17 Giugno 2022

Paesaggi Educativi, Nuova Serie AUTORIFORMA

di Vita Cosentino e Antonietta Lelario


Nel panorama delle riviste che si occupano di scuola, è uscito il primo numero on line di Paesaggi Educativi, Nuova Serie, rivista del dialogo fra insegnanti, genitori, alunne ed alunni. https://www.paesaggieducativi.it/la-rivista/#

La rivista, espressione dell’Associazione Paesaggi Educativi attiva dal 1999 (vedi www.paesaggieducativi.it), vuole essere “uno strumento diretto a contribuire, con il lavoro della conoscenza, alla creazione di una civiltà della cura basata soprattutto sulle ‘pratiche diffuse di mutuo soccorso’; queste pratiche sono una condizione essenziale per uscire dalla pandemia in modo positivo in ogni ambito”. L’intento è quello di riprendere il progetto del movimento per l’autoriforma, sollecitando coloro che in questi anni “hanno salvato la scuola dal tracollo con il loro impegno quotidiano” a dare voce a “iniziative miranti a realizzare un processo di cambiamento dal basso”, come si legge nel breve articolo di Bruno Miorali Ricominciamo dal movimento per l’autoriforma!

In questo numero si possono leggere di Vita Cosentino e Antonietta Lelario, insegnanti che hanno partecipato all’autoriforma gentile, gli articoli che ne ricostruiscono la storia e mostrano l’attualità e la necessità di questa politica trasformativa. (Marina Santini)


AUTORIFORMA ANCORA

di Vita Cosentino (Libreria delle donne di Milano)


Autoriforma è il nome di una politica trasformativa che si basa su quello che c’è di buono e che funziona in una determinata situazione, sui desideri e i bisogni profondi che emergono, senza far conto di progetti legislativi o di soldi per il cambiamento. Come tale l’autoriforma è sempre a portata di mano e capace di riattivarsi se ci sono forze soggettive disponibili a mettersi in gioco. Nella scuola l’autoriforma è stata un movimento significativo costituito da donne e da uomini insegnanti, si è diffuso in molte città italiane dagli anni ’90 del secolo scorso, e ha influenzato per parecchi anni il dibattito culturale sul senso di questo luogo centrale e decisivo per la società, come si è ben visto anche durante la pandemia.

Per parlare dell’autoriforma della scuola e capirne in profondità modalità e moventi, è necessaria una lunga premessa che riguarda la scoperta di una nuova concezione della politica maturata nel seno del femminismo italiano.

Lia Cigarini e Luisa Muraro la definiscono “un processo di sottrazione di sé all’ordine del discorso dominante e di conquista dell’indipendenza simbolica”. È un’idea che “pratica una politica di trasformazione del mondo a partire dalla soggettività che si sottrae allo schiacciamento dell’organizzazione sociale” (introduzione agli scritti di Simone Weil, Oppressione e libertà, Orthotes, 2016).

In questa scoperta di quasi cinquanta anni fa, il fulcro sta nella soggettività e la politica coincide con le pratiche. Non c’è una teoria che precede. La teoria viene pensata man mano interrogando le pratiche in atto fatte circolare tramite il racconto ragionato. Una pratica non è un semplice fare, ma un agire in relazione avendo dentro la modificazione di sé, cioè operare una modificazione dei contesti modificando se stessi e non, volontaristicamente, volendo cambiare il mondo.

In questo modo, nel femminismo della differenza sono cominciate pratiche politiche inedite che man mano sono state nominate con le parole: partire da sé, affidamento, autorità, relazione di differenza, per citarne alcune. Tutte fanno perno sulla relazione duale che è stata esplicitamente mutuata dal setting analitico. C’è quindi un debito alle modalità della psicanalisi, ma l’elemento di vera novità sta nel fatto che la relazione duale è immaginata e pensata come una forma della politica, anzi di più, la forma politica di base che non ha bisogno di altro, cioè di partiti o altre organizzazioni, per correre nel mondo. È una forma vuota perché si incarna in quella donna lì, in quell’uomo lì. C’è un’intenzionalità ma tutto dipende dalle soggettività che entrano in relazione.

