5 Giugno 2026
il manifesto

Marjane Satrapi, la ragazza punk che ha inventato un’altra resistenza

di Cristina Piccino


Addio all’artista iraniana, con “Persepolis” ha creato un racconto dell’Iran intimo e collettivo. Dalla graphic novel al cinema, un percorso artistico che ha unito ricerca, femminismo, battaglie contro il regime



Addio a Marjane Satrapi, regista di Persepolis e Pollo alle prugne


«La ragazzina che vedete nel film e che crescendo diventerà la giovane donna che ero io quando ho lasciato il mio Paese, a ventitré anni, oggi non avrebbe mai lasciato l’Iran ma sarebbe scesa in strada, avrebbe combattuto, forse avrebbe perso un occhio. All’epoca noi eravamo così terrorizzati che non ci azzardavamo a parlare. Ma questa nuova generazione non è spaventata, quel muro di paura è stato abbattuto. Adesso la paura è dall’altra parte, sono loro ad avere paura di noi e fanno bene a essere spaventati», diceva Marjane Satrapi a Bologna due anni fa presentando la versione restaurata di Persepolis (a cura della Cineteca di Bologna). Quel film, realizzato insieme a Vincent Paronnaud, con le sfumature del bianco e del nero che dall’universo della sua graphic novel graffiavano lo schermo ispirandosi al neorealismo italiano e all’espressionismo, aveva conquistato il Festival di Cannes nel 2007 – premio della giuria – facendo infuriare la Repubblica islamica che aveva accusato l’artista di «dare un’immagine falsa della società iraniana a beneficio delle potenze straniere». Satrapi, come la piccola Marjane protagonista di Persepolis, lei stessa e insieme tante altre donne iraniane e anche di ovunque, non si faceva però intimidire. La sua era la resistenza delle storie che narrava, l’umorismo di fronte all’orrore, quel tono duro e lieve allo stesso tempo, non sottrarsi alla realtà e continuare a cercare le forme e i modi per narrarla mettendo in discussione anche le proprie certezze.

Quando era stato pubblicato in due volumi, agli inizi del Duemila, Persepolis era diventato subito il riferimento di un genere fino allora inedito, l’autobiografia a fumetti. Quel tratto di ombra e di luce, di paura e di felicità raccontava l’infanzia e l’adolescenza di Marji, l’alter ego di carta dell’autrice, ma era anche un documento politico di grande potenza e affermava la presa di parola di un femminile contro le convenzioni della propria rappresentazione. La ragazzina punk e inventiva di Satrapi mette in discussione i barbuti islamici e le suore di Vienna dove adolescente arriva per studiare. Il maschilismo in oriente e in occidente mentre cerca il sogno di un Iran senza dogmi, e come alleata migliore ha la combattiva e caustica nonna la quale della tradizione le insegna la sensualità di profumare col gelsomino la biancheria intima. In un altro suo romanzo grafico, Broderies (2003), un gruppo di donne iraniane di ogni provenienza sociale si ritrovano per un tè e parlano di sesso: interventi chirurgici, superstizioni, tabù religiosi, l’umiliazione, il rifiuto e le assurdità degli uomini in una lunga conversazione che rompe il limite di “dentro” e “fuori” imposto dalla società iraniana al femminile così come una certa immagine dell’Iran nello sguardo dell’occidente.

È la resistenza vitale, inventiva che era Marjane Satrapi, inconfondibile col suo look nerissimo, come i capelli, e le labbra rosso acceso, che le amiche, fra cui Chiara Mastroianni – voce di Marjiane nel film Persepolis – ricordano per la sua gioia. E per quel pensiero libero che affermava nella ricerca artistica e nello stare al mondo, lei che da piccola si immaginava prigioniera politica, e sognava di essere Bruce Lee. Che dall’Europa aveva deciso di tornare in Iran per andare via di nuovo, e per sempre portando con sé l’immagine della madre – di cui parlava spesso – che era svenuta mentre lei stava partendo e che l’aveva fatta studiare per essere libera, in una famiglia colta, laica, con lo zio comunista e del nonno vittime dello scià.

