di Laura Colombo
Diceva che lei andava in Internet come sua madre andava a Monte Berico. Ogni due mesi, a Vicenza, la madre annunciava che doveva salire al santuario, quella chiesa barocca sul colle dove c’è una Madonna grande che apre le braccia e sotto il manto si rifugia la città intera. Un divertimento autorizzato delle donne, lo chiamava Luisa Muraro, e insieme il resto di una religione molto più vecchia del cristianesimo. Di sé raccontava la stessa cosa, con uno spostamento: ogni tanto vado in Internet. Solo che, aggiungeva subito, non è l’Internet nella sua generalità, è il sito della Libreria delle donne.
In questa immagine a ben vedere c’è quasi tutto. C’è la madre e una genealogia di donne che passa per la madre. C’è il sacro fatto scendere nella cosa quotidiana, il pellegrinaggio che diventa un giro in rete. C’è soprattutto il rifiuto del generico. Era questo, in fondo, il suo modo di pensare. Mai l’idea per l’idea, mai la categoria astratta, sempre questa cosa qui, questa persona, questo posto, questo libro. La filosofia, per lei, non era il pensiero che si fonda da sé, da una tabula rasa, ma un pensiero che sa di essere nato, che viene al mondo da un’altra, come noi.
Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno, alla vigilia degli ottantasei anni: era nata a Montecchio Maggiore il 14 giugno del 1940 e ha smesso di vivere il giorno prima del suo compleanno, una di quelle ironie della sorte che avrebbe apprezzato. Con lei viene meno una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Pensatrice, non solo pensatrice femminista, perché il suo femminismo non ha aggiunto un capitolo sulle donne alla filosofia, ha spostato il luogo da cui si pensa, mettendo al centro la differenza sessuale e con essa l’esperienza, la relazione, la lingua materna, l’autorità femminile. In piena pandemia aveva smesso di dire andare avanti, parola del resistere, della tenacia, in fondo delle magnifiche sorti e progressive, e lei, che leggeva Leopardi come un grande pensatore, non ci credeva. Preferiva andare più a fondo nel presente.
Per capire da dove le venisse, conviene andare alla cucina di quando era bambina. Tra il ’45 e il ’46 tornavano gli uomini dai campi di lavoro forzato. Lei si ricordava di uno che era arrivato con un pezzo di pane conservato come una reliquia. Aveva bisogno di raccontare, di essere ascoltato e stava lì in mezzo a loro bambini stupefatti con quel pezzo di pane in mano, mentre la madre doveva sbrigare i suoi lavori e lo ascoltava educatamente, e poi lo compativa. Parola ambigua, diceva lei. Quell’uomo non è stato ascoltato come avrebbe meritato. La storia, in quello che aveva di stonato, le si è impressa proprio come una mancanza di ascolto. E tutto il suo lavoro, poi, è stato un tentativo di tendere l’orecchio a chi non è stato sentito.
Quando, anni dopo, nei gruppi di autocoscienza le donne presero a parlare e a ricevere attenzione le une dalle altre, lei riconobbe una pratica: una raccontava una cosa dolorosa, le altre ascoltavano e quella vicenda che pareva cancellata tornava a risuonare nell’ascolto. È lì che ha capito di non essere interessata alle parole che sostituiscono la realtà e ha imparato a ricercare quelle che permettono di avvicinarla: a interrogare continuamente il luogo da cui parliamo, a partire da sé e dalla propria esperienza, a cercare parole fedeli a ciò che si vive senza farsi trovare là dove il linguaggio dominante ci vorrebbe; a diffidare delle astrazioni che si allontanano dalla vita e a riconoscere che il pensiero nasce nelle relazioni, nelle pratiche, nell’esperienza condivisa.
Da questa pratica è nato, nel 1976, il suo libro La Signora del gioco sulla caccia alle streghe. Ha preso gli atti dei processi, le trascrizioni delle testimonianze e si è messa a cercare le voci delle donne: da quelle carte veniva fuori che non erano solo vittime inerti. Luisa Muraro ha restituito la voce a chi una voce ce l’aveva avuta. È il massimo di fecondità, diceva, perché la pratica politica non le dava i contenuti ma il modo di procedere nella ricerca.
La Libreria delle donne di Milano, che ha contribuito a fondare nel 1975 insieme a Lia Cigarini e altre, è prima di tutto un luogo fisico e Luisa Muraro è stata la prima libraia, supplente, in attesa che ne arrivasse un’altra. Ha tirato su lei la saracinesca, la cler come la chiamano a Milano, perché altrimenti, prese com’erano dalle loro discussioni appassionate, non l’avrebbero aperta mai: a un certo punto bisognava pur cominciare. La Libreria è stata per lei anche un guadagno personale. Da giovane, in una tensione di emancipazione di cui era appena consapevole, leggeva soprattutto uomini. Ricorda di avere avuto in mano Orgoglio e pregiudizio e di averlo scartato perché scritto da una donna. È stato rifornendo gli scaffali della Libreria che le si è aperto il vasto panorama della letteratura femminile e Lia Cigarini fece per lei quello che la professoressa di scuola non aveva fatto, le disse che Jane Austen era una grandissima scrittrice.
Con l’università il rapporto è stato di lunga, lucida distanza. Avrebbe potuto fare carriera (il suo professore della Cattolica, Bontadini, la difese in pieno Senato accademico quando, dopo le occupazioni, gli altri volevano liberarsene) e invece è rimasta ricercatrice tutta la vita. Qualcuna trovava scandaloso che Luisa Muraro non fosse ordinaria; qualcun’altra ci vedeva un segno tangibile della differenza tra autorità e potere. Lei la metteva più semplice. Diceva: amo Diotima, la comunità filosofica femminile che aveva fondato nel 1984 con Chiara Zamboni e altre, amo gli studenti e le studentesse che mi vengono affidati, amo lo studio, amo la ricerca; ma l’istituzione accademica non la tengo in simpatia.
Le lettrici, per lei, erano la condizione stessa dell’esistere di un libro e forse della sopravvivenza di chi lo scrive. Non penso indipendentemente dalla scrittura, diceva: le intuizioni venivano prima, luminose, intense, ma è scrivendo che il pensiero si articola. Era un bisogno quasi fisiologico e lei era una che scriveva sempre. Un’altra parte importante del suo rapporto con la scrittura era aiutare le altre a dire meglio, a tirar fuori una cosa che sentivano importante e non riuscivano a esprimere. E molte ne hanno beneficiato, io per prima. Sognava una scuola di scrittura e l’ha fatta davvero: dal 2007 fino al Covid che l’ha interrotta nel 2020, ha tenuto con Clara Jourdan una Scuola di scrittura pensante, perché meglio si scrive e meglio si pensa e perché quello che si dice sia vero e possa interessare anche altri. Scrivere come obbedienza alla lingua, conoscenza di sé e presenza al mondo, le tre cose in circolo. Era il suo dono e la sua pratica: il lavoro per la dicibilità, perché quello che è sia dicibile.
(Doppiozero.com, 23 giugno 2026)