Questa lunga premessa serve a spiegare come anche l’autoriforma della scuola abbia all’inizio una relazione duale. Infatti ha preso impulso dall’incontro e dalla relazione di fiducia che è nata tra me che scrivo e Guido Armellini, un docente di Bologna, autore di numerosi articoli sulla scuola. Nella politica di relazione un incontro che si sente come significativo è potenziato dalla consapevolezza che si tratta di “politica” e quindi si alimenta di quella speciale passione che ne è la cifra. Una politica inedita, che coincide con la vita stessa.

Io già da qualche anno facevo parte di quel movimento nazionale di donne insegnanti che ha preso il nome di “Pedagogia della differenza”, proprio perché la politica di relazione è entrata potentemente nella scuola alla metà degli anni ’80.

Ricordo che quando cominciai a praticare la relazione di affidamento nella scuola media in cui lavoravo, ho sperimentato un capovolgimento che ha coinvolto emozioni profonde: se prima tra insegnanti serpeggiava invidia e rivalità, dopo si è aperta la possibilità di fidarsi, di contare su un’altra donna per portare nel mondo i propri desideri, non stando più alle logiche precedenti. Per raccontare un episodio significativo, questo capovolgimento di sguardo ci portò quasi subito alla rottura della sezione sindacale, che si riuniva prima di ogni collegio per contestare per principio, punto per punto, le proposte della preside. Quando noi insegnanti femministe dicemmo che non ci stavamo più a quella logica di potere e contropotere perché la preside era una donna come noi e la trovavamo capace e interessata alla scuola, la sezione sindacale si spaccò e cambiarono tutte le dinamiche e le relazioni interne alla scuola.

Negli anni, in queste relazioni privilegiate si è formata una soggettività femminile libera e pensante, che ha prodotto libri, riviste, idee, in breve un punto di vista sulla scuola e sul mondo.

Nell’incontro con Guido Armellini la scintilla è stata la scoperta di avere idee molto vicine sulla valutazione scolastica, pur provenendo da percorsi decisamente differenti. Il primo passo è stato mettere in comune nel convegno “Chi valuta chi e perché” le reti di relazioni in cui eravamo: io quella delle femministe a scuola, riferite alla Pedagogia della differenza e alla rivista Via Dogana, e quella con una rete di maestre milanesi; lui quelle che ruotavano attorno alla rivista di Goffredo Fofi La terra vista dalla luna e una sua rete di amicizie che andavano da studiose come Marianella Sclavi a maestri eccellenti come Franco Lorenzoni e Bardo Seeber.

Insieme, in un tempo in cui a scuola si parlava solo di programmazione, di test, di obiettivi, di prestazioni, abbiamo riaffermato il piacere di insegnare, abbiamo capito come la qualità fosse nelle buone pratiche da sperimentare valorizzando l’imprevisto e rompendo lo schema autoritario della cattedra e del registro. Abbiamo puntato sull’autorità dell’insegnante e non sul suo potere istituzionale, abbiamo visto il comune bisogno di esistenza simbolica, di esserci nella lingua con una parola propria, e quindi la centralità della soggettività anche in chi avevamo davanti: erano studenti e studentesse con un volto e una storia.

Non è possibile in questo articolo parlare a fondo di tutte le pratiche scoperte in quegli anni così intensi, per questo rimando alla lettura dei due libri principali dell’autoriforma: Buone notizie dalla scuola (Pratiche,1998) e Lingua bene comune (Città Aperta, 2006).

L’autoriforma è una pratica politica che, pur rimanendo in contesto, lo oltrepassa inserendosi nel dibattito generale. È una rete di liberi rapporti tra singolarità e tra riviste che non diventa mai un’associazione o un gruppo formalizzato, ma rimane mobile seguendo il desiderio.