Marjane era nata nel novembre del 1969 a Rasht, sul Mar Caspio, aveva studiato a Teheran, a Parigi, dove era esiliata aveva continuato a studiare arte e, grazie all’amicizia con dei disegnatori che avevano aperto una loro casa editrice, realizza Persepolis – «Mi hanno sempre incoraggiata e sostenuta». Un ’opera con cui appunto inventa una nuova narrazione, e che contiene già quella sua volontà di non rimanere intrappolata neppure in sé stessa. Al cinema, in una filmografia di sei titoli, dopo il successo di Persepolis aveva sempre rifiutato il 2 cercando nuove sperimentazioni possibili. Aveva declinato le proposte blockbuster Usa per confrontarsi con materiali molto diversi, sempre insieme al suo compagno, lo sceneggiatore e attore Mattias Ripa, e al di là degli esiti la scelta afferma comunque il desiderio di tracciare una propria strada. Così dopo Persepolis arriva Poulet aux prunes [“Pollo alle prugne”] (2011) anch’esso legato a una sua graphic novel e realizzato insieme a Paronnaud – nel quale narra l’Iran degli anni Cinquanta attraverso la figura di un musicista, con degli attori – nel cast ci sono Mathieu Amalric e Golshifteh Farahani – e in un décor stilizzato di studio. A questo seguono La bande de Jotas (2012) un omaggio al cinema di genere girato in Spagna, con lei stessa e Mattias Ripa nel ruolo dei protagonisti; The Voices (2014), un horror schizofrenico, che è anche il suo primo lungo in lingua inglese, interpretato da Ryan Reynolds; Radioactive (2019) sulla figura di Marie Curie e Paradis Paris (2024), un film corale che la riporta a girare in Francia.

Ma è sempre lei, è sempre Marjane, che nei mesi della rivoluzione esplosa in Iran dopo l’omicidio di Mahsa Amini cura il progetto Donna, vita, libertà (Rizzoli Lizard), una raccolta di quasi 300 pagine, di cui 192 tavole disegnate, su cui hanno lavorato quattro fumettisti iraniani e tredici provenienti dall’Europa e dall’America, insieme a un politologo, un giornalista e uno storico, tutti esperti di Iran o di origini iraniane, schierandosi senza esitazione con il movimento. E che lo scorso anno aveva rifiutato la Legion d’onore francese non “contro” la Francia ma come gesto di critica verso la politica francese «ipocrita» nei confronti dell’Iran, e il suo mancato sostegno a chi lottava contro il regime, gli artisti, i dissidenti, ai quali si rifiutava persino il visto per rifugiarsi sul suo territorio.

Marjane Satrapi adesso se ne è andata, nel comunicato che ne ha annunciato la morte i famigliari hanno scritto che è morta «di dolore dopo la perdita dell’amore della sua vita», Mattias Ripa. Come che sia questo morire di tristezza in qualche modo le appartiene, era già la storia di Pollo alle prugne, dove il protagonista si lascia morire quando la moglie distrugge il suo prezioso tar [strumento musicale a corde, ndr] che non potrà mai sostituire perché racchiude un segreto che lo ha accompagnato per sempre, quello di un amore perduto nelle violenze di regole sociali che condannano all’infelicità.

Alchimistadel fantastico, Satrapi nei suoi frammenti di memoria tesse la trama dei sentimenti calpestati insieme a un’altra parte di storia iraniana che riguarda l’America e le ingerenze della vita politica del paese – il colpo d stato nel ’53 e il ritorno dello scià, non un’autobiografia ma nuovamente una storia e un sentire condivisi. Perché era questa la sua scommessa e il suo desiderio, un’arte legata all’esperienza ma che sapesse dire di tutti, che fosse una voce e uno spazio comuni. Mantenendo la gioia del desiderio e il piacere della rivolta. Punk is not dead.


(il manifesto, 5 giugno 2026)

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