di Cyrus Salimi-Asl
Intervista all’esperto israelo-tedesco: «La questione degli ostaggi a lungo irrisolta e la campagna di vendetta dell’esercito ha portato la società ebraico-israeliana ad allinearsi quasi completamente al governo». Gil Shohat, esperto di Asia occidentale presso la Fondazione Rosa Luxemburg di Berlino, parla del 7 ottobre, delle imminenti elezioni parlamentari e del suo periodo trascorso in Israele*
Il 7 ottobre 2023 era un sabato, lo Shabbat, e quindi un giorno festivo. Dove si trovava quando è iniziato l’attacco?
Con la mia famiglia nel nostro appartamento a Tel Aviv. La prima sirena, verso le 6.30, non ci ha svegliati e anche in seguito, all’inizio, non abbiamo notato nulla di insolito. Lo Shabbat e i giorni festivi sono generalmente molto tranquilli anche a Tel Aviv. A colazione abbiamo acceso la radio: era già in onda il servizio speciale, ma le notizie arrivavano solo a piccole dosi: un incidente al confine con la Striscia di Gaza, pochissime informazioni. Chi vive in Israele conosce bene questi «episodi di sicurezza». Solo quando ho visto sui portali di notizie le immagini di Ofakim, a circa 30 chilometri a est di Gaza, mi sono reso conto che c’era qualcosa di diverso e particolarmente violento: degli israeliani giacevano legati a pancia in giù accanto a una piscina. Nel corso della mattinata è diventato evidente che la situazione era sfuggita di mano. Con i nostri due bambini, all’epoca di cinque e un anno, non siamo usciti di casa per tutto il giorno.
Cosa ha pensato quando la situazione è diventata più chiara?
È stata senza dubbio una situazione spaventosa per noi come famiglia e abbiamo dovuto pensare a come spiegare ai nostri bambini cosa stesse succedendo. Sono state ore di evidente perdita di controllo, fino a un certo momento del 7 ottobre non era chiaro se gli aggressori si sarebbero diretti anche verso Tel Aviv. A ciò si aggiungevano i ripetuti allarmi missilistici. Allo stesso tempo, da persona attenta alle questioni politiche, mi è stato subito chiaro che ciò non sarebbe rimasto senza una reazione distruttiva da parte di Israele. La mia preoccupazione si è quindi estesa ben presto anche alla popolazione di Gaza e alle mie colleghe palestinesi in ufficio, che hanno lì la famiglia.
Poi è stata presa la decisione: dovevate partire…
Sì, il 9 ottobre siamo riusciti a trovare dei voli per la Germania. La Fondazione ci ha richiamati, ma abbiamo dovuto organizzarci da soli, poiché in qualità di inviati di una fondazione politica non rientriamo nei protocolli di evacuazione dell’ambasciata tedesca. È stata una decisione molto dolorosa: eravamo lì da appena sette mesi e ho dovuto lasciare il mio team a Tel Aviv, almeno per il momento. Ma è stata una decisione presa per i miei figli e la nostra famiglia, e ancora oggi la ritengo giusta. Abbiamo poi trascorso tre mesi a Berlino: è stato un periodo molto difficile sotto tutti i punti di vista.
Ha mai pensato di rimanere in Germania?
All’inizio la partenza era temporanea, non si pensava seriamente di abbandonare l’incarico. Quando è apparso chiaro che, per il momento, la situazione non rischiava di estendersi a livello regionale, a dicembre abbiamo deciso di tornare. Siamo tornati nel gennaio 2024 e siamo rimasti lì fino alla metà del 2025.
In che modo quel periodo l’ha cambiata personalmente?
Devo ancora capirlo. I miei genitori si sono trasferiti da Israele in Germania alla fine degli anni ’80 perché non volevano mandare i propri figli nell’esercito. Erano entrambi nati nel 1948, con storie familiari di migrazione diverse e facevano parte dell’establishment sionista di sinistra. Dopo il massacro nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila in Libano nel 1982, però, non riuscivano più a identificarsi con lo Stato. Grazie alle visite annuali della mia famiglia, conoscevo il luogo e la lingua fin dall’infanzia e questo lavoro era l’occasione per vivere lì, stare più vicino alla mia famiglia e fare qualcosa di significativo dal punto di vista politico. Allo stesso tempo, non mi facevo illusioni sulla società in cui stavo per entrare. Tuttavia, la violenza dell’odio e della disumanizzazione, la disponibilità a tollerare metodi brutali pur continuando a vivere la vita di tutti i giorni, mi hanno sempre sconvolto profondamente.
