di Alessandra Pigliaru
Al Festival di letteratura Working Class, un’intervista con la sociologa e femminista francese sul suo volume “Riappropriarsi di sé”, edito da Alegre
«Ho analizzato le ragioni del silenzio delle donne transfughe: le loro traiettorie hanno un’ampiezza minore rispetto a quelle degli uomini, e dunque difficilmente occupano la scena pubblica; inoltre, dichiararsi transfuga quando si è donna significa subire una doppia pena, un doppio stigma». Nel suo volume edito da Alegre, Riappropriarsi di sé. Inchiesta autobiografica di una transfuga di classe femminista (pp. 496, euro 22, traduzione di Annalisa Romani), Rose-Marie Lagrave, sociologa e directrice d’étude all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, racconta il suo percorso che ha discusso pubblicamente a Campi Bisenzio (Firenze) sabato 11 aprile nell’ambito del Festival di Letteratura Working Class.
Nel suo libro attraversa le diverse età della vita e ciò che emerge è un sentimento persistente di illegittimità. Quando ha iniziato a riconoscerlo come un fatto sociale, e non come una colpa individuale?
Due elementi, combinati tra loro, mi hanno permesso di capire che l’illegittimità non era imputabile a me, bensì derivava dalle disuguaglianze della struttura sociale: da un lato, la sociologia, che svela il ruolo riproduttivo delle classi sociali attraverso la scuola e che si oppone a qualsiasi psicologizzazione dei fenomeni sociali, e, dall’altro, l’impegno politico che rivela la forza del dominio simbolico che i dominanti esercitano sui dominati, facendogli credere e accettare la loro inferiorità. Da qui il senso di illegittimità provato dai transfughi, poiché, pur avendo avuto accesso al mondo accademico, non possiedono tutti i codici che determinano la disinvoltura sociale e la parola autorevole.
“Riappropriarsi di sé” è anche un lavoro sugli archivi e sulla memoria famigliare. Cosa accade quando la memoria intima conversa con gli strumenti della ricerca?
Confrontando gli archivi di famiglia con le interviste a mio fratello e alle mie otto sorelle, ho notato una discrepanza. I ricordi dei miei fratelli e delle mie sorelle raramente coincidevano con quanto riportato negli archivi scritti: o abbellivano la nostra genealogia, oppure adottavano una visione troppo malinconica o idealizzata della nostra infanzia comune. Molto presto ho capito che il problema non era tanto la questione della “verità”, quanto quella della riappropriazione o della reinvenzione di ricordi destinati a riaffermare il posto e il ruolo di ciascuno nell’universo famigliare. La difficoltà risiedeva nella ricerca di un equilibrio instabile tra l’oggettivazione dell’intimo e l’analisi della soggettività che era il mezzo utilizzato per far valere l’importanza della narrazione di ciascuno.
Evoca dei piccoli “interstizi” – incontri, alleanze, opportunità – che rendono possibile un percorso non previsto. Che ruolo ha avuto la dimensione collettiva nella sua esperienza?
I collettivi hanno svolto un ruolo centrale e decisivo nel passaggio da una classe sociale all’altra. Alcuni insegnanti del liceo, il Gruppo di studi di sociologia della Sorbonne, il mio gruppo di discussione all’interno del MLF (Mouvement de libération des femmes), lo Stato sociale che mi ha concesso una borsa di studio: questi sono solo alcuni dei collettivi senza il cui sostegno la mia migrazione sociale sarebbe stata impossibile. Ciò smentisce formalmente lo slogan liberale «quando si vuole, si può», poiché occorre disporre dei mezzi e delle risorse per poter volere, e non si può mai farlo da soli. Così, chi cambia classe sociale non è il frutto di un talento individuale, ma il risultato di una costruzione collettiva a cui hanno partecipato alleati.
Bisogna anche saper cogliere le opportunità o addirittura crearle. Quando, in seguito a una rottura coniugale, ho chiesto al mio relatore di tesi “un lavoro” e lui, scioccato da tanta audacia, mi ha respinta, ho creato un’opportunità, poiché sei mesi dopo sono stata assunta come precaria. Il percorso di una transfuga non è lineare; è fatto di improvvisazioni e di rotture; è collettivo o non è.
La malattia e la disabilità occupano un posto centrale nella storia della sua famiglia. In che modo queste esperienze hanno trasformato il suo sguardo?
La malattia e la disabilità hanno svolto ruoli paradossali nella mia famiglia. La tubercolosi contratta da mio padre nel 1942 è stata la causa del declassamento sociale e geografico della famiglia, seguito da un ricollocamento all’interno di un villaggio in cui mio padre ha fatto valere l’ordine morale, l’istruzione e il successo scolastico dei propri figli come capitale sociale.
L’autismo ha creato attorno a mio fratello maggiore una sollecitudine che contrastava con il rigore dell’educazione. Dopo la morte di mia madre, è attorno a lui che si è ricomposta la fratellanza, ed è lui che ha saputo creare una famiglia, la quale, dopo la sua scomparsa, esiste ormai solo nei ricordi. Fin dall’infanzia, ho vissuto la malattia e la disabilità come aspetti ordinari della vita sociale. Ho sempre vissuto con la sensazione che queste situazioni di vulnerabilità richiedessero un’attenzione particolare e, più tardi, sotto l’impulso del femminismo e della sociologia, ma anche dell’impegno politico, ho potuto trasformare l’approccio volontaristico in cura politica, ovvero, pur continuando a prestare questa sollecitudine nei confronti di mio fratello, comprendere che la cura deve essere radicata in una morale della giustizia e che non deve essere delegata e relegata alle classi subalterne, in particolare alle donne.
