di Umberto Varischio
Nel passato ci hanno insegnato che alle origini del linguaggio c’erano gruppi di uomini che si scambiavano informazioni tattiche nella savana per la caccia. E se, al contrario, le vere protagoniste di questa rivoluzione fossero state le madri? E se le prime parole, le prime melodie della voce umana, non fossero nate sul campo di caccia, ma nello spazio intimo e vulnerabile tra una madre e il suo piccolo (cucciolo nella terminologia evoluzionista contemporanea)? È una storia che la scienza sta ricostruendo pezzo dopo pezzo, e che ci racconta di un’evoluzione che ha radici molto più femminili di quanto avevamo pensato sino a pochi decenni fa.
Circa 60.000 anni fa, in Sudafrica, accadde qualcosa di inaspettato. Non fu un cambiamento improvviso, ma il culmine di un lungo processo di sperimentazione culturale. Piccole popolazioni di cacciatori-raccoglitori avevano tentato più volte di espandersi, fallendo: una era partita 71.000 anni fa e si era estinta quasi subito; un’altra 65.000 anni fa era durata appena tremila anni. Ma poi ne nacque una terza, diversa, capace di innovazioni culturali senza precedenti; questi “Homo sapiens 2.0”, come li ha definiti Ian Tattersall (antropologo britannico naturalizzato statunitense), portavano con sé qualcosa di speciale.
Oggi possiamo riconoscerli grazie a una traccia genetica precisa: l’aplogruppo L3 del DNA mitocondriale, quella variante che si trasmette esclusivamente per via materna e che tutti noi non più africani portiamo ancora nel sangue. Ogni persona oggi vivente discende da quelle donne che 60.000 anni fa partirono dal Sudafrica e questa popolazione aveva qualcosa che le altre non possedevano. Lasciarono dietro di sé pitture rupestri, strumenti musicali, gioielli, ornamenti ed erano culturalmente dirompenti, capaci di un’organizzazione sociale raffinata. Uscirono dall’Africa in piccoli gruppi, si espansero rapidamente prima in Medio Oriente e in Europa e, nel giro di alcune migliaia di anni, colonizzarono l’intero pianeta, portando all’estinzione tutte le altre forme umane: Neanderthal, Denisova, Floresiensis, Luzonensis.
Ma cosa avevano di così speciale questi sapiens? La risposta più accreditata è il linguaggio articolato completo, ma c’è un dettaglio affascinante che emerge dalla paleoantropologia: i sapiens sono la specie umana che ha rallentato più di tutte il processo di sviluppo giovanile. Rispetto ai Neanderthal, che maturavano prima, noi abbiamo dilatato enormemente il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza e quindi nasciamo fortemente immaturi, dipendenti per anni dalle cure parentali. In termini pratici significa portarsi dietro cuccioli fragili, che richiedono attenzioni costanti, e proprio questa fragilità è stata la nostra forza. Perché è in quel lungo periodo di dipendenza che si sperimenta creativamente l’invenzione di codici. Il linguaggio è un codice arbitrario, e molti evoluzionisti pensano che sia nato proprio nel contesto del gioco libero e convenzionale tra cuccioli e madri.
Dean Falk, paleoantropologa statunitense, già qualche anno fa ha proposto una teoria originale (Lingua madre. Cure materne e origini del linguaggio, Bollati Borighieri 2011, ed. originale 2009); quando i nostri antenati conquistarono la postura eretta, accadde qualcosa di non facile soluzione per le madri: i piccoli non potevano più aggrapparsi al corpo materno come facevano le scimmie antropomorfe. Le madri dovevano appoggiarli a terra per poter raccogliere bacche, radici ed erbe necessarie al sostentamento. In quel momento critico, l’unico contatto possibile con la prole rimaneva quello vocale; ed è così, secondo Falk, che nacque il linguaggio, cercando di quietare i piccoli a distanza con vocalizzi e proto-ninnenanne. Quella “musica parlata”, lontana parente di quello che oggi chiamiamo “maternese” o “motherese”, fu fondamentale per lo sviluppo delle abilità linguistiche e per la maturazione emotiva dell’essere umano. Quasi ogni madre conosce questa “musica”, anche se nessuna scuola la insegna: è quel modo di parlare ai neonati con voce acuta e cantilenante, frasi brevi ripetute, onomatopee e melodie che variano continuamente. È un vero e proprio linguaggio che non si serve solo della voce ma anche di espressioni facciali, sguardi e gesti. La scienza ha dimostrato che questo linguaggio non è un orpello, ma è cruciale per lo sviluppo del bambino. Studi giapponesi hanno mostrato che il cervello dei neonati si attiva in modo significativo quando ascoltano il motherese, anche durante il sonno, stimolando zone connesse allo sviluppo emotivo. I bambini di 3-4 mesi crescono più rapidamente se chi li accudisce usa un motherese di alta qualità e questo linguaggio insegna al bambino a riconoscere i confini delle parole, a rispettare i turni comunicativi (parlo io, poi ascolto te), a dare un nome alle emozioni. Quella netta demarcazione degli enunciati materni, le pause e le ripetizioni servono al bambino per capire dove inizia e finisce un concetto, preparandolo al linguaggio articolato vero e proprio.
C’è un dibattito molto interessante tra gli studiosi: il linguaggio è nato dal ritmo e dalla musica, o è vero il contrario? Darwin propendeva per la prima opzione, e le evidenze sembrano dargli ragione. Il fatto che il ritmo sia assente dai richiami delle grandi scimmie suggerisce che la musica sia emersa quando gli ominidi si differenziarono da esse. Le ninnenanne e i giochi infantili, universali in tutte le culture, sono composti da frasi brevi ripetute, proprio come i generi musicali più semplici e quelle melodie modulate in senso ascendente (per attirare l’attenzione) o discendente (per calmare) costituiscono la sostanza del maternese e sembrano essere state il ponte tra il suono e la parola, tra l’emozione e il significato.
La rivoluzione che ci ha resi umani, dunque, è quindi molto più femminile di quanto pensassimo: non cacciatori che coordinano strategie, ma il linguaggio sembra essere nato nello spazio intimo tra madre e cucciolo, in quello scambio di suoni, sguardi ed emozioni che ancora oggi ogni madre reinventa. Quelle donne che 60.000 anni fa partirono dal Sudafrica portavano nel loro DNA mitocondriale non solo un marcatore genetico, ma anche il seme di una rivoluzione culturale: la capacità di trasmettere ai propri figli, attraverso la voce e il canto, i codici complessi del linguaggio articolato. Erano “scimmie bambine” che rimanevano tali più a lungo, e proprio in questa apparente debolezza trovarono la loro forza. Ogni volta che una madre parla al suo bambino con quella voce speciale, ripete un gesto antico quanto la nostra specie. Un gesto che ci ha resi umani, che ha acceso la scintilla del pensiero simbolico, dell’arte (come dimostrano per esempio i dipinti ritrovati nelle grotte di Chauvet), della cultura. Le madri della parola e dell’evoluzione sono quelle donne che, tra le rocce del Sudafrica, trovarono nella voce il modo per mantenere vivo il legame con i loro piccoli; e in quel legame inventarono il linguaggio.
(www.libreriadelledonne.it, 12 marzo 2026)

