5 Ottobre 2026
Il Mondo, podcast dell’Internazionale

Intervista a Marcella Corsi, economista femminista 

di redazione Internazionale 


Il 4 settembre 2026 alla festa di Fratelli d’Italia che si è svolta a Bari, la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha festeggiato i primi quattro anni del suo governo, il più longevo della storia repubblicana. Nel discorso conclusivo ha rivendicato i risultati ottenuti e ha ribadito la sua determinazione ad andare avanti. Meloni ha anche altri primati: è la prima donna nella storia d’Italia a ricoprire l’incarico di presidente del Consiglio dei ministri, guida il governo più di destra che il paese abbia avuto negli ultimi decenni; tra le priorità del suo programma ha ammesso fin dall’inizio l’occupazione femminile. Ne parliamo con Marcella Corsi, docente di economia politica ed economia femminista all’Università La Sapienza di Roma e presidente della International Association for Feminist Economics. 

Quattro anni sono abbastanza per fare un bilancio, ma io lo voglio fare da una precisazione: cosa ha fatto questo governo per le donne (e non me ne vogliano gli uomini)? E non perché a Palazzo Chigi ci sia una donna, ma perché la questione femminile è in Italia la questione economica più grande, più trascurata che abbiamo.

Un paese in cui lavora poco più di una donna su due non ha un problema di parità, ha un problema di sviluppo. E allora, cosa ha fatto questo governo in generale e in particolare per le donne? Si è occupato delle donne in una veste sola, quella di madre. Ed è qui che entra la mia disciplina, l’economia femminista, con un’idea di fondo che provo a tradurre in semplici parole: nessuna politica economica è neutrale rispetto al genere. Non lo è una manovra, non lo è un taglio di tasse e non lo è un piano di riarmo. Chi dice «Questa misura vale per tutti» sta solo dicendo che non ha guardato a chi arriva davvero: ieri abbiamo parlato di chi paga il conto. Una sola parola sulla prima donna presidente del consiglio: conta ovviamente, ma non nel senso che si vorrebbe, perché una donna al vertice che non trasferisce potere alle altre donne è un’eccezione e non un precedente.

La storia dell’economia lo insegna molto bene: l’accesso di pochi non modifica la struttura che esclude molti. Il divario retributivo, il divario pensionistico, la segregazione nei settori a bassa produttività non si spostano perché cambia il genere di chi governa, si spostano se cambiano le regole. 

Meloni ha detto recentemente che il futuro dell’Italia dipende dalle donne lavoratrici e, come dicevamo, va molto fiera del risultato ottenuto sull’occupazione femminile. Come lo valuti questo risultato?

Il record è vero, non si può contestare, lo dicono i dati dell’Istat: oltre 600.000 occupate in più dal 2021, il tasso di occupazione è salito di circa quattro punti. La disoccupazione femminile è al livello più basso da vent’anni. Ma è un record di quantità che non dipende da questo governo, è un cumulato delle politiche precedenti e ovviamente anche delle decisioni prese all’interno del PNRR.

Guardiamo però alla qualità di questo lavoro, perché il governo non ne parla mai: il tasso di occupazione femminile è al 53% contro il 70% di quello degli uomini, e contro una media europea del 66%; le donne sono il 71% dei lavoratori dipendenti a basso salario e nel mezzogiorno più di una donna su due tra i 15 e i 64 anni, quella che noi definiamo età lavorativa, è inattiva. Non disoccupata, inattiva: cioè non cerca nemmeno lavoro. E i nuovi posti sono in larga parte contratti a termine, part-time involontario, in settori femminilizzali e mal pagati.

Insomma, è quella che noi definiamo “una linea bassa allo sviluppo” applicata principalmente alle donne: competere sul costo del lavoro invece che sulla qualità e chiamarlo successo perché il numero degli occupati sale. C’è poi un secondo aspetto meno visibile: anche le misure che sembrano neutre non lo sono. Il taglio del cuneo fiscale, la flat tax sugli autonomi, la detassazione dei premi di produttività che vanno dati in proporzione al reddito e al tipo di contratto. Il reddito e il contratto sono esattamente ciò che le donne hanno di meno. Un beneficio per tutti i lavoratori è nei fatti un beneficio soprattutto per i lavoratori maschi a tempo pieno e indeterminato.

