21 Gennaio 2026
Internazionale

Il “consiglio di pace” per Gaza e il nuovo ordine di Trump. Intervista con Paola Caridi

di Giulia Zoli


Capi di Stato di tutto il mondo sono stati invitati a far parte del “Consiglio di pace per Gaza” un organismo inizialmente concepito per supervisionare la ricostruzione della striscia di Gaza, presieduto da Trump. Finora i governi hanno reagito con cautela all’iniziativa che secondo molti osservatori potrebbe indebolire le Nazioni Unite. Ne parliamo con Paola Caridi, giornalista e presidente di Lettera 22.


Uno dei primi atti di questi giorni in cui la notizia è il Consiglio per la pace deciso da Donald Trump è la distruzione della sede dell’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi, la distruzione degli uffici della sede dell’UNRWA a Gerusalemme Est da parte delle autorità israeliane. Un fatto non solo gravissimo, ma che dice molto di quello che non solo da parte statunitense, ma soprattutto da parte israeliana si sta compiendo nei confronti delle Nazioni Unite. Per fare un esempio vicino al pubblico italiano è come se a Roma le autorità italiane avessero deciso di distruggere la sede della FAO, oppure quella del Programma Alimentare Mondiale, due agenzie dell’ONU che si trovano in Italia.

La scorsa settimana l’amministrazione Trump aveva nominato i membri fondatori e altri consiglieri di quello che è stato chiamato il consiglio esecutivo di questo board, di questo consiglio di pace. Adesso ci sono stati gli inviti, che segnali arrivano dalle nomine e dagli inviti ai vari governi che sono seguiti?

Sulle nomine e cioè su queste figure che devono far parte del consiglio per la pace voluto da Donald Trump, sulle figure la prima cosa che salta agli occhi è che non c’è neanche un palestinese e cioè che si tratta di figure che in parte sono quelle che hanno sostenuto il genocidio israeliano su Gaza. Parliamo di tutti gli esponenti dell’amministrazione statunitense, dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, dell’amico fraterno di Donald Trump, Steve Witkoff, immobiliarista non un diplomatico, non un esperto di relazioni internazionali, parliamo del segretario di Stato USA, Marco Rubio e poi di altre figure importanti dell’area che però non sono palestinesi e dunque il ministro degli Esteri turco e del capo dell’intelligence egiziana e cioè persone che sono importanti per dare un sostegno regionale al Consiglio di pace. Poi riguardo agli Stati, di inviti ne sono state fatti decine, forse una sessantina almeno, che da una parte sono inviti rivolti alle grandi potenze del mondo, la Cina, l’India, il Brasile, dall’altra a paesi amici e non è detto che siano paesi democratici. Un caso per tutti, la Bielorussia oppure la Russia stessa, cosa significa? Il tentativo è quello secondo me di creare un Consiglio, cioè un organismo che possa se non sostituire le Nazioni Unite, indebolirle a tal punto da rendere questo organismo voluto dal Presidente statunitense una sorta di direttorio del mondo, anacronistico visto che siamo nel 2026. Però allo stesso tempo è come se Donald Trump volesse mettere la retromarcia alla storia contemporanea e tornare a periodi nei quali erano pochi potenti a decidere le sorti più che della pace, delle relazioni fra gli Stati e di un ordine globale. Parlo di un periodo che potrebbe essere quello successivo alla Prima Guerra Mondiale o andare un secolo prima al Congresso di Vienna, un modo di concepire il mondo che fa veramente a botte con quella che è la realtà del mondo.

Il Presidente francese Emmanuel Macron infatti ha rifiutato l’invito di Trump proprio dicendosi preoccupato per i grandi poteri di questo cosiddetto Consiglio di pace e per il rischio di indebolire le Nazioni Unite. Quanto è reale questo rischio?

È altissimo questo rischio, ma è un rischio che non si deve tanto al Consiglio per la pace voluto da Trump, quanto alla politica degli Stati Uniti anche prima dell’elezione di Trump, alla politica di Israele, della Russia etc., l’elenco sarebbe lunghissimo, che sono state politiche contro le regole, contro l’architettura delle regole internazionali, contro il sistema internazionale, i risultati sono una marginalizzazione delle Nazioni Unite, e allo stesso tempo non si può non pensare al fatto che il Consiglio per la pace viene creato su Gaza, ma perché? Perché Gaza è il laboratorio di questa rottura delle regole, di questa violazione continua del diritto internazionale e umanitario, di qualsiasi convenzione, di qualsiasi regola, e allora come si risolve un genocidio? Lo si risolve uscendo dalle Nazioni Unite e creando qualcosa di completamente diverso che metta la parola fine, che metta una specie di punto su quello che si è compiuto, sui crimini, sul genocidio. L’idea è quella cioè che si possa ripartire da qui, che si possa ripartire da una cosa che non c’entra niente con l’architettura internazionale.

