24 Aprile 2026

Ricordo di Lia Cigarini

di Riccardo Fanciullacci


Ho sentito il bisogno di risentire la voce di Lia e così sono andato a cercare le registrazioni delle tante ore di scambi che abbiamo avuto per costruire l’intervista che sta alla fine de La politica del desiderio e altri scritti. Non le ho trovate e questo ha aumentato la mia tristezza, ma ha anche funzionato come un tappo o uno schermo: mi sono potuto arrabbiare con me stesso perché non tengo bene in ordine i miei archivi. Ma se non lo faccio, non è solo per pigrizia, ma anche per paura. Ho paura che certi ricordi, salvati negli archivi, escano allora dal cuore.

Trattenerli nel cuore e nella memoria, comunque, non è così semplice. Lia era una donna così spiritosa, ricordo bene quante volte abbiamo riso quando mi avvicinavo a quel divanetto del Circolo della rosa dove lei allungava le gambe e si fumava una sigaretta, dopo il pranzo per le redazioni di Via Dogana. Eppure, non riesco più a mettere a fuoco una battuta precisa. Parlavamo spesso di Woody Allen, citandoci reciprocamente qualche scena dei suoi film, ma non riesco a ricordare le sue preferite. Mi dispiace così tanto.

Vorrei chiederle ancora di consigliarmi un romanzo o un film e da lì arrivare a chiederle sommessamente della politica. A questa arrivavo sempre così, lateralmente. Non avevo il coraggio di affrontare direttamente il tema: avevo paura di non saper sostenere la discussione con lei. Temevo di suscitare la sua famigerata impazienza di fronte a chi non coglieva o coglieva troppo poco il punto della situazione.

L’impazienza di Lia me la ricordo bene: talvolta si manifestava persino con Luisa Muraro, quando nelle discussioni in Libreria faceva interventi che Lia giudicava troppo lunghi. Allora le faceva segno di tagliare. Nessun altro o altra avrebbe mai osato – quand’anche ne avesse sentito il bisogno, cosa che per esempio io non ho mai sentito visto che amavo molto gli interventi di Luisa. Ad ogni modo, Lia poteva farlo perché sentiva come un’urgenza.

Che natura aveva quell’urgenza che la animava? Ovviamente l’urgenza non è la fretta, rimanda a qualcosa che incalza e al tempo che potrebbe non bastare. È qui sottesa una questione cui erano sensibili sia Luisa sia Lia, sebbene in modo diverso. A me interessava quel che ne pensavano, ma allo stesso tempo… non ne volevo sapere niente! C’è infatti di mezzo anche l’eredità e quindi, per un verso, la responsabilità, per l’altro, la morte. Una parte di me preferiva mettere la testa sotto la sabbia. E così, del discorso fatto a cena una sera, non so farvi un racconto preciso: il mio ricordo è pieno di cancellature che sono senz’altro rimozioni. Lia aveva detto di vedere positivamente l’interesse di alcuni gruppi di giovanissime verso la pratica dell’autocoscienza e persino dell’inconscio; tuttavia, i tempi lunghi di queste pratiche un po’ la scoraggiavano. Forse perché così il cambio di civiltà ritardava? O perché temeva di non arrivare a vederlo? Su questo c’è stato uno scambio con Luisa quella sera, ma l’ho cancellato.

Ad ogni modo né l’una né l’altra parlavano tanto del “futuro”: non era una parola importante nel vocabolario di nessuna delle due. D’altronde, la politica cui hanno contribuito non è né una politica fatta di programmi né una politica messianica. La politica del desiderio è una politica al presente, dove però il presente è collocato in quello che Lia chiamava l’orizzonte grande e dove dunque è inscritta con forza la consapevolezza del molto che non dipende da noi – se non appunto per il senso che vi sappiamo leggere. L’urgenza che Lia sentiva con tanta intensità era legata a questa idea del leggere la situazione presente con lucidità e cogliendo lo stato del cambiamento in atto. Così da poter fare la propria mossa. Neanche un minuto, neanche una parola in più di quella strettamente indispensabile per arrivare alla propria mossa. Parlo apposta di mossa o di gesto e non di azione. Non spiegherò perché ma spero che vi risuoni.

Questo atteggiamento per cui ora mi viene in mente l’immagine di un samurai, lo ritroviamo tra l’altro nella scrittura di Lia, così essenziale, minima. Amava chi sapeva raccontare, ma lei non raccontava molto: le avevo proposto di costruire l’intervista prendendo il racconto della sua vita come filo conduttore, come avevamo fatto con Luisa per Non si può insegnare tutto, ma il tentativo non ha funzionato. Il racconto non era la sua modalità di pensiero. D’altronde i suoi scritti sono brevi, spesso ci sono paragrafi numerati: “su questo ho tre cose da dire: 1, 2, 3”.

Nell’incipit di un articolo del 1999, Con un filo di pensiero, c’è tutto lo stile inimitabile di Lia: «In effetti, che cosa ha dato di prezioso alla cultura e alla politica la pratica della differenza? Nelle riflessioni che faccio quasi quotidianamente con Luisa Muraro abbiamo alla fine concluso: il partire da sé, la relazione duale di scambio come produttiva di modificazione perché mette in gioco il desiderio della singola/o, il lavoro politico sul simbolico, il senso dell’autorità contro quello del potere. Sono portata a pensare che è tutto qui. Qualcuno potrà obiettare: ma è tanto».

Passate al setaccio di tanta essenziale brevità, anche le più grandi scoperte potevano sembrare poca cosa. In realtà, il fatto è che Lia usava la scrittura per fare il punto su una pratica o sull’andamento di un rapporto. E lo faceva per rendere possibile la mossa successiva: uno spostamento che poteva modificare gli equilibri.

Ma a proposito di questo uso parsimonioso e però così efficace delle parole, voglio raccontare una cosa che spero vi farà sorridere.

Nel 2018 o poco prima, un grappolo di fatti si sono riuniti e hanno fatto nascere in me il desiderio di rendere di nuovo disponibile il libro di Lia e di arricchirlo con i suoi scritti successivi. Il primo di questi fatti è che la domanda di Lia: “Quali pratiche?” stava portando ordine in alcuni miei pensieri, per cui rileggevo i suoi scritti; il secondo è che Stefania Ferrando stava lavorando sul tema del sopra la legge, per cui poteva essere interessata a entrare in un progetto che non sarebbe stato né facile né breve, come la formula “ripubblicazione integrazione” potrebbe fare falsamente pensare; il terzo fatto è che in quel periodo Luisa era preoccupata che la decisività di Lia nel femminismo italiano fosse persa di vista. E così è iniziato il lavoro.

La mia idea era costruire la raccolta definitiva, includendo tutto quello che Lia aveva scritto, compreso ad esempio il lungo dialogo con Luisa Cavaliere, C’è una bella differenza. Così, un giorno sono andato da Lia e le ho detto: “se mettiamo tutto, però, viene fuori un libro di ben più di 500 pagine!”. Mi ha guardato stupefatta e poi ha detto: “Bisogna dirlo alla Muraro che mi tampina sempre dicendomi che scrivo poco!”. E siamo scoppiati a ridere.

E io sorrido ancora ripensandoci. Ed è col sorriso che le voglio dire: “Grazie Lia!”


(http://www.libreriadelledonne.it/ 24 aprile 2026)

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