di Paola Meneganti e Maria Pia Lessi

I nostri ricordi
Ho lasciato trascorrere un pochino di tempo prima di provare a scrivere di Luisa Muraro, che se ne è andata dal mondo mortale lo scorso 13 giugno. Il primo ricordo è legato ai suoi occhi: non tanto lo sguardo, quanto proprio gli occhi, di una trasparenza immediata e cilestrina che mi affascinava. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, quella di Luisa era trasparente e diretta. La ricordo severa – nella sua prima presenza al Centro Donna di Livorno si arrabbiò a causa dell’intervento di una delle presenti, che lamentava la situazione delle donne senza fare alcun scatto in avanti o, al limite, di lato (su questo tornerò). Lei rispose glaciale che un intervento come quello era il contrario della libertà femminile. Non faceva sconti, Luisa. Però la ricordo anche a sghignazzare senza pudore alcuno – con noi che raccomandavamo prudenza! – in occasione di una amara (soprattutto, si percepiva, per i tifosi maschi) sconfitta legata al campionato di basket, una sera, qui in città. Le scene di maschi dolenti per strada e nei locali la divertirono moltissimo e giunse a dire che le sarebbe piaciuto provocarli. La dissuademmo, altrimenti, addio Luisa e addio noi.
Luisa è stata una maestra di pensiero e di pratica politica. Mi sono nutrita, abbeverata alle sue parole e ai suoi scritti, perché lì trasparivano amore per il mondo, per la lingua, per la verità, anzi le verità che molte donne – più donne che uomini, per citare una scrittrice che amava, Ivy Compton-Burnett– andavano scoprendo: la politica sorgiva del femminismo, la rivoluzione simbolica della differenza sessuale e del suo senso libero (mai consegnato a una dimensione organicista!), un pensiero che intendeva fare tabula rasa del millenario, falso universale neutro e che, per giungere a questo, doveva farsi pensiero vivente, pensiero intrecciato alle pratiche e, in primis, alla pratica della relazione, con cui – citando una frase dalla sua vastissima produzione, amorosamente raccolta in una accurata bibliografia da Clara Jourdan – si dà «il soggetto – me – non in posizione di soggetto ma di complemento: trovo me in relazione con gli altri, abitata da ricordi, mossa da desideri. Trovo dunque desideri che mi muovono, ricordi che mi occupano, altre o altri che mi parlano … una pratica di decentramento dell’io, il cui posto viene preso da una pluralità di istanze parziali, in un gioco di rimandi».
È un’indicazione preziosa in tempi in cui la vertigine identitaria si affaccia ovunque, bloccante, fattrice di monoliti accanto a monoliti. E se lo stare nel mondo continua ad essere difficile, per le donne (e non solo), Luisa ci proponeva esercizi simbolici e pratici di libertà: uno per tutti, la schivata. Riporto le parole assai efficaci di Ilaria Durigon: «Nella schivata, intesa come la mossa a lato che fa l’animale quando viene inseguito da un predatore “per uscire dalla traiettoria della fuga-inseguimento ed evitare così di essere preso”, Luisa aveva intravisto una rappresentazione del modo in cui le pratiche politiche del femminismo si erano manifestate nel corso della storia: con un gesto inafferrabile, con una mossa imprevista, con la fecondità imprevedibile degli spostamenti. Con i gesti autorevoli con cui le donne potevano agire dentro alla storia, deviandone il corso. Se il femminismo è nato da una schivata, da un salto in una direzione inedita rispetto a una storia già scritta, allora l’invito di Luisa è un omaggio alla forza dei gesti rischiosi e audaci, all’inoltrarsi coraggioso su sentieri inesplorati, all’elaborazione originale di nuove definizioni, al tentare nuove acrobazie. Al partire da sé senza farsi trovare».
Sapremo essere all’altezza dell’audacia che praticavi e che chiedevi? È ciò che mi auguro, nell’esprimere la mia gratitudine e il mio amore per te, Luisa.
Paola Meneganti
«Luisa Muraro ha dato respiro e forza al mio desiderio di libertà»
Con queste parole ieri Daniela Bertelli ricordava Luisa Muraro e io mi ritrovo completamente in questa espressione per ciò che ha significato anche per me l’incontro con il pensiero e con la presenza di questa nostra straordinaria madre simbolica.
La scoprii negli incontri di presentazione del Sottosopra verde, un testo che lessi come una vera illuminazione in una fase in cui mi aprivo alla maternità, alla professione, alla pratica politica femminista. Vi trovai una concezione della libertà femminile radicalmente diversa da quella che avevo conosciuto fino ad allora: un’esperienza da vivere e da nominare a partire da sé, nel rispetto del desiderio di autenticità, nella relazione con altre donne.