Le manca la vita a Tel Aviv?
In un certo senso, forse mi manca qualcosa che lì non abbiamo mai avuto e che, in quel contesto, non avremmo mai potuto avere: una vita quotidiana al di là della disumanizzazione e della violenza. Tuttavia, ho vissuto quegli anni da una prospettiva molto privilegiata, non paragonabile a quella dei miei colleghi palestinesi o anche di molti israeliani ebrei emarginati. Dal punto di vista professionale sono stati anni incredibilmente intensi, trascorsi con un team ebraico-palestinese davvero stimolante. Ci siamo sostenuti a vicenda in quel periodo. Ho imparato moltissimo sul valore della solidarietà pratica tra ebrei e palestinesi e sull’importanza della “co-resistenza” non violenta. A livello personale, da un lato c’è stato un processo di alienazione e una sensazione di essere respinto, ma anche momenti della vita quotidiana in cui, grazie al mio background biografico, mi sentivo a casa lì. È un’esperienza che conoscono molti figli di immigrati: ci si sente parte di qualcosa e allo stesso tempo si è sempre “l’altro”. Da settembre sono definitivamente tornato a Berlino e per ora ho bisogno di prendere le distanze e di tempo per elaborare tutto questo.
Come è cambiata la società israeliana in questo periodo?
Non so nemmeno se sia cambiata radicalmente. Credo che i processi si siano soprattutto accelerati, in primo luogo la disumanizzazione dei palestinesi. Si è alimentata dal trauma del 7 ottobre, che è stato ripetuto in loop dai media. La questione degli ostaggi è rimasta a lungo irrisolta: 251 persone, tra donne e bambini, erano tenute in ostaggio da Hamas e da gruppi militanti. In concomitanza con la campagna di vendetta dell’esercito, ciò ha portato la società ebraico-israeliana, nei primi mesi del 2024, ad allinearsi quasi completamente al genocidio nella Striscia di Gaza. C’era un ampio consenso trasversale – dagli oppositori ai sostenitori di Netanyahu – e la convinzione che a Gaza non ci fossero innocenti.
Anche gli arabi israeliani hanno percepito questa atmosfera?
Sì, abbiamo assistito a un’ondata di repressione senza precedenti contro i cittadini palestinesi di Israele: arresti arbitrari per post di solidarietà, divieti di manifestare, umiliazioni e violenza verbale contro i politici palestinesi alla Knesset. Sono stati dipinti come la “quinta colonna”, il che ha intensificato enormemente l’emarginazione e la paura. Eppure la maggior parte dei palestinesi in Israele ha parenti a Gaza, poiché la maggior parte degli abitanti della Striscia di Gaza è stata espulsa dall’odierno Israele nel 1948.
È vero che le immagini della guerra a Gaza sono state mostrate pochissimo dai media israeliani?
Abbiamo a che fare con un enorme fallimento dei media israeliani. Fanno parte della missione militarista e nazionalista. Le immagini da Gaza provenivano quasi esclusivamente dalle telecamere dei soldati e dalle riprese dell’esercito: soldati che corrono e sparano, quartieri residenziali distrutti, ma nessun palestinese. Il ruolo dei media è fondamentale in ogni genocidio, perché forniscono le immagini e i suoni dietro cui può nascondersi chi non vuole guardare o ascoltare. Allo stesso tempo, è stato possibile informarsi, nonostante il governo avesse vietato Al-Jazeera. Ciò è stato possibile grazie ai social media e a testate come la rivista palestinese-israeliana +972, con cui collaboriamo. Ricordo alcuni parenti, che non sono affatto di sinistra, che dicevano: «Quello che stiamo facendo a Gaza è imperdonabile». Ma la stragrande maggioranza degli israeliani ebrei non voleva e non vuole vederlo. Nei primi mesi, i media israeliani – da quelli di sinistra-liberale a quelli di destra – si sono accordati su un unico messaggio: Gaza deve essere distrutta.
Lei ha usato il termine “genocidio” con la massima naturalezza. Com’è la situazione in Israele?
