice: viene a mancare la possibilità del riconoscimento della dignità della parola/segno che sta alla base del fare artistico. Si sposta all’esterno dell’opera parte della sapienza artistica e questo non può accadere perché essa sta sempre e solo dentro. Ovviamente stiamo parlando di «immagini che si possano definire tali» perché affermano «una parte della verità della realtà», il loro “montaggio” è poi il compito della critica (Francesco Ferrari, Un certo modo di sentire qualcosa, Antinomie 2021).

Le immagini e le situazioni si sentono. E se non si sentono bisogna mettersi in attesa ad aspettare di sentirle, non occorre sovrapporvisi. Di questa postura del sentire parla María-Milagros Rivera Garretas nel video della Libreria delle donne sul suo libro Emily Dickinson, vita d’amore e di poesia. E ne scrive Didi Huberman in Sentire il grisou a proposito delle immagini. Sentire è il termine che ci serve per capire e fare l’arte.

Una volta che l’opera è terminata ed è pronta a camminare in mezzo alla gente, nel tempo di ogni luogo che la ospita, allora lì nasce l’altra politica: la pratica politica di chi osserva più o meno magistralmente.

La forza dell’arte, e soprattutto quella delle artiste, sta nel riconoscere la loro sapienza linguistica indipendentemente da tutto quello che le circonda, perché un luogo in cui sono nate le loro opere c’è: è nella loro testa ed è una sintesi di sensibilità, desiderio, piacere, paura, felicità, dolore e tutto quello che l’umano sentire femminile permette di esperire nel piacere del possesso di un altro linguaggio espressivo che va oltre la parola, arriva sempre prima di lei e la contiene già.

Lo sappiamo guardando la funzione dell’arte nell’uso che ne ha fatto e ne fa qualsiasi potere e lo sappiamo la mattina quando ci svegliamo e ci guardiamo intorno per capire dalle immagini che ci circondano chi, cosa e dove siamo, per rimetterci in piedi, continuare quello che abbiamo lasciato in sospeso il giorno prima e andare avanti nei nostri progetti. Oggi che ci siamo date, da molto, il potere di decidere quello che vogliamo rappresentare e come farlo, firmandolo, non possiamo tornare indietro per nessun motivo esterno a noi. Ne va della nostra verità dell’arte come artiste.


(www.libreriadelledonne.it, 20 giugno 2021)

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