di Angela Condello
Il Care Collective nasce nel 2017 come gruppo di lavoro per studiare le crisi che il concetto di cura, allora, attraversava a livello globale. Nel 2020, per l’editore indipendente Verso, il Collettivo pubblica “The Care Manifesto”, che diventa presto un fenomeno internazionale e viene tradotto in diverse lingue (in italiano è uscito per Alegre).
Il Collettivo è composto da studiose e studiosi di comunicazione, economia, psicologia, sociologia, teorie critiche, tra cui Andreas Chatzidakis, Jo Littler, Catherine Rottenberg, Lynne Segal (che è attiva dagli anni Settanta come studiosa di femminismo, socialismo e sindacati). Metodologie e punti di vista nel collettivo convergono su una tesi chiara: nessuna battaglia femminista, a partire dalla cura, è possibile in un mondo ingiusto socialmente, diviso in classi e in cui le forme di oppressione aumentano anziché diminuire.
Sei anni dopo il ManifestoAndreas Chatzidakis, Jo Littler e Catherine Rottenberg sono impegnati su fronti nuovi ma il Collettivo è sempre vivo. L’energia del 2017 si è irradiata in varie direzioni: il concetto di cura su cui hanno lavorato, così esteso e poliedrico attraverso l’immagine dell’interdipendenza, ha naturalmente seguito direzioni molteplici.
Chatzidakis e Littler sono al lavoro sul concetto di “care-stripping” (la deprivazione o indebolimento della cura) e di “corporate carewashing” (di quegli specchietti per le allodole lanciati da grandi aziende per promuovere iniziative di benessere aziendale come privilegio). Per Bristol University Press uscirà “The Moralizing Corporation. The Rise and Fall of Corporate Carewashing”. Rottenberg sta lavorando, insieme a Sara Farris, Verónica Gago e Rafeef Ziadah, a un manifesto internazionale per il femminismo antifascista. Li abbiamo incontrati.
Sono trascorsi sei anni dal vostro The Care Manifesto: che cosa è accaduto al concetto di cura e alle politiche pubbliche sulla cura?
(Catherine Rottenberg, Andreas Chatzidakis, Jo Littler): Quel libro è uscito nel pieno della pandemia, quando il dibattito sul carico di cura era in crescita: collettivamente ci si era resi conto di quanto fossimo interdipendenti. A partire da quel momento, ci sono stati dibattiti e progetti su come dovrebbe essere gestita la cura a livello pubblico. Tuttavia, in molte parti del mondo le dinamiche politiche hanno subito una rapida svolta verso destra che ha alimentato, in vari modi, una forza opposta alla cura e cioè la violenza. Prosegue, inoltre, la “negligenza strutturale” rispetto al lavoro di cura e così continua ad aumentare la disuguaglianza: il settore privato guadagna dall’assistenza agli anziani, per esempio. Sarebbe fondamentale limitare la concentrazione di ricchezza tra multinazionali e super-ricchi, prima di tutto grazie alla tassazione, e destinare molti più fondi statali alle strutture che provvedono alla cura. Dovremmo compattamente lottare per chiedere alle aziende di uscire dal controllo dei servizi assistenziali: è un controsenso appaltare la cura a chi sfrutta il lavoro. Siamo molto rincuorati dai nuovi momenti di sinistra e dalle azioni collettive volte a risocializare l’assistenza a bambini, anziani, malati (in genere a soggetti non autosufficienti). Molte buone pratiche potrebbero guidare il cambiamento: le case di cura e i trasporti pubblici gestiti come cooperative o organizzazioni non-profit, “internalizzate” e non sfruttate per l’arricchimento. Siamo molto ispirati dal municipalismo radicale di cui il sindaco di New York Zohran Mamdani è esempio recente e brillante; pensiamo a iniziative come asili e trasporti pubblici gratuiti e affitti calmierati. Nel nord dell’Inghilterrra il “modello Preston” è rivoluzionario nella sua capacità di generare ricchezza comunitaria promuovendo cooperative e reti di approvvigionamento locali. E le Manzanas del Cuidado sistemi urbani – centri della cura che offrono servizi per liberare il tempo delle donne) sono meravigliosi. C’è bisogno di queste esperienze: devono diventare strutturali: dobbiamo darci forza l’un l’altro nel tentativo di realizzarle.
