17 Gennaio 2026

Maria Grazia Campari e l’Osservatorio sul Lavoro delle Donne

di Libreria delle donne



Maria Grazia Campari, nata il 30 agosto 1940 a Bologna e morta il 7 gennaio 2026, è stata avvocata civilista, specializzata in diritto del lavoro; per le donne svolgeva anche attività di diritto di famiglia, assistendole in separazioni, divorzi e affidamento di figlie e figli.

Ha fatto parte del gruppo giuriste del Tribunale di Milano, città in cui ha vissuto ed esercitato la sua professione, e ha collaborato con varie riviste e libri collettanei. Per la Libreria delle donne ha scritto con Lia Cigarini l’importante testo “Fonte e principi di un nuovo diritto” nel “Sottosopra oro” Un filo di felicità del 1989.

In seguito alle sue esperienze di pratica del processo e di assistenza alle vertenze delle lavoratrici (come la vertenza alle “conchiglie” dell’Alfa Romeo di cui racconta nella testimonianza qui sotto), in relazione con Luisa Cavaliere, Elettra Deiana e altre fonda il 23 novembre 1993 l’Osservatorio sul Lavoro delle Donne, associazione che nasce dalla constatazione dello scarto esistente tra la volontà femminile di protagonismo sociale e la sua realizzazione e dalla convinzione che tale scarto possa essere superato attraverso una pratica politica che produca autonomia delle donne. Attraverso la creazione e l’esercizio di pratiche di giustizia femminile si propone di promuovere l’acquisizione di libertà materiale e simbolica delle donne nel mondo del lavoro. L’associazione è stata attiva fino al 2004.

Socia della Libera Università delle Donne (LUD) di Milano, dopo il ritiro dalla professione si è trasferita a Firenze, dove ha fatto parte dell’associazione Rosa Luxemburg.

È stata intervistata e ha portato la sua significativa esperienza nel libro Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua di Marina Santini e Luciana Tavernini (Il Poligrafo, 2015), e qui la ripubblichiamo.


Crepe nel diritto: l’Osservatorio sul Lavoro delle Donne

Maria Grazia Campari


Alla fine degli anni Novanta, a Milano, alcune femministe diedero vita all’Osservatorio sul Lavoro delle Donne, un’associazione formata da giuriste, sindacaliste, lavoratrici.

Negli incontri, con le modalità dell’autocoscienza e mettendo in gioco il nostro sapere professionale, cercammo di svelare come la giustizia fosse organizzata in modo sessista e di individuare azioni e riflessioni per operare un cambiamento.

Inventammo una pratica del processo che si costruiva attraverso una relazione fra donne (cliente/avvocata/consulente scientifica), nel riconoscimento di autorevolezza e nella circolazione di sapere, per sostenere nel giudizio una pretesa sociale femminile, spunto per regole nuove, segnate (questa è la novità) dai soggetti dei due sessi.

Il diritto si presenta come un Giano bifronte: garantisce l’ordine vigente capitalistico-patriarcale, ma ha in sé un principio di trasformazione poiché afferma anche diritti umani, diritti di ogni persona di qualunque sesso o razza. Di qui la scommessa: le crepe garantiste dell’ordinamento potevano essere usate come fattore di modifica dei valori dati, utilizzando le pronunce delle corti di giustizia sui casi della vita. È la creazione del diritto vivente di origine giurisprudenziale e significative sperimentazioni si sono prodotte nell’ambito del diritto del lavoro. Ottenemmo dei successi quando realizzammo una diversa modalità di stare in relazione tra donne, anche nei conflitti sindacali.

Ricordo, ad esempio, il caso che portò alla modificazione dell’organizzazione del lavoro in un importante settore (le “conchiglie”) nel reparto fonderia dell’Alfa Romeo di Arese, in cui alcune operaie erano state inserite a seguito di assunzione in base alla legge di parità (L. 903/1977).

Molte di loro considerarono le mansioni e il reparto nocivi in modo insopportabile, malgrado fossero sempre stati sopportati (ovviamente malvolentieri) dai colleghi maschi e iniziarono un’agitazione e un processo di contestazione. Fu effettuato un sopralluogo da parte di esperti aziendali e sindacali, alla presenza dei legali delle parti.

La visione del reparto e delle “conchiglie” fu per me impressionante come quella di un girone infernale: si trattava di maneggiare manualmente bracci metallici che obbligavano a posizionarsi in prossimità dei forni in cui bruciava, senza apparente schermatura, un fuoco vivo. Pensai che chiunque, non solo le neoassunte, avrebbe dovuto scappare da quel luogo pericoloso.

Iniziò una vertenza sostenuta dal sindacato di zona e soprattutto da un delegato della CGIL staccato dalla produzione ed esperto del lavoro in fonderia. Dopo mesi di conflitti e di trattative, si trovò un accordo fra le parti che condusse alla robotizzazione del reparto: invece di insinuarsi in prossimità dei fuochi, si azionavano robot manovrando appositi comandi a distanza.

In questo caso il conflitto aperto dalla manodopera femminile, adeguatamente sostenuta dall’organizzazione complessiva dei lavoratori, aveva determinato un esito positivo per tutti.

Però questa pratica non si è diffusa a sufficienza per produrre le modificazioni che pure stavano a cuore a molte. Ciò è dovuto al fatto che apporti autonomi delle donne in conflitti sindacali, in cui erano coinvolte, non erano considerati un rafforzamento, ma un dato inquietante dagli esponenti maschili della forza lavoro. Va registrata anche un’insufficiente determinazione delle donne dell’Osservatorio rispetto al progetto che si erano date, io fra loro.

Si operò, se non una complicità inconsapevole, certo una sottovalutazione del fatto che l’alternativa fra quanto le donne ritengono desiderabile per sé e quanto gli uomini hanno stabilito per tutte e tutti, rende inevitabile un conflitto fra i sessi per l’attribuzione delle risorse e per l’autogoverno della propria vita.


(www.libreriadelledonne.it, 17 gennaio 2026)

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