di Antonia De Vita
Ho conosciuto Luisa Muraro da adolescente, grazie alle mie insegnanti femministe che erano impegnate attivamente nel Centro Documentazione Donna di Foggia. Loro stavano vivendo quella straordinaria stagione del movimento politico delle donne, che tra gli Ottanta e Novanta gettò le basi del pensiero della differenza sessuale in Italia e che vedeva in Luisa Muraro e nella Libreria delle donne di Milano un punto di riferimento indiscusso.
Mi appassionai così tanto all’opera collettiva della Libreria delle donne di Milano Non credere di avere dei diritti e poi ai primi testi di Diotima, che andai a studiare a Verona per avere Luisa come maestra. Nel frattempo, prima di approdare a Verona, la conobbi a Roma al Centro Virginia Woolf e mi fece subito piangere, perché a differenza del tono dolce e incoraggiante che aveva avuto nel nostro carteggio, lì fu dura e poco accogliente. Inoltre, conobbi in quell’occasione un’umanità femminile per me prima sconosciuta. Donne singolari, stravaganti, anticonformiste, che dicevano cose strane, tutte ammassate nella stessa sala e estremamente interessate a quanto stavano pensando e discutendo assieme. Si percepiva che stavano facendo qualcosa di molto importante assieme. Ho capito in quella stanza il sentimento e le emozioni che devono essere comuni alle rivoluzioni: c’era un senso di partecipazione straordinario, un esserci in prima persona che brillava.
Nonostante le lacrime dell’adolescente che ero allora, la passione per la filosofia femminista che Luisa incarnava mi portò all’Università di Verona dove fui la sua prima laureata e la “sua cavia”, diceva scherzando.
L’università che ho vissuto e condiviso con intensità negli anni della mia formazione con lei è stata un’università originale, estremamente appassionante (e faticosa), formativa e trasformativa. Un’università «messa sottosopra da quel partire da sé» che lei riusciva a creare in una straordinaria combinazione di capacità teorica e filosofica e valore dell’esperienza. Un circolo ermeneutico che illuminava le aule a giorno e ci rendeva tutti più intelligenti e più capaci di ogni cosa. In quel periodo ci fu un investimento importante e reciproco nelle relazioni tra lei – assieme alle altre docenti di Diotima – e noi studentesse. Relazioni che sono diventate creative e inventive di diverse situazioni e contesti (Scuoletta di filosofia poi diventata Scuola di scrittura, Laboratorio tesi, Movimento di Autoriforma della Scuola e dell’Università), che mi hanno fatto assaggiare un sapore che non ho più voluto perdere e che è tuttora rappresenta il senso irrinunciabile del mio essere docente all’università: il gusto della relazione, della partecipazione e dell’esserci a partire da sé.
Tra le situazioni e i contesti creati assieme, mi piace ricordare il Laboratorio tesi, uno spazio informale di incontro e dialogo attorno alle tesi di laurea che, peraltro, ha avuto una lunghissima vita grazie a Chiara Zamboni e a Wanda Tommasi e che ancora vive come pratica stabile nella nostra università. Le tesi, come esercizio di pensiero in relazione con Luisa, erano diventate per noi, sue seguaci e accolite, un’esperienza amorosa, emotiva e affettiva assai intensa. Parlavamo delle nostre ricerche su Carla Lonzi, su Margherita Porete, su Luce Irigaray, su Emily Dickinson, come delle nostre relazioni sentimentali più coinvolgenti. Nei lunghi pomeriggi o nelle serate passate a casa dell’una o dell’altra, tra flusso di coscienza ininterrotto, intuizioni che ci sembravano geniali e rivoluzionarie, un appunto da fissare urgentemente su un quaderno e un piatto di pasta, la vita si intensificava meravigliosamente.
Ora sento una nostalgia pungente di ciò che è stato. E di ciò che non è mai stato e non sarà più.
Ciao Luisa, con gratitudine.
(L’imprevista, 17 giugno 2026)

