5 Maggio 2026
il manifesto

Biennale, spazio a ogni disputa, non alla censura. Intervista a Emilia Kabakov

di Arianna Di Genova


«Credo nella diplomazia e credo fermamente che la violenza generi solo altra violenza. Finora, non ho mai visto le sanzioni fermare le guerre. La Biennale di Venezia dovrebbe essere libera di dare spazio a qualsiasi controversia. Siamo paesi democratici e dovremmo seguire le nostre regole. Gli artisti, dunque, possono presentare le loro opere e opinioni. A chi non piace, può organizzare proteste, ma non chiudere i padiglioni o punire sanzionando. Così agiscono i regimi totalitari, non quelli democratici. Non sono bene accetti i funzionari che accompagnano gli artisti? Basta non concedere loro i visti. È semplice».

Emilia Kabakov ha le idee molto chiare in merito ai conflitti che hanno attraversato la Biennale in questi ultimi mesi. Lei, che per decenni ha lavorato insieme a suo marito Ilya, scomparso nel 2023, ha portato in Laguna il loro progetto dal titolo “Diario veneziano” (a cura di Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, fino al 28 giugno): una sorta di confessione collettiva narrata sotto forma di oggetti d’affezione, che vedrà installazioni a Ca’ Tron e nel padiglione di Venezia ai Giardini.

Ormai americana da lungo tempo, assicura di non aver scontato esclusioni e posizioni pregiudiziali in questi anni di guerra. «Ilya e io siamo nati a Dnipropetrovsk, nell’Unione Sovietica, che ora è una città ucraina. – spiega – Abbiamo studiato e vissuto a Mosca, che era la capitale dell’Urss. Gli ucraini ora dicono che noi siamo artisti ucraini, i russi che siamo artisti russi. Noi decidemmo molti anni fa che siamo nati nell’Unione Sovietica/ nella Civiltà perduta/, viviamo in America e siamo creativi internazionali. La mia provenienza non ha creato problemi, anzi, sono stata invitata a fare una mostra al museo ucraino di New York».

Nella città lagunare ha immaginato un’opera partecipativa, chiamando a raccolta gli abitanti, che non si sono tirati indietro. «Ho invitato i veneziani a parlare di loro stessi, del rapporto con il luogo in cui vivono, delle loro storie famigliari e d’amore. – continua Emilia Kabakov – Ho anche chiesto a un’amica fotografa francese di aggiungere le sue foto di gondolieri veneziani, perché nessuno può immaginare Venezia senza di loro. Ha partecipato ogni tipo di persona: panettieri, persone impiegate negli hotel, artisti, madri, nonni, bambini, artisti, studenti. Il mio obiettivo era mostrare al mondo che questo è un luogo reale dove le persone vivono, lavorano, amano, hanno figli. E ne sono orgogliosi. Oltre cinquecento abitanti ci hanno consegnato i loro oggetti e storie. Abbiamo persino ricevuto email, racconti e oggetti da chi non vive a Venezia, ma la sogna. Molti, soprattutto tra le giovani generazioni, hanno scritto di salvare la città, parlato di ecologia e protezione. E poi ci sono bellissime storie di innamoramenti a Venezia, di genitori che si sono incontrati qui. O persone malate che hanno creato gruppi trovando il modo di remare nei canali: l’amicizia e questa attività hanno salvato loro la vita. Per comprendere la portata del progetto, bisogna venire a vederlo, leggere le confessioni, le pagine del Diario veneziano e scoprire i veri abitanti della città».

Essendo Venezia sempre a rischio, una città che si fonda sull’acqua e deve far fronte a una situazione ambientale precaria, forse questo “romanzo corale” può divenire un potente dispositivo per la memoria futura.

«In realtà, non sta a me attribuire alcun valore alle narrazioni veneziane. Vivono qui da secoli e anche adesso. Hanno intenzione di rimanerci per sempre. – specifica l’artista – Il progetto è un tributo alle voci che di solito non parlano in pubblico. Tutto ruota attorno a ricordi personali che si sono sempre uniti per poi trasformarsi in memorie condivise e creare la storia umana. Non c’è nulla di sentimentale. Sono esattamente ciò che il titolo suggerisce: diari veneziani. Con momenti divertenti, tragici oppure d’amore: tutto ciò che si può trovare in un album collettivo».


(il manifesto, 5 maggio 2026)

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