2 Agosto 2026
L’Altravoce il Quotidiano

Le madri tunisine aspettano ancora

di Franca Fortunato


Le madri tunisine aspettano ancora. Aspettano ancora che le loro figlie e i loro figli, partiti e scomparsi, tornino a casa, vivi o morti. Aspettano una loro telefonata, un messaggio per porre fine all’angoscia, all’attesa e al dubbio. Li cercano nei CPR italiani (centri di permanenza per il rimpatrio), carceri dove vengono rinchiusi migranti che non hanno commesso nessun crimine.    Aspettano giustizia e verità per se stesse e per loro. Aspettano e non si rassegnano al lutto, alla perdita. Non si chiudono nel silenzio dell’attesa. Come le Madri de Plaza de Mayo hanno trasformato il dolore individuale in lotta collettiva, in consapevolezza politica. Ma se le Madri argentine hanno consacrato la loro vita nel chiedere giustizia e verità per i 30mila giovani desaparecidos, loro figlie e figli, fatti sparire dalla Giunta militare, le madri tunisine chiedono giustizia e verità alla “democratica” Europa e ai suoi Paesi che in questi anni con le loro politiche anti-migranti hanno trasformato il Mediterraneo in un cimitero e disumanizzato chiunque arriva. Contro di loro hanno alimentato odio e cavalcato paure. Hanno eretto muri in terra e in mare, hanno ostacolato gli interventi di salvataggio delle Ong, favorendo così le morti in mare. Le madri tunisine aspettano e intanto lottano, dentro e fuori la Tunisia, contro le campagne anti-migratorie, il razzismo e la xenofobia. Lo fanno con la loro “Associazione delle madri di migranti scomparsi” (Association des Mères de Migrants Disparus), fondata nel 2016 da una di loro, Fatma Kassraouin, e accoglie anche madri del Senegal, del Camerun e di altri paesi del Maghreb. Fatma aspetta il ritorno del figlio, Monsar, che nel 2011 a 26 anni, durante le primavere arabe lasciò il Paese senza dirle nulla, per non darle un dolore. Pensava di chiamarla una volta arrivato in Italia e invece, è scomparso. La madre e la sorella*, oggi presidente dell’Associazione, lo cercano e lo aspettano ancora, nonostante abbiano saputo che la notte della partenza del ragazzo ci fu un naufragio e i sopravvissuti avessero detto di averlo visto affogare. Ad alimentare la loro speranza è stata una trasmissione televisiva del 2012 sul centro di rimpatrio di Trapani, in cui la madre dice di aver visto e riconosciuto il figlio. «Era lui ne sono certa, l’ho riconosciuto, ma non ho potuto far niente, nessuno mi ha ascoltato», va ripetendo da allora. Nel 2011, mentre migliaia di tunisini arrivavano sulle coste italiane, Roma e Tunisi firmavano i primi accordi bilaterali, come quelli con la Guardia costiera libica, non per garantire sicurezza a chi parte e dignità a chi arriva, ma per fermare le partenze e agevolare i rimpatri forzati. Da allora quegli accordi sono stati rinnovati ogni anno e resi sempre più stringenti. Accordi fatti anche con l’Europa in cambio di soldi e di equipaggiamenti per fermare chi vuole partire. Non è un caso che la prima richiesta dell’Associazione è di eliminare l’obbligo di visto, che l’Europa non concede mai, costringendo i giovani tunisini e africani a partire irregolarmente, alimentando i trafficanti e aumentando i rischi di morte in mare. Chiedono che l’Italia e Tunisi lavorino insieme non per fermare le partenze, ma per garantire i diritti a chi parte e verità alle famiglie dei “desaparecido”, degli scomparsi. Ogni anno il 6 febbraio, in memoria di una delle prime stragi, l’Associazione insieme ad altre realtà africane, europee e di altre aree, promuove la Commemor Action, una manifestazione per ricordare le stragi in mare e nei viaggi, per chiedere giustizia e contrastare leggi disumane che ostacolano chi, dal Sud del globo, nonostante il rischio enorme e una possibilità minima di arrivare in Italia, continua a partire per il sogno di un futuro migliore. Quei giovani sono uguali ai tanti che ogni anno sono costretti a lasciare il nostro Sud. Disumanizzarli è un crimine. Le madri tunisine e africane vedranno mai, come invece le madri argentine, giudicati e condannati da un tribunale i responsabili della sparizione delle loro figlie e dei loro figli?


(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 2 agosto 2026)


(*) Della sorella e presidente dell’associazione, Latifa Walhazi, troverete qui la traduzione della lettera pubblicata il 24 agosto 2026 sulla pagina facebook delle Mères de Migrants Disparus all’indomani di un nuovo, terribile naufragio.

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