Il movimento di autoriforma gentile, ha avuto come caratteristica principale quella di essere un luogo di confronto e di scambio, momento di un ragionare comune che non ha per scopo l’elaborazione di piattaforme di obiettivi. Non c’è una maggioranza e una minoranza, non c’è chi vince e chi perde nella discussione, non si arriva a nessuna sintesi. Nell’idea di autoriforma si privilegia un pensare in presenza da cui ciascuna, ciascuno si potenzia tramite il pensiero dell’altro, dell’altra. Per quanto ne posso dire io con i miei ricordi personali, eravamo intensamente presenti nelle nostre realtà e nel rapporto con studenti e studentesse, e, a partire da ciò che già c’era e funzionava bene, portavamo avanti una “lotta linguistica” scrivendo su giornali e riviste. Contrastavamo in questo modo quelle “riforme”, come per esempio l’introduzione di una cultura aziendale e della meritocrazia, che alla scuola venivano imposte dall’esterno e dall’alto. Abbiamo scritto molto. Scrivere nell’autoriforma è stato un atto politico centrale perché solo facendo circolare le nuove esperienze in classe con le riflessioni che suscitavano, si potevano attivare processi trasformativi contagiosi. L’autoriforma non si presenta come un movimento sociale, è un movimento di soggettività, sarebbe meglio dire: soggettività in movimento.

Ho raccolto tutte le mie esperienze e riflessioni nel libro Scuola: sembra ieri è già domani (Moretti&Vitali 2016), e rimando a quel testo per un approfondimento. Sono convinta – e il titolo lo dice con chiarezza – che queste pratiche di soggettivazione, sperimentate a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, siano anticipatrici di ciò che occorre in questo nostro tempo. In questa mia idea sono confortata dalle analisi di Alain Touraine che da più di un decennio, nelle sue pubblicazioni, considera finita la politica novecentesca e la maniera tradizionale del sociale ad essa legata. Ne parla in modo precipuo in La globalizzazione e la fine del sociale (Il Saggiatore 2008). Il sociologo sostiene che viene avanti un mondo fatto di soggettività, più centrato sulla costruzione di sé e della propria vita. Quanto questa analisi sia stata lucida è confermato dal susseguirsi di movimenti con caratteristiche nuove. Pensiamo per esempio a quanto ha potuto muovere nel mondo una poco più che bambina come Greta Thunberg.


L’ARTE DI DAR PAROLA ALL’ESPERIENZA

di Antonietta Lelario (Circolo culturale La merlettaia di Foggia)


Un docente universitario raccontava recentemente la distanza siderale che lo separa dalla politica dell’Università spesso legata a logiche di potere; eppure, farne parte gli consente di battersi dentro e fuori dall’università per ciò in cui crede. Come muoversi nella molla che lo stringe fra rifiuto e identificazione?

Io ho riconosciuto subito il suo conflitto. Quando sono entrata nella scuola come insegnante la critica al fatto che la scuola serviva alla perpetuazione dell’esistente e che l’ordine imperante fosse ingiusto e oppressivo era molto forte. La presa di distanza sembrava una possibile strada, soprattutto per una donna che quell’ordine non aveva affatto contribuito a costruire. La presa di distanza sembrava utile anche per entrare più in contatto con gli e le studenti: essere amica più che docente. Eppure, di fianco alla tentazione di estraneità si faceva strada un differente sentimento: scoprivo sempre più che quel lavoro era uno spazio di relazione e di contagio, era una possibilità di creazione di altro, e per farlo dovevo accettare di essere docente, assumermene fino in fondo l’autorità. La scuola tutta poteva avere un’altra funzione sociale e io potevo riconoscermi nella scuola a patto di darle il volto che desideravo! Potevo lasciarmi guidare dal potere di trasformazione che era nelle mie mani, come in quelle di tutti e tutte.

