di Franca Fortunato
Nell’Italia distrutta dalla guerra, ottant’anni fa, il 2 giugno 1946 il popolo italiano con un referendum scelse la repubblica (12.717.923 voti – 10.719.284 per la monarchia) ed elesse l’Assemblea Costituente che aveva il compito di redigere la nuova Costituzione, nata dalla lotta antifascista e dalla guerra di liberazione dall’occupazione nazista. Costituzione che venne approvata in via definitiva il 22 dicembre 1947 con 453 voti favorevoli e 62 contrari su 515 presenti e votanti. Al referendum le donne votarono in massa: 13 milioni, pari all’89% della popolazione femminile, ossia il 53% della popolazione italiana. Gli uomini votanti furono 12 milioni. Le donne avevano già votato alle elezioni amministrative di marzo/aprile 1946. Furono elette in 2000 nei consigli comunali. Alcune divennero assessore e sindache come Caterina Tufarelli Palumbo a San Sosti, in provincia di Cosenza. Quel 2 giugno le donne – come scrive Livia Turco nel libro “Costituenti al lavoro – Donne e Costituzione 1946-1947” – arrivarono ai seggi con il vestito buono della festa, con i bambini in braccio, con il fazzoletto sui capelli. Per tutte una grande emozione. «Avevo – ricorda la scrittrice Anna Banti – il cuore in gola e avevo paura di sbagliarmi fra il segno della Repubblica e quello della Monarchia». Lunghe file davanti ai seggi, molte con sgabelli pieghevoli infilati al braccio, qualcuna allattava. Furono eletti 555 costituenti di cui 21 donne: 9 comuniste, Adele Bei, Nadia Spano, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, 9 democristiane, Maria Federici, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Maria de Unterrichter, Filomena Delli Castelli, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio, 2 socialiste, Angela Merlin, Bianca Bianchi, 1 monarchica dell’Uomo Qualunque, Ottavia Penne. Erano giovani, alcune giovanissime, quasi tutte laureate, molte insegnanti, qualcuna giornalista, sindacalista e una casalinga. Ognuna di loro, pur nella diversità di esperienze, si era formata nella lotta antifascista e nella Resistenza. Erano poche, vero, ma seppero fare valere la loro autorità, lavorando in relazione tra loro con passione e rigore nelle commissioni e in aula. Contribuirono alla stesura degli articoli, riuscendo molte volte a convincere ed orientare gli uomini, anche quelli del loro stesso partito. «Ci interessava di più occuparci dei valori della nuova Repubblica – scrisse Nadia Spano – e lo facemmo con molta autorevolezza tutte insieme al di là delle appartenenze, mentre gli uomini ci ascoltavano con rispetto». In quel momento storico il valore supremo era la pace, una pace duratura, non solo interna al paese ma tra i popoli per scongiurare in avvenire nuove guerre. Era questo un sentimento di cui si fecero interpreti, molto diffuso nel paese e nelle donne che avevano sofferto i bombardamenti, l’orrore della guerra, tante avevano conosciuto le asperità dei combattimenti nella Resistenza, molte il confino, l’esilio, i campi di concentramento e la galera. Da qui l’assoluta rinuncia alla guerra «come strumento di offesa della libertà dei popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», sancita dall’art.11. Le madri costituenti seppero confrontarsi con quei parlamentari che non volevano il «ripudio della guerra», ritenuta «una formula di umiliazione perché eravamo vinti». A distanza di ottant’anni, in questo momento storico che stiamo vivendo, in cui sembra già arrivata un’altra notte buia della guerra, della violenza, della forza e del dominio, dei nazionalismi e della corsa agli armamenti, quel sentimento di “ripudio della guerra”, «pietra miliare della Costituzione», è ancora molto forte nel nostro paese, nelle donne e nelle giovani generazioni. È a loro che appartiene la festa della Repubblica, non a chi giorno per giorno aggredisce e tradisce la sua Costituzione.
(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 31 maggio 2026)

