11 Maggio 2026
la Repubblica

Tutte le donne che fecero la Repubblica

di Serena Dandini


Delle ventuno donne elette su 556 deputati il 2 giugno del 1946, la prima a entrare a palazzo Montecitorio è Bianca Bianchi, socialista, professoressa di filosofia, che si è guadagnata a Firenze oltre 15mila voti di preferenza, più del doppio di quelli del capolista Sandro Pertini. Ma ciò che colpisce di più lo sguardo maschile è il colore dei capelli, tanto che viene subito soprannominata «la biondissima».

«Vestiva un abito color vinaccia, e i capelli lucenti che la onorevole porta fluenti e sciolti sulle spalle le conferivano un aspetto d’angelo. Vista sull’alto banco della presidenza ingentiliva l’austerità di quegli scanni». In questo eccezionale momento storico così la descrive il giornale Risorgimento Liberale, ma articoli simili escono su tutti i quotidiani e sottolineano l’aspetto fisico delle nuove deputate e le toilette scelte per l’occasione, come se si trattasse di una sfilata di moda o di una prima all’Opera. «Ecco Teresa Mattei, vestita di blu a pallini bianchi e con un bianco collarino. Ha molti bei riccioli bruni e due begli occhi vivi, e ha venticinque anni. (Non vien voglia di dire: beata lei?)». Leggendo la sua biografia faccio fatica a considerarla così beata.

Teresa – che per la sua giovane età chiamano la «ragazza di Montecitorio» – non è una scolaretta al primo giorno di scuola. Sebbene indossi un ingenuo colletto bianco, in aula porta anche una volontà ostinata e tenace, e la determinazione a cambiare con tutte le sue forze il corso della storia, insieme alle colleghe.

La sua famiglia è stata perseguitata dal regime fascista. Il fratello, torturato dai nazisti, pur di non tradire i compagni si è impiccato nel carcere di via Tasso, a soli ventisette anni. Lei stessa è uscita viva per miracolo dalle sevizie che le hanno inflitto per farla parlare: le hanno spaccato i denti, rotto un rene con il calcio del fucile e naturalmente l’hanno violentata, la prassi abituale per piegare le ragazze ostinate e ribelli.

Ma Teresa ora è lì, tutta intera, e con fierezza varca quel portone a schiena dritta, pronta a mettersi al servizio dell’Assemblea costituente, l’organo eletto dal popolo per redigere la Costituzione della neonata Repubblica italiana. Nonostante le donne rappresentino solo il 3,7 per cento del nuovo Parlamento, tutti gli occhi sono su di loro, quasi fossero il frutto di un’insolita mutazione sfuggita all’esperimento di uno scienziato pazzo. Stupore, sufficienza e scetticismo le circondano, e sulla carta stampata non mancano caricature e battutacce a doppio senso. Anni dopo Nadia Gallico Spano, una delle esponenti del Partito comunista, ricorderà che nel suo primo giorno da deputata, appena varcato l’ingresso di Montecitorio, venne fermata da un commesso. «“Pss pss, ma dove va lei?”. Timidamente risposi che dovevo entrare perché ero appena stata eletta. “Anche lei!” fu il commento desolato del commesso».

Si racconta che, durante i primi interventi alla Camera delle onorevoli, gran parte dei colleghi maschi si rifugiasse alla buvette per bersi un caffè, con una diffusa aria di supponenza: una perdita di tempo stare ad ascoltare quello che era considerato un inutile chiacchiericcio femminile. Non stupisce che tuttora ci tocchi assistere a episodi offensivi in aule comunali e non solo, dove politiche elette vengono zittite con arroganza e maleducazione da chi continua a considerarsi superiore e con licenza di mansplaining. O, in italiano, minchiarimento.

Se nel 2026 risuonano ancora frasi come: «Non mi faccio comandare da una donna», o l’intramontabile «Stai zitta tu… che ne vuoi sapere», è facile comprendere quanto allora quello sparuto manipolo di pioniere facesse paura.