Che altro vogliono dire, se no, gli striscioni con l’impronta delle mani di cui si riempiono tante manifestazioni? Che cosa vuol dire quel grande bisogno di dire “Io ci sono” che attraversa il nostro tempo?

È il primo passo dello spazio politico, intendo la politica arendtiana. E anche la politica delle donne che, nei collettivi degli anni ’70, hanno messo al mondo il “Partire da sé”. Aver costruito, grazie alle forti relazioni che già esistevano fra donne, una rete con altri e altre docenti e aver trovato il nome di Autoriforma fu per me, fra la fine degli anni ’80 e nei primi anni ’90, un’uscita dalla contraddizione, un punto di equilibrio esistenziale per affrontare il secondo passo della politica: quale volto volevamo “insieme” dare alla scuola?

Non ho cominciato a caso questo testo con un breve racconto preso dall’esperienza. Questo è stata subito la nostra scelta. Non volevamo costruire un’altra teoria che si affiancasse o competesse con le tante che nascevano come funghi sulla base dell’ordine tradizionalmente dato: si parte dalla testa, si fanno quadrare astrattamente tutti i conti e poi si convince il corpo, in questo caso il corpo scolastico. Queste teorie nascevano naturalmente nell’università e da lì dovevano scendere agli altri livelli di scuola anche se tutti sanno che le più esperte di pedagogia sono alcune maestre di scuola materna. Ma a dare lezione non sono mai chiamate loro.

Questo modo di procedere non solo non ci convinceva, non solo era ciò che criticavamo di più, ma era ciò che non teneva più. Era una modalità che viene dall’antica separazione fra teoria e pratica, fra idee e materia, fra cultura e natura, pensate separatamente e, guarda caso, in modo gerarchico con le prime valutate come superiori rispetto alle seconde. Era e rimane una modalità autoritaria e oppressiva nella sostanza, anche quando parla di corpo, di piacere o di felicità. Soprattutto una modalità che non ascolta il reale che grida per essere letto diversamente (S. Weil). E il reale nella scuola gridava fortemente, noi che investivamo tanta passione e studio eravamo profondamente offesi dal continuo disprezzo di cui veniva circondata la scuola. In realtà quel disprezzo serviva a giustificare le riforme istituzionali che inserivano la scuola nel disegno neoliberale e liquidavano l’epoca delle sperimentazioni dal basso in cui si esprimeva il meglio della creatività di quegli anni; basterebbe guardare l’alto livello dell’editoria scolastica di allora per verificare quanto sto affermando. E la perniciosità di questa politica è diventato negli anni sempre più evidente man mano che la teorizzazione della scuola azienda si sovrapponevano ai bisogni profondi della scuola, creando una confusione sempre maggiore.

Noi della rete “dell’autoriforma gentile” volevamo far parlare la nostra esperienza. Buone notizie dalla scuola (Pratiche Editrice, 1998, a cura di Antonietta Lelario, Vita Cosentino, Guido Armellini) è stato il primo libro collettaneo uscito da un nostro convegno nazionale per far vivere un’altra scena simbolica più aderente al reale. Nel libro, come nei nostri incontri, ci siamo sottratti/e al discorso a tutto tondo, abbiamo voluto mantenerci aderenti all’esperienza che ci parla per sprazzi, che colpisce la nostra attenzione perché in quel particolare, in quell’episodio, si rivela qualcosa di più, si fa strada quel senso delle cose di cui abbiamo fame. Una politica dello spiraglio che porta aria, luce, senza abbagliare, senza alcuna pretesa di illuminare tutto, in cui ognuno, ognuna ha continuamente bisogno degli altri per procedere. Lì, nel cammino comune, abbiamo cercato risposta alle contraddizioni, autorizzazione ed esempi sui modi in cui ciascuno/a di noi si rapportava ai saperi, nutrimento per la nostra creatività. In questo cammino si annidava anche un’altra scommessa che fra donne – eravamo la maggior parte e quasi tutte legate in qualche modo al femminismo – e uomini si potesse realizzare una relazione di scambio delle reciproche differenze, evitando tanto la guerra quanto l’antica cancellazione del femminile.

