di Alessandra Pigliaru
Quando qualcuno ha iniziato a cercare l’identità della studente della Cornell University che, con lo pseudonimo di Jane Doe, ha denunciato di essere stata drogata e violentata da più uomini durante una festa della confraternita Chi Phi, la reazione online è arrivata puntuale. La mobilitazione ha coinvolto migliaia di utenti, mentre molte persone hanno cominciato a dichiararsi lei, «I am Jane Doe», condividendo nomi, foto e informazioni personali. L’iniziativa senza regia vuole proteggere la donna, rendendo più difficile individuarla tramite motori di ricerca, social media e strumenti di intelligenza artificiale. Insomma, chi sarà? A chi cerca i dati di una persona reale si presenta una sovrabbondanza di possibili Jane Doe, anonime e intercambiabili, ognuna lo è e al contempo non è plausibile lo sia. C’è però un’altra simmetria in questa storia. La violenza denunciata sarebbe avvenuta nella casa di una confraternita, una delle comunità maschili chiuse dei campus americani e a Cornell questo spazio era già piuttosto problematico. Nel 2022, l’Interfraternity Council ha sospeso gli eventi sociali delle confraternite dopo le segnalazioni di studenti che hanno riferito di essere state drogate durante le feste, e una denuncia di stupro. I dati più recenti ampliano il quadro. In un sondaggio condotto da Cornell nel 2025, tra le undergraduate che hanno risposto, il 52% delle affiliate alla Greek life ha dichiarato di aver subito una violenza sessuale durante gli anni universitari, rispetto al 29% delle altre. Circa un quinto degli episodi segnalati è avvenuto in una fraternity house o in un edificio annesso. Il basso tasso di risposta, appena il 13%, impone cautela nell’interpretazione delle percentuali, considerate comunque da Cornell un segnale grave. Proprio in questi giorni la Student Assembly ha portato il tema nel dibattito pubblico e presentato una risoluzione che chiede all’università di rendere disponibili ogni anno dati aggregati sugli esiti dei procedimenti per violenza sessuale. In questo contesto, la disseminazione delle Jane Doe assume un significato più profondo. Alla comunità chiusa della fraternity, unita dall’appartenenza e dalla fratellanza, si contrappone una collettività che si forma nel momento stesso in cui agisce. Chi scrive «I am Jane Doe» apprende il gesto da qualcun altro e lo ripete, diffondendone pratica e funzione. Se con #MeToo la condivisione dell’esperienza passava attraverso l’esposizione di sé, qui il gesto comune cambia di segno. Ci si espone per depistare, opponendo allo strapotere algoritmico una moltiplicazione di nomi e volti possibili. Anche il concetto di “protezione” si trasforma: al gruppo ristretto, che custodisce la propria appartenenza, controbatte una moltitudine che mette al riparo una sconosciuta. Si può trovare rifugio in questo susseguirsi di inafferrabili Jane Doe? Certo somiglia a una specie di cura collettiva cui va riconosciuta anche una nobile baldanza nel rovesciare contro algoritmi e sorveglianza la loro stessa fame di informazioni. Finn Brunton e Helen Nissenbaum, già dieci anni fa, definivano obfuscation (offuscamento), la pratica di inserire informazioni false o ambigue per aumentare il “rumore” in cui individuare il dato reale. Una strategia di resistenza alla sorveglianza che può spingersi, scrivevano, fino al sabotaggio. L’offuscamento ha una stretta parentela con le pratiche di flooding (inondazione) dell’attivismo digitale: invece di cancellare un’informazione, la si sommerge sotto una massa di contenuti concorrenti, fino a comprometterne la reperibilità. Una tecnica divenuta anche strategia comunicativa dell’universo trumpiano e Maga, con l’invito di Steve Bannon a «flood the zone with shit», viene qui ribaltata. La saturazione dello spazio informativo si ritorce contro chi l’ha trasformata in un’arma politica. Nel caso di Jane Doe questa strategia assume però una dimensione relazionale; a moltiplicarsi infatti sono nomi e volti che si offrono come schermo per una sconosciuta, come a dire «Mi rendo visibile affinché tu possa restare nascosta». Un meccanismo, questo dell’offuscamento, che rimane temporaneo e dunque fragile ma in questa circostanza lo apprendiamo. Sappiamo ad esempio che anche una folla anonima può diventare un modo in cui trovare alleanze. Osserviamone il passaggio, perché accanto al diritto di cancellare le proprie tracce emerge l’ipotesi collettiva di renderle indecidibili. Mentre lo sciame delle Jane Doe propaga, insieme al proprio nome, la richiesta di giustizia.
(il manifesto, 4 ottobre 2026)