Il Mouvement de libération des femmes segna una svolta decisiva. La descrive come una vera “conversione”.
Facevo parte del Mouvement de libération des femmes, l’ho costruito insieme ad altre militanti ed è stata una vera conversione. Prima attribuivo tutte le difficoltà alla mia classe sociale d’origine; percepivo il disprezzo di classe, ma ero cieca rispetto al sessismo. Cresciuta in una famiglia con nove figlie e in scuole non miste, ero quasi saturata del femminile e pensavo che solo il mondo maschile fosse desiderabile. Avrei potuto diventare antifemminista se non avessi vissuto e analizzato esperienze di sessismo quotidiano.
Anche nei movimenti studenteschi di sinistra, che avrebbero dovuto decostruire i ruoli di genere, si riproduceva una divisione sessuata: gli uomini parlavano nelle assemblee, noi distribuivamo volantini. Da allora ho sempre intrecciato classe e genere, adottando uno sguardo “a doppio fuoco”, senza dimenticare altre dimensioni come sessualità, razza ed età. Il femminismo ha prodotto nuove epistemologie nelle scienze sociali: è una grande conquista.
Tra le poche narrazioni di transfughe ci sono quelle di Annie Ernaux. Come si è costruito il vostro dialogo?
Assumendo la letteratura come arma – «vendicare la propria stirpe» (lo ha detto Ernaux al conferimento del Nobel per la Letteratura del 2022, ndr) – Annie Ernaux rovescia positivamente questo stigma. Ho letto i suoi libri via via che uscivano, molto prima di conoscerla (nel 2024 è uscita per Oligo Una conversazione, di Lagrave ed Ernaux, ndr). Apparteniamo alla stessa generazione: ogni libro esplorava tappe della sua vita simili alle mie, anche se non identiche nelle esperienze. Mi sono costantemente riconosciuta nei suoi racconti, provando un’immediata adesione e una profonda gratitudine per questo riconoscimento reciproco.
La sua “inchiesta autobiografica” prende le distanze dalle narrazioni meritocratiche. Quali sono i rischi e le insidie?
Il merito, valorizzato dalla Terza Repubblica francese con la figura del “borsista meritevole”, è diventato uno strumento ideologico. Oggi è una variabile di aggiustamento liberale, utilizzata anche per giustificare le disuguaglianze salariali. È una finzione che serve a far credere che l’ascensore sociale funzioni. Ma non esiste alcun ascensore sociale: i transfughi salgono per le scale di servizio. Le posizioni sono già inscritte nell’ordine sociale.
Il merito non è una qualità individuale né la rivelazione di un talento nascosto: è il prodotto di un sistema scolastico che seleziona, promuove ed esclude. Il rischio più insidioso è far ricadere sull’individuo la responsabilità del proprio destino, convincendolo che basti la volontà per riuscire. Non si dice mai di un “erede”, nel senso di Bourdieu, che è meritevole: questo aggettivo è riservato ai figli delle classi subalterne.
Nell’ultima parte del volume affronta la vecchiaia in una prospettiva femminista.
Il femminismo permette di dimostrare che qualsiasi approccio alla vecchiaia in quanto tale è un fallimento annunciato, poiché la vecchiaia va pensata politicamente a monte. Pensare in anticipo alla vecchiaia significa organizzare e incoraggiare l’autonomia e la libertà nel corso di tutte le età affinché, al momento della vecchiaia, siano già interiorizzate.
Invecchiare significa non essere più in grado di esercitare la propria libertà e la propria autonomia. Accettare questa definizione significa quindi rifiutare quella statistica e biologica dell’età, per sostituirla con un interrogativo sulle ragioni e sui contesti che generano la perdita di controllo e la spoliazione di sé e della propria libertà. L’approccio femminista mostra che la vecchiaia è particolarmente soggetta a norme sociali, sessuali e famigliari, talvolta di tipo sospensivo e talvolta repressive, nonché a una biopolitica.
La vecchiaia è un rivelatore delle norme di genere e di sessualità, un osservatorio della durezza del mondo sociale. L’approccio femminista alla vecchiaia permette così una riflessione a ritroso sulle norme e sui valori della nostra società per reintrodurvi l’umano, il fragile, il vulnerabile, la solidarietà in tutti i rapporti sociali, a tutte le età della vita, per destituire lo spirito di competizione e di concorrenza.
È quindi a un ribaltamento dello sguardo e alla presa in considerazione dei percorsi di vita che invita una prospettiva femminista. Tutto lascia pensare che la vecchiaia sia lo stigma degli stigmi. La vecchiaia sembra prevalere sulle discriminazioni di genere, di sessualità, di classe e forse di razza, non per annullarle ma per inglobarle. A causa del suo carattere irreversibile: nessuna riassegnazione di genere possibile, nessun disordine nelle età, nessun passaggio da un’età all’altra, il suo destino è la morte.
(il manifesto, 9 aprile 2026)