L’organizzazione per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato nell’estate del 2025 un rapporto in cui parla di genocidio; le testate investigative online +972 Magazine e Local Call utilizzano il termine nelle loro pubblicazioni in ebraico. Lo hanno usato anche deputati della coalizione di sinistra Hadash, come Ofer Cassif. A partire dalla fine del 2023, alcuni attivisti radicali si sono radunati nelle piazze di Tel Aviv con cartelli recanti la scritta «Stop the Genocide», ma in inglese, quindi rivolti a un pubblico straniero, che è rimasto molto ristretto. Il movimento di base Standing Together, che riunisce israeliani palestinesi ed ebrei, non lo fa ancora oggi nel contesto ebraico. Credo che molti nel campo pacifista farebbero proprio questo termine a livello personale, ma non lo utilizzano per ragioni strategiche, poiché suscita in molti israeliani una reazione aggressiva e quindi non riescono più a raggiungerli. Molti israeliani definiscono il 7 ottobre un atto di genocidio, mentre tutto ciò che va oltre è considerato legittima difesa. Dal punto di vista politico, in Israele non si guadagna nulla con questo termine.
Nel documentario Naza, premiato al Festival del Cinema di Venezia, la telecamera offre uno sguardo nei salotti della popolazione, che sembra continuare a vivere la propria vita in guerra senza lasciarsi turbare. Si tratta di disinteresse?
Solo perché la maggior parte delle persone non si è ribellata o non ha voluto vedere ciò che accadeva, non significa che stesse bene. Ma la consapevolezza che esista un’alternativa è talmente scarsa che – unita al presupposto sopra descritto secondo cui a Gaza non ci sarebbero innocenti – viene accettata o addirittura sostenuta. Si sviluppa un senso di impotenza, un’apatia, unita alla stanchezza, rafforzata da una cronaca continua che suggerisce: non c’è altra scelta, dobbiamo fare la guerra, altrimenti andremo a fondo. Netanyahu ha recentemente ripreso questo tema davanti all’Assemblea generale delle Nazioni unite, citando le parole pronunciate da suo fratello prima della guerra dei sei giorni: «Non abbiamo altra scelta». In questo modo, per quanto sia odiato da una parte della popolazione, riflette uno stato d’animo rappresentativo della maggior parte degli israeliani.
La militarizzazione della società è aumentata negli ultimi tre anni?
Vedo un continuum e un rafforzamento. Fino al 6 ottobre 2023 molti riservisti minacciavano di non presentarsi più al servizio a causa della cosiddetta riforma giudiziaria, e ogni settimana centinaia di migliaia di persone scendevano in piazza contro il governo, senza però stabilire il nesso tra la politica di occupazione e lo sviluppo autoritario all’interno del Paese. Dopo il 7 ottobre, tuttavia, questa tendenza si è bruscamente interrotta. L’esercito riveste un’importanza decisiva nella vita di molti israeliani: le carriere dipendono dall’aver prestato servizio militare. Chi si rifiuta di prestare servizio può finire in prigione ed è considerato un traditore. Solo così si spiega perché gli ordini vengano seguiti in modo così rigoroso. Nel film Naza un soldato dice, in sostanza: se mettiamo in discussione il sistema, tutto crolla.
In quali altri ambiti si nota questo fenomeno?
Nell’armamento dei civili. Su iniziativa del ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, dopo il 7 ottobre circa centomila israeliani hanno ottenuto un porto d’armi. Da quando siamo tornati, nel gennaio 2024, ricordo a malapena una visita al parco giochi senza aver visto un padre armato. Sul treno ci sono soldati con mitragliatrici sulle ginocchia, ma anche normali impiegati del settore high-tech portano armi. Abbiamo quindi a che fare con centinaia di migliaia di civili armati, per lo più di orientamento politico di destra.
I riservisti avrebbero potuto rifiutarsi?
Sì, avrebbero potuto dire: «Io non ci sto». Alcuni lo hanno fatto, in un certo momento, subendo in parte anche pene detentive. Se fossero stati in numero maggiore, lo Stato avrebbe dovuto impiegare molte più risorse per costringerli a prestare servizio in guerra.
Ma le minacce esterne a Israele sono solo immaginarie? Soprattutto l’Iran viene citato ripetutamente. Qual è la sua opinione al riguardo?
Durante il periodo dell’accordo sul nucleare sotto Obama, si è verificata una comprovata riduzione del programma nucleare iraniano e Netanyahu ha combattuto con forza questo accordo, anche in un discorso davanti al Congresso degli Stati uniti. Ha alimentato per anni l’immagine di una minaccia esistenziale, sebbene Israele stesso sia una potenza nucleare non ufficiale, ma secondo gli esperti inequivocabile. In questo modo si alimentano la paura e una prontezza costante alla guerra permanente. Allo stesso tempo, il pericolo non è del tutto illusorio: l’Iran può colpire duramente Israele, più di quanto possano fare Hezbollah o Hamas – fatta eccezione per il 7 ottobre 2023. Lo abbiamo visto nel giugno 2025 e nel marzo 2026 in risposta all’attacco di Israele contro l’Iran, contrario al diritto internazionale. Anche la guerra di aggressione degli Stati uniti e di Israele contro l’Iran nella primavera del 2026 ha riscosso ampio consenso per settimane, sebbene la maggior parte della popolazione dovesse rifugiarsi nei bunker tre o quattro volte al giorno. Viene considerata una necessità esistenziale, e l’idea di un «nuovo ordine in Medio Oriente» si estende fino allo schieramento liberale.