Tra l’altro gli stati candidati a un seggio permanente in questo Consiglio dovrebbero anche pagare un miliardo di dollari per farne parte, è vero però che è stato creato anche un comitato tecnico palestinese incaricato di amministrare temporaneamente la striscia di Gaza, anche se una delle critiche principali che vengono fatte a tutta questa iniziativa del Consiglio di pace è proprio lo scarso coinvolgimento dei palestinesi come dicevi anche tu prima, come mai?

Perché i palestinesi sono considerati oggetti, sono considerati subalterni, non sono considerati parte in causa nonostante siano le vittime. Spesso noi usiamo in questo periodo un linguaggio che non corrisponde alla realtà dei fatti e per esempio non parliamo dei palestinesi come vittime, non solo, come protagonisti in quanto popolo che si deve autodeterminare, ma noi abbiamo dimenticato il fatto che sono vittime di un genocidio e nonostante siano vittime di un genocidio loro e la loro terra li troviamo in un consesso, in questo comitato come esecutori. Non come coloro che dettano l’agenda, che decidono del loro destino, ma sono solamente esecutori e sono esecutori di una ricostruzione che peraltro non segue assolutamente nessuna delle regole che il sistema internazionale si dovrebbe dare e si è già dato, quando il capo del comitato, Ali Shaat, che peraltro fa parte della ANP e ha una lunga storia di relazione, di rapporto con Mahmud Abbas, con il presidente della ANP, dice nella prima intervista che l’idea è quella di prendere le macerie di Gaza e buttarle a mare, questo è contro qualsiasi salvaguardia non solo dei diritti, per esempio dei diritti dei morti che sono sotto quelle macerie, ma della salvaguardia dell’ambiente, del mare. Con l’idea che queste macerie siano come materiale inerte che si possano calare nel mare e costruire una nuova Gaza da quel momento in poi, dalla marina in poi e guadagnare qualche altro chilometro in più, ma questo cosa significa? Significa inquinare il mare prospicente Gaza; e che senso ha dal punto di vista della ricostruzione di Gaza? Questo è solamente uno degli esempi che si possono fare per far comprendere quanto non ci sia non solo visione, ma non ci sia l’idea della realtà sul terreno. Che sotto quelle macerie ci sono almeno diecimila cadaveri, che in mezzo a quelle macerie ci sono agenti chimici che hanno distrutto tutto ciò che poteva essere distrutto, gli agenti chimici che vengono usati bombardando e distruggendo un intero territorio. Questo è il Consiglio per la pace, questi sono gli organismi legati al Consiglio per la pace, questo è ciò che ci aspetta per il futuro, cioè soprattutto che le Nazioni Unite non esistano in questa storia, nonostante ci sia una rappresentante delle Nazioni Unite e cioè la rappresentante per il Medio Oriente Sigrid Kaag.

Come dicevi si parla male del futuro di Gaza e non si parla quasi per niente del presente, in realtà. Come si vive nella striscia a tre mesi dall’inizio del cessate del fuoco? Ricordiamo che il 1° gennaio Israele ha vietato l’accesso alla striscia a 37 organizzazioni umanitarie internazionali, citando motivi di sicurezza.

Per l’ennesima volta stiamo parlando di una situazione unica nella storia del secondo dopoguerra, cioè di un genocidio che si compie di fronte ai nostri occhi, seppur distanti di fronte ai nostri schermi virtuali. Non c’è neanche l’idea di fermare il genocidio, perché il genocidio è ancora in corso, vengono usati altri strumenti, per esempio ancora la fame, ancora la sete e cioè non entrano i container che sono fermi dall’altra parte di Rafah, nel sud della striscia di Gaza, non entrano non solo le ONG, ma le organizzazioni umanitarie. Perché Unrwa per esempio, la cui sede è stata appena distrutta a Gerusalemme, potrebbe sfamare la popolazione di Gaza per mesi, l’ha fatto per decenni. È un genocidio che si compie attraverso l’assenza di case e anche di case mobili che sono anche queste ferme dall’altro lato della frontiera, nel sud della striscia di Gaza e quindi come si vive a Gaza? Si vive morendo di freddo, continuando ad essere denutriti e malnutriti, sopravvivendo in una situazione completamente folle e vergognosa, in cui noi ci stiamo preoccupando della ricostruzione senza preoccuparci degli esseri umani, come se la ricostruzione potesse sanare una colpa e una responsabilità che invece deve essere oggetto della giustizia internazionale.


(Il Mondo [podcast dell’Internazionale], 21 gennaio 2026)

Print Friendly, PDF & Email