Sembra che invece oggi la cura sia tutt’altro che una priorità e che gli “Stati della cura” siano casi rari, al contrario dei processi di militarizzazione, controllo e disciplinamento.
(C.R.; And.C.; J.L.) A leggere le notizie, verrebbe da dire che la situazione è persino peggiore di quando abbiamo pubblicato il nostro Manifesto (2020). Se volgiamo lo sguardo alla situazione globale, sembra che l’esperienza del Covid non ci abbia insegnato nulla: anziché ripensare l’organizzazione delle strutture sociali per fornire risorse utili a infrastrutture della cura capillari, permanenti e accoglienti – il mondo va nella direzione opposta. Nel Regno Unito, per di più con un governo laburista, si assiste a un aumento enorme della spesa militare e le retoriche sulle migrazioni non sembrano così diverse da quelle del Partito Riformista di estrema destra. Regna l’austerity (con qualche rara concessione) e l’istruzione superiore è in netto declino. Un disastro. In più tutta l’umanità ha assistito al primo genocidio in diretta, a Gaza, e il governo britannico è stato complice. Nonostante le manifestazioni imponenti di solidarietà al popolo palestinese a Londra, nel Regno Unito e in tutta l’Europa, la macchina bellica non si è né fermata né è stata rallentata la spesa militare. In queste settimane assistiamo a un’altra guerra imperialista, devastante e aggressiva, contro l’Iran (e il Libano). E ancora una volta il Regno Unito è a sostegno della guerra.
(Catherine Rottenberg): Un appunto ancora su questo: sono appena tornata dalla Svezia, dove si parla molto di “total defense” e preparazione alla crisi. Non rispetto al crollo climatico, ma per la guerra (cyber o non). La logica della guerra ha pervaso ogni discorso e rivoltare questa tendenza dovrebbe essere la nostra urgenza principale.
Spesso gli Stati fanno leva sulla solidarietà individuale: così, responsabilità pubbliche e slanci di generosità nelle relazioni interpersonali rischiano di confondersi. Possiamo evitarlo?
(CR; AndC; JL): Gli Stati si sono dimostrati spesso indifferenti al tema della cura e hanno agito, ad esempio, come spazi di accumulazione e sviluppo per il capitalismo razziale: forze per la segregazione, la schiavitù, l’abbandono, l’incarcerazione, i bombardamenti. Spesso hanno finto, da un lato, di avere a cuore temi sociali – pensiamo a Modi e Trump, o al governo conservatore britannico durante la pandemia – mentre dall’altro tagliavano le risorse per gli operatori dell’assistenza in prima linea. Gli stati sfruttano spesso la solidarietà individuale e i progetti nati dal basso per colmare le lacune prodotte dai tagli ai fondi destinati per il welfare. Il governo conservatore nel Regno Unito lo ha fatto spesso. Negli anni ’80 hanno chiuso gli istituti psichiatrici per introdurre la “cura nella comunità”, che in sostanza significava poco più che lasciare dormire le persone per strada. Più recentemente, le loro idee di “Big Society” e le raccolte di rifiuti per la Regina hanno tentato di eliminare le azioni solidali per mettere una pezza ai tagli subiti dai servizi comunali. Verónica Gago spiega bene come qualcosa di analogo accada anche in Argentina (“Neoliberalismo dal basso. Economie barocche e pragmatica popolare”, Tamu ed. 2023). Lo Stato ha invece un ruolo cruciale nel fornire cura a 360 gradi: in campo medico, educativo, delle politiche abitative. Solo le politiche pubbliche possono sostenere le infrastrutture necessarie alla cura – come l’assistenza agli anziani e per l’infanzia, i parchi, gli ospedali, le scuole – strutture che andrebbero socializzate e rese gratuite, per contrastare il tentativo (riuscito) del capitalismo neoliberista di esternalizzare queste politiche usando lo Stato come un bancomat per condurre le ricchezze verso capitali privati. È questa la tendenza da invertire.
Andreas Chatzidakis, Jo Littler: che percorso vi ha condotti dal “Manifesto” (2020) ai concetti di carewashing e care-stripping per spiegare il comportamento di molte aziende?
