di Cristina Guarnieri
Nella seconda puntata del ciclo su Rachel Bespaloff, “L’epica greca, un antidoto contro la barbarie”, Cristina Guarnieri indaga il rapporto di Rachel Bespaloff con l’opera classica e in particolare le sue riflessioni sull’epica di Omero e la tragedia greca, che negli anni più difficili dell’esilio furono per lei «una purificazione e, nell’oscurità, una luce che non vacilla». Ospiti della puntata il grecista Mauro Bonazzi e la filosofa Adriana Cavarero. Musiche tratte dall’album Trojan Women della compositrice greca Eleni Karaindrou. Quella che segue è la trascrizione del dialogo con Adriana Cavarero. Per Adriana Cavarero, una delle maggiori filosofe italiane, e soprattutto grande rappresentante del femminismo della differenza, riscoprire voci di donne dimenticate dalla storia spesso, come ci insegnano le sue opere, ha un valore etico e anche politico. Si tratta di decostruire un canone che spesso la tradizione ha sclerotizzato e di fare spazio anche a una nuova genealogia, inventare quindi anche un nuovo modo di abitare il pensiero.
In cosa si distinguono le filosofe donne che stiamo via via riscoprendo? E poi qual è, secondo lei, il tratto peculiare di Rachel Bespaloff all’interno di questo nuovo canone?
Intanto bisogna dire che Rachel Bespaloff, insieme ad Hannah Arendt, a Simone Weil, e mi verrebbe anche da citare María Zambrano, fa parte di un momento miracoloso nel canone filosofico e nella storia della filosofia, perché sono pressoché coetanee: Bespaloff, Arendt e Weil sono ebree e vivono la grande epoca del disastro, la grande epoca della guerra, della distruzione.
E in questo momento di grande distruzione sono nate tutte: Bespaloff alla fine dell’Ottocento, Arendt e Weil all’inizio del Novecento, quindi trascorrono la loro giovinezza e maturità all’epoca della distruzione. In questo momento della distruzione nasce il loro pensiero, che è un pensiero che prende avvio dal disastro. Per quanto riguarda Bespaloff, lei fonda il suo pensiero, il suo modo di pensare, come una specie di sopravvivenza che è costretto a vivere nel disastro della storia, ma cerca di astrarre da questa storia, o perlomeno cerca momenti di fuga, di astrazione di questa storia.
Bisogna dire subito che Bespaloff, contrariamente ad Arendt che è molto costruttiva, è una pensatrice dell’angoscia, non riesce a uscire, a trovare una soluzione, è una pensatrice senza soluzione, per cui è veramente una pensatrice della disperazione. Mentre Arendt è una filosofa costruttiva, nel senso che Arendt riscopre l’azione, riscopre la politica come qualcosa che supera il momento del caos, il momento della disperazione, reinventando un momento costruttivo della politica. Invece Bespaloff rimane dentro quest’angoscia del disastro e mette a fondamento della soggettività un’esistenza; siamo nel campo dell’esistenzialismo ma prima di Sartre, quindi è un esistenzialismo molto originale quello di Bespaloff, un’esistenza contingente e questa esistenza contingente che cerca il suo senso, non può che cercare il suo senso nell’individuale, nell’interiorità a cui Bespaloff dà valore.
Lei ha parlato di questo corpo a corpo con l’angoscia, di questa inclinazione alla disperazione, però è anche vero che in Rachel Bespaloff c’è tutta una poetica dell’istante che secondo lei interrompe il maleficio del divenire e quindi rende possibile dei momenti che sono di contemplazione del bello, il pasto di comunione tra Achille e Priamo o atti di umanità. Cosa significa questo istante per Bespaloff?
Per Bespaloff l’istante è ciò che aggancia il senso dell’esistenza interiore a qualcosa di più grande, a un senso globale, un senso totale che può salvare dal disastro. Bisogna sempre stare attenti al fatto che poi la salvezza non c’è, quindi quello di Bespaloff è un percorso, è una tensione, si può dire tensione verso la trascendenza, anche se lei non usa questo vocabolo. L’istante è come dice la parola stessa, l’istante ha una specie di storia concettuale nella storia della filosofia, l’istante per lei è quell’attimo del tempo fuori dal tempo, che è il tempo del presente, del passato, del futuro, che è il tempo della storia, che è il tempo che si è consumato nel disastro e l’istante è ciò che aggancia l’esistenza interiore a una specie di eternità.
Bisogna sempre stare nella tensione, nel processo, perché non c’è soluzione, quindi l’istante è ciò che può salvare la contingenza agganciandola all’eterno, agganciandola al tempo che sempre è.
Quindi abbiamo una specie di fuga del disastro, di fuga della storia, ma è una vera tensione, cioè un tentativo di aggancio verso il senso: si capisce così come grande sia l’angoscia e grande sia il disastro e come questo percorso verso la salvezza, verso un pensiero di salvezza sia assolutamente originale e con una tensione al di là del disastro. Qui siamo lontanissimi da qualsiasi tipo di razionalismo, anche se poi una certa razionalità, per esempio nel campo della musica, Bespaloff la trova.
Lei che fra le altre cose è una grande studiosa delle voci, delle voci femminili, delle voci singolari, ci può dire qualcosa sul rapporto tra il pensiero e la musica in Bespaloff, perché spesso nei suoi scritti musica, poesia, suono, voci assumono un significato decisivo?
Sì, lei era una musicista e questo è importantissimo per penetrare nel suo pensiero e lei dice: «La buona filosofia come la buona poesia assomiglia alla musica». E un’altra frase che cito, che mi piace molto: «È in ogni metafisica di un certo tipo, che sia di poeta, filosofo, romanziere, c’è un compositore che si sforza di rapire alla musica il potere di estrarre dal caos una libertà e una legge».
Ora, cosa vuole dire Bespaloff? La musica ha una legge, dicevo prima il razionalismo, la musica ha una forma, la musica è fatta di sequenze, per cui nella musica troviamo quella forma che nel caos totale del grande disastro non c’è. Però nella musica la forma si dà anche attraverso o mediante la rivelazione: e questo è il suono, è l’istante, è la voce, la rivelazione di un senso ulteriore, un senso ulteriore che vibra proprio nel suono musicale o nella vocalità. Ecco quindi che la musica diventa per Bespaloff uno specchio o una modalità a cui il pensiero filosofico buono si adatta, una modalità di superare il caos attraverso una tensione, mediante l’istante, attraverso due poli. Uno è il polo della legge, della forma, di ciò che immediatamente non causa e lo mette in ordine, e l’altro è la libertà, cioè questo elemento che appunto si intravede, che vibra nel suono e che noi riconosciamo quando eseguiamo musica o la sentiamo, ma che naturalmente vive nell’istante, vive in una temporalità molto contingente. Bisogna sempre tenere in considerazione che essendo ebrea, Bespaloff, così come Benjamin, è molto familiare con una tradizione ebraica dove il messia irrompe nella storia e rompe la storia e apre la storia a un senso ulteriore. Quindi abbiamo questi due lati che a mio avviso si tengono assieme: da una parte questa sua conoscenza musicale e l’apprezzamento di ciò che la musica può significare, dall’altra parte anche una tradizione ebraica che incoraggia verso la rottura della storia per l’apertura a un altro tempo e a qualcosa che dia senso al caos.