Le cronache di palazzo cercano di ammorbidire la strana novità, che non a tutti è piaciuta. I giornali assicurano che le cosiddette «deputatesse» «in genere non fumano, e in maggioranza non si truccano e vestono con la più grande semplicità». Sono per lo più «buone spose e buone madri», e c’è chi aggiunge che, senza dubbio, lo «spirito femminile sereno e conciliante» si rivelerà una risorsa utile per addolcire le più aspre dispute politiche. D’altronde, non è questo da sempre il compito delle donne? Di tutt’altro avviso è la democristiana Filomena Delli Castelli, una delle ventuno deputatesse, abruzzese verace e decisa a far valere il suo mandato al di là delle previsioni più sdolcinate della stampa: «Eravamo consapevoli che il voto alle donne costituiva una tappa fondamentale della grande rivoluzione italiana del Dopoguerra. Avevamo finalmente potuto votare e far eleggere le donne. E non saremmo state più considerate solo casalinghe o lavoratrici senza voce ma fautrici a pieno titolo della nuova politica italiana». È evidente che molti avrebbero preferito aspettare ancora prima di «concedere» anche alle cittadine del nostro Paese il diritto di voto e, soprattutto, quello a candidarsi ed essere elette. Tant’è che in un primo momento ci fu un pasticcio, visto che la legge del suffragio universale aveva previsto per le donne solo la possibilità di votare, non quella di essere votate. Ci vollero più di un anno e le proteste di tante associazioni femminili per correggere il bizzarro inghippo, un’assurdità che rispecchiava l’anima più retriva della nazione.

Contro questa legge fondamentale aveva remato fino all’ultimo una propaganda serrata, fatta non solo delle solite vignette sarcastiche, ma anche da editoriali altisonanti. Solo un anno prima, per esempio, Il Resto del Carlino titolava: “Mentre si muore di fame ci si preoccupa del voto alle donne”. Come spesso accade ancora oggi, quando si vogliono sminuire le rivendicazioni dei diritti più elementari c’è sempre qualcos’altro di più importante di cui parlare. In questo caso, poi, si trattava quasi di un paradosso offensivo, visto che proprio le donne avevano dovuto affrontare e stavano ancora combattendo le conseguenze della miseria causata dalla politica scellerata del fascismo.

A raccontare con passione ai microfoni della neonata Rai quei momenti memorabili è Anna Garofalo, giornalista intrepida che, per volontà delle forze alleate, già dal settembre del 1944 conduce una fortunata trasmissione radiofonica, “Parole di una donna”, la prima dedicata alla questione femminile.

Indimenticabile la sua emozionante cronaca dell’esordio alle urne per le nuove elettrici: «Per la prima volta si domanda la nostra opinione. Avessimo potuto esprimerla quando si trattava di pace e di guerra! Tutte queste croci sparse nei cimiteri, questi invalidi, questi alienati e gli orrori dei campi di sterminio sono lì a testimoniare che non potemmo far niente. Da queste sventure, però, è nato il riconoscimento di oggi, che accomuna uomini e donne, alla pari. Prendiamone atto per darci coraggio… Stringiamo le schede come biglietti d’amore!». Parole che evocano il bellissimo film di Paola Cortellesi C’è ancora domani, che con grande poesia racconta questo appuntamento delle italiane con la storia al pari di un incontro amoroso atteso da tempo. Non a caso, per l’occasione la protagonista si cuce di nascosto una camicetta nuova, proprio come se dovesse raggiungere un amante segreto. Ma niente rossetto: dovendo umettare la scheda per chiuderla c’era il pericolo, senza volerlo, di sporcarla e rendere nullo il voto. «Dunque, il rossetto lo si porti con sé, per ravvivare le labbra, ma solo fuori dal seggio», raccomandava con paternalismo il Corriere della Sera sulla prima pagina del 2 giugno del 1946.

Un sacrificio da nulla davanti alla portata epocale dell’evento. E se c’era da aspettare, viste le lunghe file ai seggi, non importava a nessuno: alcune si erano portate delle sediette pieghevoli, come quelle che si usano in spiaggia, e altre qualche panino in più, da offrire alle nuove amiche.

E finalmente in un’assolata mattina di inizio estate, dopo quasi un secolo di battaglie, delusioni e speranze tradite, le prime parlamentari posano per le foto di rito, tra giornalisti e curiosi.


(la Repubblica, 11 maggio 2026)

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