7 Ottobre 2026
il manifesto

Rosellina Archinto, la fantasia come mestiere

di Valentina De Poli


C’è un ricordo d’infanzia di Rosellina Archinto che vale quasi come un autoritratto editoriale. Lo ha raccontato Barbara Schiaffino, direttrice della rivista Andersen, rievocando un gioco a cui l’editrice si era prestata con entusiasmo durante un’edizione della Bologna Children’s Book Fair, luogo fondamentale nella costruzione della sua fitta rete di relazioni internazionali: da bambina Rosellina ritagliava i giornali di casa e li ricomponeva, cucendo insieme fotografie, disegni, frasi.

Separare e rimettere insieme, trovare nessi inattesi, guardare ciò che già esiste e immaginare che possa diventare qualcos’altro. In fondo è rimasto il suo mestiere fino alla scomparsa, lo scorso agosto a novantatré anni, nella sua Santa Margherita Ligure. E fino alla fine è rimasto anche quello sguardo vivissimo, elettrico, capace di brillare oltre la fatica dell’età: lo stesso sguardo curioso che riconosceva nei bambini ai quali aveva dedicato la vita.

Genovese di nascita, milanese d’adozione, Archinto fondò Emme Edizioni nel 1966, dopo un soggiorno negli Stati Uniti che le aveva mostrato un modo diverso di guardare ai libri per bambini. Fu il primo passo per liberare l’editoria per l’infanzia da una doppia gabbia: quella del libro come strumento didattico e moralista e quella di un’idea del bambino come lettore al quale spiegare tutto.

Attorno a Emme raccolse grandi protagonisti della cultura visiva italiana: Iela Mari (con cui firmò capolavori senza parole come Il palloncino rosso), Bruno Munari, Enzo Mari, Flavio Costantini, Emanuele Luzzati e una giovanissima Nicoletta Costa, di cui fu tra le primissime a intuire il talento, contribuendo a far conoscere il loro lavoro anche oltre i confini nazionali.

Con Luzzati il legame con Genova assume un significato particolare: nei suoi libri entravano la libertà del teatro e della scenografia, il collage, l’immaginazione colta ma mai elitaria: la contaminazione fra i linguaggi tanto cara ad Archinto.

Da oltre confine arrivarono anche Leo Lionni, Maurice Sendak, Tomi Ungerer. Piccolo Blu e piccolo giallo di Lionni resta forse l’esempio più limpido della scommessa di Archinto. Nato da un gioco improvvisato con due dischetti di carta ritagliati su un treno, racconta di due macchie di colore che, abbracciandosi, diventano verdi: nessuna spiegazione, nessuna morale esplicitata, solo una forma che chiede al bambino di completarne il senso. In quella fiducia dei più piccoli nell’astrazione, e nella convinzione che in questo modo il bambino cresce più libero, si misura la vera cifra di Archinto: il rifiuto di semplificare il pensiero infantile per renderlo rassicurante.

Quella fiducia non restò un fatto isolato. Attraverso una rete di editori indipendenti europei le stesse idee circolarono da un paese all’altro, permettendo anche ai più piccoli di competere, sul piano del pensiero, con i grandi gruppi.

Molti anni dopo, Babalibri avrebbe raccolto una parte decisiva di quell’eredità. Nata nel 1999 dalla collaborazione con L’École des loisirs e affidata alla figlia Francesca, che ancora oggi la dirige, riportò ai lettori italiani anche alcuni titoli del catalogo Emme, proseguendone con autori nuovi la ricerca sull’albo illustrato. Il contesto era ormai cambiato: all’inizio del nuovo millennio l’albo illustrato aveva conquistato uno spazio e un’autorevolezza impensabili negli anni Sessanta, mentre l’editoria per ragazzi si confrontava con un mercato sempre più ampio e competitivo.

Alle origini quella visione era stata una scommessa controcorrente in un’Italia ancora abituata a libri didascalici e pedagogici. Oggi la sfida è ancora diversa: alle vecchie gabbie se ne sono sostituite di nuove, quelle commerciali e algoritmiche. In un tempo in cui i bambini sono esposti fin da piccoli a narrazioni preconfezionate, la fantasia nel senso che Archinto le dava – la capacità di connettere ciò che sembra distante, di tollerare che un senso non sia dato subito – non è un lusso culturale, ma una competenza che serve tanto quanto imparare a leggere.

Ricordare Rosellina Archinto significa allora interrogare anche il presente: chiedersi quanto l’editoria di oggi sia ancora disposta a scommettere sull’intelligenza dei suoi lettori più piccoli, invece che sulla loro immediata soddisfazione. Una sfida che impone di non abbassare mai lo sguardo rispetto al potenziale rivoluzionario dell’infanzia.


(il manifesto 7 ottobre 2026)

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