19 Giugno 2026

Per Luisa Muraro

di Riccardo Fanciullacci


Ero così triste per la morte di Luisa Muraro che non sono proprio riuscito a prendere la parola durante la cerimonia funebre celebrata in Libreria delle donne, lunedì scorso. Ascoltando le testimonianze e i ricordi raccontati da quelle che hanno parlato, sentivo la mia memoria come svuotata. Affioravano in me immagini e parole di Luisa, ma come prive di consistenza. Un solo pensiero continuava ad imporsi: Luisa non c’è più. E la realtà, presente e passata, colava via.

A un certo punto, però, sono rimasto impigliato in un ricordo di tanti anni fa. Luisa era stata invitata a un festival a Reggio Emilia e aveva chiesto che fossi io a presentarla nella piazza dove doveva intervenire. Qualche giorno prima, usando un tono scherzoso per mascherare la mia preoccupazione, le dissi: “È un po’ strano doverti introdurre. A meno di non dire: è con noi Luisa Muraro, che non ha certo bisogno di presentazioni!”. Con quel suo tono serio che spesso nascondeva l’ironia, mi rispose: “No, no, mi devi presentare come Dio comanda!”. Questa battuta mi liberò dalle esitazioni e mi mise al lavoro. Non era stato pubblicato da molto Al mercato della felicità, dove Muraro riprende la figura elaborata da George Eliot delle “sante Terese fondatrici di nulla” e la sviluppa in modo così meraviglioso da porla all’altezza delle più indimenticabili figure della Fenomenologia dello spirito, come la coscienza infelice. Mi riallacciai a quelle pagine per dire che invece Luisa, oltre che una filosofa, è stata una fondatrice. È riuscita ad esserlo molte volte. Vita Cosentino lo ha raccontato benissimo nel suo contributo al volume, appena uscito: Come quando si accende una luce. Pensare con Luisa Muraro. Quel giorno a Reggio, cercai di ragionare sul perché questo atto, in cui si dà vita a qualcosa che possa durare, sia oggi così difficile da apparire quasi favoloso.

Lunedì scorso, anche questo discorso sulle fondazioni, che Luisa aveva tanto apprezzato, mi si è sgretolato tra le mani, corroso dalla tristezza. Mi è venuta in mente quell’osso di seppia in cui Montale scrive del momento “che rovina l’opera lenta di mesi” e in cui “chi ha edificato sente la sua condanna”. Di nuovo le tenebre.

Ma allora perché tutto quell’episodio mi si è ripresentato alla mente? Nascondeva un bandolo che potevo tirare? Chissà come faceva Luisa a trovare sempre il filo giusto! Forse i suoi occhi lo vedevano luccicare. L’unico bagliore che lunedì ho intravisto in quell’episodio era nella formula: “Come Dio comanda”. De profundis, invocavo una parola efficace. Una parola che sapesse misurarsi con quel “non c’è più”, senza edulcorarlo, ma senza neppure darne per scontato il significato. Questo tipo di parole, le parole della spiritualità, che sono simboliche in un senso più intenso di quello per cui lo è qualunque parola, Muraro le sapeva ascoltare. E poi le sapeva far ascoltare. Non smetterò mai di ammirarla per questo: il coraggio e la lucidità con cui ha capito, non già che la materia non basta, ma che per tenersi veramente vicini alle radici terrestri e corporee della vita singolare e collettiva, compreso il mondo del lavoro, occorreva smettere di privarsi delle parole custodite dalla religione, intesa nel senso più ampio, che arriva fino alla mistica. Nel far questo, si confrontava con niente di meno che l’eredità della modernità: non per rifiutarla, ma per ricontrattarla. È stata la sua grande scoperta, lo dice lei stessa: a un certo punto ha capito di poter usare la mistica femminile, che sapeva riconoscere anche al di fuori delle autrici canoniche, per dare alla libertà (innanzitutto femminile, ma senza escludere gli uomini), una profondità letteralmente impensabile entro l’orizzonte della ragione moderna e dunque entro le pratiche istituite da quella ragione, comprese quelle politiche. È iniziato così quel suo lavoro per rendere Dio dicibile in lingua materna. Non un lavoro di invenzione linguistica, ma di ascolto di parole che spesso ci raggiungono chiuse e che lei sapeva aprire per mostrarcene la ricchezza segreta. Non era un’esegesi la sua, né scientifica, anche se sapeva servirsi dei protocolli della scienza, né teologico-confessionale. Era una lettura in risonanza con l’esperienza, ma con l’esperienza di un’anima grande. E così quelle parole tornavano alla vita, si rinnovavano. Apparivano le parole giuste per cogliere i nodi e i movimenti più nascosti della realtà e delle soggettività.

Sono ancora tanto triste per la morte di Luisa. Mi piange il cuore. Parlare della grandezza di quello che ha fatto mi consola, ma poi ricado nel dolore. Però, lunedì, verso la fine della cerimonia, Clara Jourdan ha raccontato che una sera di qualche anno fa, mentre tornavano in auto da Verona a Milano, con altre amiche che facevano parte di un coro, Luisa ha proposto di cantare insieme l’inno Veni Creator Spiritus. Con l’immaginazione, entro anche io in quella macchina. Un’ultima volta con Luisa, che sapeva ascoltare lo spirito.


(www.libreriadelledonne.it, 19 giugno 2026)

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