Se davvero il futuro dell’Italia dipende dalle donne lavoratrici, come la presidente del consiglio più volte ha detto, allora una misura di genere più importante è una misura sui salari. Le donne sono la maggioranza nei settori dove il contratto collettivo scaduto da anni è la norma: salario minimo e contrattazione sono in Italia misure di genere, prima ancora che misure sul lavoro. 

Mentre dice che l’Italia ha bisogno di più donne al lavoro, Meloni insiste molto sulla maternità e sulla famiglia, quella che lei definisce la prima forma di welfare.

È possibile tenere insieme queste due cose e come si tengono insieme queste due cose? 

Si possono tenere insieme ed è esattamente ciò che fanno i paesi dove le donne lavorano al 66% e i figli nascono più che da noi. Classicamente sono i paesi scandinavi, ma anche lì le cose stanno cambiando e bisogna dire non in meglio. Come si tengono insieme?

In un modo solo: con i servizi. Quando invece la famiglia è la prima forma di welfare, bisogna chiedersi chi dentro la famiglia fa il welfare e la risposta la conosciamo molto bene. Le donne italiane dedicano in media più di cinque ore al giorno al lavoro domestico e di cura, quasi il doppio degli uomini. Questo lavoro non è pagato, non è nel prodotto interno lordo, ma è ciò che tiene in piedi tutto il resto. Chi cresce i lavoratori di domani, chi assiste i genitori anziani, chi copre i buchi del welfare?

Noi economiste femministe chiamiamo tutto questo riproduzione sociale. Io lo chiamo anche il prezzo delle omissioni, di ciò che la contabilità nazionale non vede, la politica non finanzia e le donne pagano di tasca propria in ore, salario e pensione. Allora guardate la struttura degli interventi di questi quattro anni e torniamo al bilancio: bonus mamme salito quest’anno da 40 a 60 euro al mese per chi ha almeno due figli, decontribuzione per le lavoratrici madri, assegno unico. Insomma, sono tutti trasferimenti, soldi che arrivano alla famiglia e che presuppongono che la famiglia poi si organizzi da sola a distribuire. Ciò che manca è l’infrastruttura, per i nidi la copertura resta lontana dal 45% che l’Europa ci chiede; nel Mezzogiorno siamo intorno al 15% e gli obiettivi del PNRR sui posti da creare per donne e giovani sono stati rivisti tutti al ribasso.

Il congedo paritario, quello che obbliga anche i padri a fermarsi pagato al 100%, è stato bocciato per mancanza di copertura. La differenza tra un bonus e un servizio non è una differenza di generosità, è una differenza di modello. Il bonus è immediato, visibile, compra consenso e non cambia nulla o poco. Certo, il servizio è costoso, invisibile in campagna elettorale, ma cambia tutto perché un nido non è un “aiuto” alla madre, è la condizione per cui quella madre può lavorare. 60 euro al mese non comprano un posto al nido e quel posto o c’è o non c’è. Un governo che distribuisce bonus sta dicendo alle donne: «vi paghiamo un po’ per restare dove siete»; un governo che costruisce servizi dice «vogliamo liberare il vostro tempo».

Il governo di Giorgia Meloni si è impegnato ad aumentare molto la spesa per la difesa nei prossimi anni. Che cosa ci dice l’economia femminista su una scelta di questo tipo? 

Ci dice che è la scelta di genere più grande di tutte ed è l’unica che nessuno presenta come tale.

In questi quattro anni l’Italia, e non solo l’Italia, si è impegnata a portare la spesa militare verso i nuovi obiettivi della Nato. Decine di miliardi in più nel prossimo decennio, mentre per i servizi di cura si è discusso di qualche centinaio di milioni, briciole dentro un bilancio dello Stato. Il governo esulta per la crescita, ma l’economia non cresce con le spese militari. Un carro armato una volta comprato non produce niente e in buona parte lo si compra all’estero; un nido, una casa di riposo, un’assistenza domiciliare producono occupazione qui, spesso occupazione femminile, e liberano altre ore di lavoro retribuito.