Questa politica riapriva la questione della lingua. Non a caso Lingua, Bene Comune (Città Aperta 2006, a cura di Vita Cosentino con Guido Armellini, Gian Piero Bernard, Paola Bono, Laura Fortini, Antonietta Lelario) è stata la nostra seconda pubblicazione. Anche le formule in cui sintetizzavamo approdi del pensiero, come “Il massimo di autorità col minimo di potere”, mantenevano la forza simbolica dei cartelli nelle manifestazioni, memento da praticare e da verificare; mai pura trasmissione di idee, architetture della ragione.

E non a caso voglio finire questo testo con un altro racconto. Durante il lockdown una insegnante di educazione motoria in un liceo scientifico della mia città, Foggia, non potendo esercitare online il suo insegnamento tradizionale ha cominciato con le sue classi un discorso sulla necessità per il corpo di una sana alimentazione.  Da qui il discorso si è allargato a chi e come si produce il cibo che portiamo in tavola fino ai pericoli che oggi lo minacciano. Il lavoro è terminato facendoli incontrare con Libera. Quando io sento di queste esperienze penso che è lì che vive l’autoriforma.

Nell’esperienza  di questa collega si condensa quel volto della scuola di cui parlavo, a cui contribuisce ogni insegnante che crede nel suo lavoro: il coinvolgimento non forzato degli e delle studenti, la loro attivazione in percorsi di ricerca, il riannodamento dei saperi con le esigenze del nostro tempo, il collegamento con chi opera sul territorio e diventa a sua volta fonte di conoscenze e, insieme, l’assunzione di autorità dell’insegnante, degli insegnanti che scelgono, selezionano il sapere, deviano dai programmi, li finalizzano in relazione a ciò che vogliono far rivivere in quell’insegnamento e tenendo presenti i bisogni della classe.

So per certo che oggi è aumentata la sofferenza di tanti docenti per un uso della tecnologia che taglia i tempi della relazione e per la proliferazione di atti burocratici in cui la scuola si trincera per essere inattaccabile o per ubbidire a norme esterne; penso per esempio al linguaggio predeterminato e obbligatorio dei progetti europei.  Ma so anche che, in mille modi, nell’azione di tanti e tante insegnanti riappare il senso della scuola come comunità che sperimenta e sceglie le forme della convivenza, che mantiene il piacere di interrogarsi sui saperi, sulla loro origine e sulla loro necessaria rilettura: una comunità aperta in cui fra il dentro e il fuori dalla scuola c’è uno scambio libero. Quindi c’è ancora bisogno di “corpi intermedi” (S. Weil) in cui l’esperienza e l’antico desiderio di imparare e insegnare possano trovare spazi di riflessione e circolazione.

Infatti, il ripensamento sulla scuola può andare ulteriormente avanti se anche nelle associazioni che collaborano con lei, o in chiunque se ne occupi, la relazione non si trasforma in un semplice uso reciproco ma diventa occasione per rilanciare quel volto comunitario. Lo ha fatto recentemente Renzo Piano. Hanno detto: «Ecco la sua scuola del futuro: una scuola sostenibile, energeticamente efficiente e antisismica; ma soprattutto innovativa, perché sarà aperta anche la sera e nel week-end, per accogliere iniziative e corsi extra-scolastici rivolti non solo agli studenti ma all’intera comunità. Quello di Sora, in provincia di Frosinone, è un progetto che potrebbe inaugurare un nuovo modello di edifici scolastici innovativi». In realtà, Renzo Piano ha messo in architettura un bisogno che è nell’aria da tempo, immesso nel simbolico dall’esperienza scolastica più vitale. Lui ha avuto l’ardire – lo può fare, vista la sua grandezza e visibilità – di metterlo in pratica.


(www.libreriadelledonne.it, 16 giugno 2022)

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