15 Luglio 2026
Il Fatto Quotidiano

Ida Dominijanni: “L’ossessione per la Russia nemica snatura l’Europa: la sinistra lo dica”

di Tommaso Rodano


«Siamo partiti da un riarmo che doveva essere europeo e soltanto difensivo. Poi si è trasformato in un riarmo nazionale e in un sostegno all’Ucraina anche offensivo. Oggi si aggiunge un altro tassello: la costruzione di una minaccia russa permanente». Ida Dominijanni, giornalista e saggista, voce storica del femminismo italiano, usa un termine specifico: “costruzione”.

Crede che lo spauracchio di Putin sia stato creato dall’Occidente in modo volontario?

Non dico questo. Ma parlo di “costruzione” e “minaccia permanente” perché è stato deciso in modo lampante di entrare in una prospettiva di guerra definitiva con la Russia, calda o fredda che sia. E ascoltando quello che si dice sul riarmo, mi sembra molto più calda che fredda. La minaccia esiste, ma è stata largamente costruita.

Quando comincia questo processo?

Naturalmente l’invasione dell’Ucraina del 2022 è stata un atto in aperta violazione del diritto internazionale, anche se Putin non è stato certo un innovatore, penso ad esempio agli Stati Uniti in Iraq nel 2003. Quell’invasione si è poi saldata con la strategia di Biden di contrapporre democrazie e autocrazie, una lettura già allora discutibile e che oggi, con Trump – un leader dai tratti autocratici nato dentro una democrazia – perde completamente di senso.

È una strategia irreversibile?

Se si legge la dichiarazione finale dell’ultimo vertice Nato di Ankara, la Russia viene descritta come una minaccia di lungo periodo, quasi permanente. Ripeto: significa concretizzare una nuova guerra fredda. È una prospettiva che andrebbe motivata molto meglio. Io, da cittadina europea, vorrei sapere esattamente in cosa consiste questa minaccia. Non mi basta sapere che i Paesi baltici o quelli nordici si sentono esposti. Vorrei dati precisi, specifici.

Lei vede anche una contraddizione nel racconto pubblico sulla Russia.

Da una parte ci viene detto che Mosca sarebbe pronta a invadere l’Europa; dall’altra che fatica ad avanzare in Ucraina. Le due narrazioni non stanno insieme. Mi sembra un dibattito molto ideologico, popolato di fantasmi. Sulla Russia influisce ancora, forse, un immaginario che riguarda l’Unione Sovietica, l’anticomunismo. Naturalmente pesa anche il giudizio, che condivido, su Putin. Ma trasformare la Russia nel nemico strategico permanente dell’Europa è un salto che mi pare davvero poco motivato.

L’Unione europea era nata come progetto di pace. Si è votata ad altro.

C’è certamente un cambiamento del senso comune europeo. Oggi la vocazione pacifista europea sembra aver lasciato il posto al ritorno della deterrenza. Ma la deterrenza era un concetto del Novecento: apparteneva a un altro mondo, che oggi non esiste più.

In questa corsa bellica ha un ruolo decisivo anche la spinta economica dell’industria militare?

Certo. Oltre alle ragioni geopolitiche e ideologiche, ci sono interessi molto concreti. L’Europa attraversa una crisi industriale, è in ritardo sulle grandi sfide tecnologiche e il riarmo diventa un tentativo di rispondere ai problemi dell’economia. Ma è una scelta che inevitabilmente comprimerà il welfare e i servizi essenziali.

La discussione divide il centrosinistra italiano.

Su questo tema, da elettrice, pretenderei una vera discussione pubblica, che finora non c’è stata. Forse non ci metteremo mai d’accordo sulle cause della guerra, ma almeno dovremmo discutere delle prospettive. Qual è la strategia europea nei confronti della Russia? Io non l’ho capito. La sinistra europea continua a muoversi dentro uno schema ereditato dall’amministrazione Biden, ormai anacronistico. Servirebbe una proposta autonoma. E credo che proprio l’Italia, per la sua tradizione politica e culturale, avrebbe la responsabilità di promuovere una discussione aperta.

Questo dibattito a quali conclusioni dovrebbe aspirare?

Tre punti. Contenere il riarmo entro ciò che è necessario a una difesa comune. Riaffermare l’Europa come forza di pace. E tornare allo spirito della nostra Costituzione, che ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Perché le armi non si accumulano per tenerle nei magazzini: prima o poi vengono usate.


(Il Fatto Quotidiano, 15 luglio 2026)

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