Studi sui moltiplicatori, cose da economisti ed economiste come noi, dicono da anni che un euro speso nella cura genera più posti di lavoro di un euro speso in armi o in cemento. Questa è la rivoluzione della cura di cui parliamo noi economiste femministe, non un supplemento di welfare, ma un cambio di paradigma su cosa consideriamo investimento. Il governo ha fatto la scelta opposta e l’ha fatta senza dichiararla, perché il riarmo passa per sicurezza nazionale e la cura viene chiamata spesa sociale; le parole decidono chi paga il prezzo delle omissioni di cui parlavo prima.

Nel 2025 in Italia è stato introdotto il reato autonomo di femminicidio. Prevenire la violenza sulle donne significa anche però finanziare centri antiviolenza, case rifugio, garantire alle donne un reddito e una casa per potersi sottrarre alla violenza, intervenire anche sul piano culturale dell’educazione. Se guardiamo alle risorse e alle politiche, quale idea di contrasto alla violenza emerge da questi quattro anni? 

Emerge un’idea molto precisa: sicurezza, non libertà. Su questo terreno il governo ha fatto molto, ma ha fatto una cosa sola: ha punito.

Codice rosso rafforzato, braccialetti elettronici, ergastolo per il femminicidio, tutto sul versante penale. L’eccezione che va riconosciuta è il reddito di libertà diventato strutturale: è l’unica misura che parla la lingua dell’autonomia ed è infatti quella che tocca il reddito e la possibilità di liberarsi, di diventare autonome e di acquisire indipendenza. Sul versante della prevenzione, che è l’unico che riduce davvero i femminicidi, il governo non solo non ha fatto, ha anche impedito. La legge Valditara approvata quest’estate vieta del tutto l’educazione affettiva alle scuole medie e la subordina al consenso preventivo dei genitori nelle superiori. Il ministro ha collegato pubblicamente i femminicidi all’immigrazione, con un’operazione che sposta il problema da noi a loro. E la legge sul consenso nella violenza sessuale, nata addirittura da un accordo tra PD e Fratelli d’Italia, quindi una larga convergenza a livello parlamentare, è ferma al Senato. I centri antiviolenza vengono finanziati a rate e con ritardo.

Il risultato è un’idea di protezione paternalistica: lo Stato che difende le donne come si difende un bene, una proprietà, non un provvedimento che le metta in condizione di difendersi e di scegliere in libertà. È qui che il cerchio si chiude con ciò che dicevamo anche sul lavoro: una donna con un part-time involontario, senza casa propria e senza un nido non può sottrarsi alla violenza, anche se il Codice penale è severissimo. Lavoro, reddito e casa sono politiche antiviolenza prima ancora che politiche economiche; non è un caso che 500.000 persone abbiano firmato in poche settimane per il referendum che abroghi la legge Valditara. Quando la politica chiude la porta, il conflitto ovviamente si sposta fuori.

Cosa si potrebbe fare invece? Educazione affettiva obbligatoria dalla scuola primaria, una legge sul consenso approvata, centri antiviolenza finanziati per tempo e non rate e sul corpo delle donne che a noi economiste e femministe sta molto a cuore. Poi applicare la 194, garantire che in ogni struttura pubblica ci sia chi la applica: si può fare ad esempio per un concorso senza toccare l’obiezione individuale, la libertà ovviamente va sempre difesa. Insomma, nessuna di queste cose secondo noi è radicale, sono tutte politiche che altri paesi europei fanno da decenni.

Tornando alla domanda iniziale, facciamo un bilancio. Il bilancio è questo. Il governo più longevo della Repubblica ha governato le donne come madri da sostenere, come vittime da proteggere e come corpi da regolare. Non le ha governate come lavoratrici, come cittadine, come persone che scelgono. Questa è una scelta politica e dobbiamo dirlo chiaramente; ed è una scelta che costa alle donne in primis, ma anche al paese in generale. Non c’è sviluppo economico senza sviluppo civile e l’Italia lo sta imparando al rovescio con la demografia che ha: è l’ultimo paese al mondo che si possa permettere di tenere fuori dal lavoro metà della sua intelligenza.


(Il Mondo, podcast dell’Internazionale al Festival di Ferrara, 5 ottobre 2026)

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