(And.C.; J.L.): Il “Manifesto”, lo abbiamo detto, è coinciso sostanzialmente con l’era Covid. In quel periodo eravamo sommersi da campagne che ci ricordavano quotidianamente quanto le aziende da cui compriamo prodotti avessero a cuore la cura. Prendiamo Amazon: sui social portava avanti una campagna sulla sicurezza del proprio personale per consegnare le cose di cui tutti avevano bisogno, e contemporaneamente veniva accusata di non rispettare gli standard, tanto che in Francia ha dovuto chiudere alcune basi. Abbiamo iniziato a usare l’espressione carewashing per indicare la tendenza a usare per il proprio interesse il concetto di cura senza però avere realmente a cuore i problemi. In quel periodo, anche il Papa ha usato il termine per criticare aziende che facevano donazioni simboliche per aumentare la propria visibilità pur trascurando la sicurezza dei lavoratori o la sostenibilità ambientale. Nel 2026, ormai, molte grandi aziende e molti attori istituzionali sembra che non sentano nemmeno il bisogno di fingere rispetto alla cura. Due settimane dopo l’inaugurazione di Trump, per esempio, Meta ha eliminato Dei, il programma di fact-checking, promuovendo esponenti repubblicani in posizioni chiave all’interno dell’organizzazione. E si tratta di un caso tutt’altro che isolato. Centinaia di marchi, da Target a Walmart fino ad Amazon e Google, hanno deliberatamente smantellato i propri sistemi di fact-checking citando altrettanto deliberatamente la guerra culturale (e di politiche del diritto) che Trump si è immediatamente vantato di portare avanti («I ended Dei», con le sue parole). Sorti simili sono toccate a numerosi programmi Esg e di responsabilità sociale d’impresa. Questo noi lo chiamiamo care-stripping (cioè un processo che spoglia e smantella la cura).
Come affermiamo nel nostro libro in uscita (con Joel Bakan, “The Moralizing Corporation: the Rise and Fall of Corporate Carewashing”), c’è un denominatore comune tra le pratiche di carewashing e di care-stripping e cioè l’uso strumentale, quasi retorico, della cura per celare una incessante e irrefrenabile spinta a massimizzare i profitti. D’altra parte, le imprese private non sono organizzazioni democraticamente responsabili; al contrario, devono mettere al primo posto interessi di parte.
Catherine Rottenberg: nel suo caso, invece, in che modo le tesi del “Manifesto” l’hanno portata, oggi, a lavorare su un approccio femminista che sia anche, insieme, antifascista?
(C.R.): “The Care Manifesto” offriva sia una diagnosi sul perché il mondo si trovi in queste condizioni, con politiche dell’incuria e forme variegate di crudeltà radicata profondamente persino nelle istituzioni, sia una visione utopica. Quello che ho visto accadere in questi sei anni mi ha condotta a immaginare un futuro alternativo alla crescente e accelerata fascistizzazione della politica. In molti ci chiedevano, allora: di quali battaglie abbiamo bisogno? Come possiamo mobilitarci? Perché i temi di genere come la cura sono al centro dell’attenzione delle destre? Oggi penso che un movimento transnazionale antifascista, antirazzista e femminista sia la nostra migliore possibilità per costruire proprio quel futuro migliore. Mobilitazioni come quelle in Sudamerica stanno indicando una strada che mi convince.
Proprio in questo lavoro, con Farris, Gago e Ziadah sostenete che i processi di fascistizzazione comportano sempre lotte su riproduzione, sessualità, famiglia. Perché?
Le lotte su cura e riproduzione ricorrono in molti, se non in tutti, i movimenti politici, non solo in quelli autoritari. Dopotutto, cura e riproduzione sono le condizioni di possibilità di ogni forma di vita e organizzazione sociale. I regimi autoritari tendono a controllare in modo capillare questi processi perché i corpi sessuati collegano economia e famiglia, riproduzione biologica e demografia, vita intima e regolazione degli affetti. I dibattiti su aborto, diritti delle persone trans, progetti educativi di prevenzione alla violenza sessuale non sono mai solo una questione di libertà individuali, o di moralità o di visioni del mondo. Questi dibattiti possono infatti portare a distinguere le famiglie da proteggere e quelle patologizzate, le forme di lavoro svalutate e quelle da privilegiare. Quella che definiamo una fascistizzazione della politica si manifesta, insomma, in modi diversi a seconda dei contesti e dei paesi – ma ovunque le politiche della cura da cui proponiamo di partire per de-fascistizzare il mondo saranno perni centrali.
(il manifesto, 29 marzo 2026, “Se le politiche della cura smantellano i fascismi”)

