17 Luglio 2026
il manifesto

Maria Lai, un’affabulatrice di precipizi incantati

di Arianna Di Genova


Al museo Madre di Napoli, fino al 21 settembre, Maria Lai. Essere è tessere, la personale dedicata all’artista sarda a cura di Mónica Amor e Carlos Basualdo, in collaborazione con l’Archivio e la Fondazione Maria Lai


Cucire le storie del mondo, quasi sempre riflesse in un microcosmo che si fa universale come Ulassai, luogo d’origine e di partenza verso l’altrove (una vera “Stazione dell’arte” mobile e ventosa, costellata di connessioni e reticoli di memoria), per Maria Lai ha significato anche sfilare e sfrangiare le mappe, ridisegnare i confini sovvertendo una cartografia del dominio che lei sapeva ricondurre a un ordito di libera immaginazione. Non è un caso, quindi, che la mostra personale al museo Madre di Napoli dedicata all’artista sarda, Maria Lai. Essere è tessere, inauguri il suo percorso proprio con una Geografia in cui un mappamondo appena imbastito mantiene intatta la sua geometria a scacchiera di meridiani e paralleli, ma “perde” i continenti per divenire un anarchico pianeta della fantasia, tutto ancora da “scrivere”, con civiltà prossime venture. A cura di Mónica Amor e Carlos Basualdo, in collaborazione con l’Archivio e la Fondazione Maria Lai, avvalendosi di un progetto di ricerca di Giulia Brandinelli, l’esposizione procede per isole tematiche, creando una sorta di felice arcipelago visivo che permette di navigare intorno a questa filosofa del rammendo riparativo di storie smarrite e del «rammentare», nel senso di riportare alla mente, in questi tempi di oblio persistente. Nata nel 1919 e scomparsa nel 2013, a novantatré anni, Maria Lai ha avuto in sorte una lunga vita disseminata di dolori e leggende – un’infanzia cagionevole in adozione dagli zii, l’isolamento per le numerose malattie, gli studi condotti in ritardo, l’apprendistato con il maestro Salvatore Cambosu, l’abbandono della Sardegna alla volta di Roma, l’Accademia con Mazzacurati, poi Venezia con lo scultore Arturo Martini, il rientro «a casa» su scialuppe di salvataggio imbarcandosi nel golfo di Napoli, la morte violenta del fratello e quella dello sfortunato altro fratello, Gianni, per un incidente aereo. Sarà questa sedimentazione esistenziale a imprimere le sue opere, i telai – vera messa a nudo del processo creativo senza infingimenti – i collage di mare e terra, i libri scuciti dove le parole cercano janas, api curiose e caprette abbarbicate sulle rocce. «Niente mi avrebbe distolto dal mio pozzo», sosteneva, intendendo di essersi votata all’esercizio della disciplina interiore, a volte aspra eppure necessaria. Da bambina, aveva anche provato la vertigine della vita aerea, sospendendosi nel vuoto insieme ad alcuni gitani acrobati che si erano fermati nel paese dove abitava con i suoi zii. Ma poi aveva preferito tornare alla terra, anzi alla misteriosa energia ctonia della montagna. Nel 1981, con la performance comunitaria di Legarsi alla montagna (in mostra un filmato ne dà ampia testimonianza), Maria Lai aveva voluto fare «qualcosa per i vivi» – le avevano chiesto di realizzare un monumento per i morti ma lei aveva rovesciato la commissione – riconnettendosi al cuore pulsante di Ulassai. Srotolò insieme agli abitanti ventisette chilometri di nastro azzurro con cui unì le porte delle case e le “ancorò” al Monte Gedili. C’erano fiocchi e pani tradizionali a ritmare il nastro in segno di riappacificazione e fine delle faide interne tra famiglie. Proprio quei pani che diventeranno poi sculture e che Lai ha sempre detto di essere stati un’intima materia da cui imparare, «la prima accademia d’arte furono le donne di casa che facevano il pane con quelle loro mani svelte». E quando guardava la nonna rammendare le lenzuola, inventava storie su quelle “cicatrici” di fili che si aggrovigliavano. Maria Lai, fra il tessere, l’impastare e il vivere ludico che si fa coscienza (come nel suo Il gioco del volo dell’oca, riprodotto in una stanza tutta per sé del Museo Madre) ha scelto di radicarsi nell’universo femminile, nelle pratiche incantatorie e in quelle domestiche delle sue antenate e del suo stesso privato, tracciando sentieri di fili, terracotta, pietra, stoffa, pane e legno che conducessero a un’infanzia collettiva, dove il senso privilegiato non è la vista che apre le porte al raziocinio, ma il tatto che permette di accedere a una dimensione più selvatica e meno addomesticata. In una stanza del museo, sono raccolti i disegni, così come poco oltre le sue sculture debitrici al ruvido Martini: animali e paesaggi che poi sfoceranno in quelle caprette stilizzate e in fila indiana che lei regalò alle tessitrici di Ulassai per ricamarle sui loro arazzi e tappeti. «Aveva ragione mio padre a dire che ero una capretta ansiosa di precipizi», raccontava nelle interviste.


(il manifesto, 17 luglio 2026)

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