Qualche anno dopo ebbi l’occasione di incontrarla al Centro Donna di Livorno, allora animato da Liliana Paoletti Buti, alla quale oggi il Centro è intitolato, in occasione della presentazione di Non credere di avere dei diritti.
Liliana, docente autorevole e profondamente consapevole del valore del pensiero di Luisa, ci raccomandava di prepararci con cura a quell’appuntamento. Aveva ragione, come al solito, Liliana. Ascoltare Muraro significava lasciarsi interrogare da un pensiero che andava oltre le certezze consolidate e che ci invitava a cercare la libertà nelle relazioni, nella parola, nell’assunzione della propria esperienza e nella capacità di riconoscere l’autorità femminile, oltre il paradigma e l’orizzonte dei diritti. Messaggi per me, giovane avvocata, necessari come l’aria per mantenere il mio desiderio integro in contesti formali e spesso distanti dalle esigenze di giustizia che sentivo così urgenti.
Per me questa scoperta si è intrecciata profondamente con la pratica della relazione tra donne vissuta insieme alle compagne dell’Associazione Evelina de Magistris. È stato grazie a quel tessuto di amicizia, politica, confronto e affidamento reciproco che il pensiero della differenza sessuale è diventato una pratica concreta e trasformativa della mia vita e di quella del gruppo, un modo diverso di stare al mondo, di leggere i conflitti, di fare politica e di costruire legami in ambiti diversi, con soggetti differenti (penso al Centro Donna del Comune di Livorno divenuto oggetto di un patto di collaborazione, un bene comune, ottenuto con impegno, fantasia, tenacia, di cui continuiamo a prenderci cura ogni giorno).
Negli anni la relazione con Luisa si è arricchita grazie agli incontri alla Libreria delle donne di Milano, luogo straordinario di elaborazione politica e simbolica, dove il pensiero di Luisa Muraro trovava una delle sue espressioni più vive, che diverse di noi hanno frequentato in più occasioni, trovando uno spazio prezioso di ricerca e di confronto, anche quando i pensieri erano diversi.
A questo si è aggiunta la lettura di Via Dogana, nelle sue diverse fasi, e dei suoi libri. Penso in particolare a Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista, che tanto mi ha donato per l’amore che nutro verso le figure delle mistiche e delle donne che, nei secoli, hanno cercato parole e forme di libertà fuori dagli ordini costituiti. Alcune di noi hanno adottato l’espressione “Che Guglielma ci protegga” per sostenerci in momenti scabrosi…
Mi hanno sempre colpito la capacità di Luisa di tenere insieme interiorità e politica e la sua attenzione alla felicità come dimensione profondamente politica. Una felicità che nasce dalla fedeltà al proprio desiderio, dalla ricerca della verità di sé e dalla qualità delle relazioni. Parole più attuali che mai, in momenti bui e aridi come questi.
In Momenti di felicità ebbi anche la sorpresa e l’onore di trovarmi citata per aver richiamato, in una relazione di difensora civica, il suo pensiero: «Tenere insieme politica e felicità… L’ignorarsi reciproco di felicità e politica è una specialità borghese e maschile… Quello che le pratiche femministe hanno cercato di realizzare è la circolazione del vissuto attraverso tutto lo spessore dell’esistenza, dal più intimo al più pubblico…». Quelle parole hanno continuato ad accompagnarmi in ogni mio impegno.
Guardando oggi a questo percorso, riconosco il filo che lega il Sottosopra verde, il Centro Donna di Livorno, la Libreria delle donne di Milano, l’Associazione Evelina de Magistris e gli scritti di Muraro sulla felicità come il filo della libertà femminile, che prende forma nelle relazioni tra donne, nella capacità di dare autorità alla propria esperienza, nel riconoscimento reciproco e nella pratica condivisa della cura del bene comune
Un filo che ancora oggi dà respiro e forza al nostro desiderio di libertà.
GRAZIE, LUISA
Maria Pia Lessi
Il ricordo di Laura Colombo pubblicato sul sito della Libreria delle donne di Milano cliccando qui https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/per-luisa-muraro-morta-il-13-giugno-2026/
Il ricordo di Ida Dominijanni pubblicato su Il Manifesto cliccando qui https://ilmanifesto.it/luisa-muraro-come-quando-si-spegne-una-luce
Ci piace qui ricordare attraverso la testimonianza di Paola Meneganti la prima volta in cui Luisa venne al Centro Donna: era l’estate del 1987 e, all’interno di una serie di eventi dal titolo “La grande avventura della libertà femminile”presentò insieme a Cristiana Fischer, il libro, scritto a più mani dalle donne della Libreria di Milano, Non credere di avere dei diritti, al seguente link http://www.evelinademagistris.org/wp-content/uploads/2026/06/Presentazione-libro-Lib-1.pdf
(https://www.evelinademagistris.org/2026/06/17/luisa-muraro-nelle-nostre-vite/, 17 giugno 2026)

