di Annalena Benini
Alcuni anni fa, una sera di quasi estate, bella come queste sere in cui la luce diventa dolce prima di andarsene, mi trovavo alla Libreria delle donne di Milano insieme a un’amica scrittrice, Gaia Manzini: parlavamo in pubblico di un’antologia, un libro che ho curato, ma in particolare parlavamo di invidia. Che cos’è e quanto è feroce l’invidia di una donna verso un uomo, verso il suo talento, a partire da un formidabile racconto di Kathryn Chetckovich, che si intitola appunto “Invidia”. Lei è la compagna di un implacabile Jonathan Franzen, incontrato a un ritiro per scrittori, dove ognuno scrive le proprie paginette con grande fatica, compresa lei, ma dopo qualche mese d’amore lui le chiede la gentilezza, la condivisione, la pietà di leggere un po’ di pagine in cui proprio non sa come districarsi. O forse, infido, sta preparando il suo trionfo. Quelle pagine sono bellissime, sono Le correzioni, e Chetckovich sente una fitta d’invidia e di frustrazione, uno sconvolgimento che non farà che crescere mano a mano che Franzen chiuderà le bozze e la porterà a festeggiare a cena con l’agente entusiasta che rivolgerà la parola soltanto a lui, trattandolo come un genio. Lei è la fidanzata del genio.
L’invidia la porterà a dirsi segretamente, l’11 settembre 2001 a New York,mentre guarda i notiziari e piange il disastro: forse adesso non gliene fotteràpiù a nessuno di quel cazzo di libro. In realtà passa una settimana e di nuovotutti parlano di quel cazzo di libro appena uscito. A questo punto di solito ilpubblico ride, anche imbarazzato pensando alle proprie inconfessabiliinvidie, e alla Libreria delle donne ridevamo, parlando anche dell’invidiadelle donne verso le donne, divertente sì, ma quanta fatica e quante piccolepugnalate alle spalle, quanto è difficile ammettere che non ne siamo immuni,e che coraggio Chetckovich a raccontarla così precisamente, cosìdisperatamente. In quel momento è entrata nella stanza Luisa Muraro, chenon avevo mai incontrato di persona e che non avrei incontrato di personamai più. Tra noi solo qualche breve telefonata, una delle quali per dirmi chein un articolo le avevo dato dieci anni in più e insomma era ancora presto,no? Entrò e disse, a noi che ridevamo: ma ricordatevi che l’invidia è unsentimento sacro.
Perché prevede il riconoscimento dell’altro e della sua forza, che è ilcontrario della negazione, è il contrario della svalutazione. E porta con séuno slancio verso l’alto, verso quel libro così bello, verso quella poesia chenoi non siamo riuscite a scrivere, verso quella mente così creativa, versoquell’amicizia così fruttuosa. In un minuto, con un bicchiere in mano, LuisaMuraro ha sconfessato Aristotele e parecchi altri, e ha mostrato che cosasignifica: pensare veramente. Pensare da capo, pensare di nuovo. Tra l’altrosi dovrebbe riuscire a tenere distinte l’invidia e la gelosia, due condizionimolto diverse ma usate spesso nella stessa accezione. Luisa Muraro entrò,disse quella cosa sull’invidia e uscì. Uno spostamento d’aria, niente di più.Una cosa preziosa totalmente regalata. Da allora faccio molta attenzione aglispostamenti d’aria, a questa capacità di illuminare una stanza con pocheparole nuove. Lei, femminista, madre e maestra del pensiero sulla differenzasessuale, da qualche tempo non parlava più, non spostava più l’aria intorno.Ma ho letto in un bellissimo articolo di Ida Dominijanni sul manifesto,qualche giorno fa, che questa mossa era tipica di Luisa Muraro. Lei stessa lachiamava: la mossa della schivata. “Cambiare improvvisamente traiettoria,non farsi trovare dove sarebbe prevedibile trovarsi, aggirare l’ordine deldiscorso dato, guardare le cose da un punto di vista decentrato, aprire unaprospettiva imprevista e accendere una luce dove prima era buio”.
Quando ho letto nel 2011 il suo libro Non è da tutti, L’indicibile fortuna dinascere donna (compratelo, in libreria si trova, edizioni Carocci), ho avutoquella precisa sensazione: qualcuno che bruscamente, ma senza agitazionealcuna, accende una luce in una stanza buia, o apre la finestra e fuori c’è ilsole. Quell’idea di femminismo che va molto oltre la parità, che se ne fregadella parità, perché guarda alla generazione di un senso libero di quello cheuna donna è e può diventare per se stessa, in relazione con altre e altri,indipendentemente dalle costruzioni sociali della sua identità.L’unico modo di essere davvero libere, del resto, è proprio questo dicambiare piano, spostarci di lato, non farci trovare dove si credeva chefossimo, non arroccarsi da nessuna parte, né su una montagna né su unsassolino. Né su una parola vecchia né su un pensiero che sembra nuovo.Accendere la luce, e poi uscire a fumare.
E così adesso, grazie a Luisa Muraro, posso dire liberamente con quantagioia invidio chi come lei ha saputo trovare le parole, le metafore e anche laposizione giusta per stare al mondo senza averne paura. Senza temere dinon trovarmi mai nel posto in cui gli altri si aspettano di trovarmi, ma anzicon il piacere della sorpresa, dello scarto di lato, dell’uncinetto come dicevalei: qualcosa che eccede il confronto con gli uomini, qualcosa diincomparabile. Con la consapevolezza dei conti che non tornano e chel’amore con l’amore si paga, come canta Ivano Fossati, come dicevano milleanni fa le modernissime mistiche ammirate da Luisa Muraro, perchéchiacchieravano con Dio, dandogli del tu, e perché non la facevano poi tantolunga nel promettersi la vita: loro passavano direttamente a vivere.Luisa Muraro ha acceso la luce, e poi è uscita a fumare.
(Il Foglio Review n. 52, 27 giugno 2026)