Eravate in Israele anche nel giugno del 2025, durante la guerra contro l’Iran. Come avete vissuto voi e la vostra famiglia quella guerra e la presenza onnipresente delle armi?
Durante il nostro soggiorno si è inevitabilmente verificata una certa normalizzazione, anche se eravamo sempre consapevoli di quanto fosse pericolosa questa normalità. Durante un pranzo festivo, un parente in borghese ha appoggiato il suo mitra per terra e ha detto: «Fai attenzione un attimo, vado a prendere da mangiare». Questa normalità della violenza ha suscitato qualcosa in tutti noi. La guerra di giugno è poi scoppiata in modo relativamente inaspettato. Alle tre di notte mio figlio mi ha svegliato: «Sirena». L’allarme aereo ha immediatamente creato un senso di minaccia, anche se era stato Israele ad attaccare l’Iran e non il contrario. Dopo una settimana caratterizzata da impatti a volte molto rumorosi, siamo fuggiti via terra verso la Giordania e poi abbiamo proseguito per la Germania. Lungo il tragitto c’è stato un allarme missilistico; 300 metri più avanti c’è stato un colpo diretto.
Da allora è tornato a Berlino?
Sì, da allora siamo tornati a Berlino come famiglia. Nel corso dell’ultimo anno ci sono stato più volte e, per il resto, ho gestito l’ufficio da Berlino a causa del perdurante stato di crisi. È stato poi chiaro relativamente in fretta che non saremmo più tornati e che quindi, a malincuore, non avrei più potuto dirigere l’ufficio. Lavorare con i nostri partner politici e della società civile sul posto, nonché con il nostro team ebraico-palestinese, è stata una delle esperienze più incoraggianti che abbia mai vissuto nella mia vita professionale, ma anche a livello personale. Per questo sono grato a tutti coloro che sul posto si impegnano per un futuro al di là del dominio israeliano sui palestinesi, per la collaborazione degli ultimi tre anni e mezzo, e sono lieto che il nostro lavoro in Israele prosegua ora sotto la guida del mio successore, Shaked Spier.
Il 27 ottobre si terranno le elezioni parlamentari. Cosa c’è da aspettarsi?
La campagna elettorale è molto intensa, molti movimenti si stanno unendo. L’esito è molto incerto. Potrebbe verificarsi nuovamente una situazione di stallo come quella dal 2018 al 2021, in cui né il blocco di Netanyahu né quello dell’opposizione avrebbero la maggioranza e i partiti arabi farebbero da ago della bilancia, ma con cui nessuna delle parti vorrebbe formare una coalizione. In tal caso si rischierebbero nuove elezioni. La mobilitazione è alta, anche all’estero: gli israeliani residenti all’estero, soprattutto negli Stati uniti, stanno organizzando campagne per rientrare in patria e votare, cosa che è una spina nel fianco per il governo. Sono preoccupato per ciò che accadrà dopo le elezioni. I civili armati sono per lo più vicini alla destra e, se dovesse emergere una maggioranza contro Netanyahu, la domanda è: come reagiranno i suoi sostenitori e se lui accuserà il governo di brogli elettorali.
Le elezioni non possono cambiare nulla? Non vede alcuna prospettiva di sinistra?
In Israele non esiste una prospettiva orientata alla pacificazione. Dall’interno del movimento Standing Together è nato un partito che ha poi ritirato la propria candidatura, non essendo riuscito a mobilitare un sostegno sufficiente a superare la soglia di sbarramento del 3,25%. I partiti palestinesi, tra cui il comunista Hadash, lottano per la sopravvivenza: erano stati esclusi dalla commissione elettorale e ora la decisione spetta alla Corte suprema. Nello schieramento di opposizione non si levano quasi voci a favore di una politica di sinistra all’insegna di uguaglianza, pace e antimilitarismo. La questione si riduce all’essere a favore o contro Netanyahu e al tentativo di salvare l’immagine di Israele all’estero, non a passi concreti verso una regione pacificata.
Diverse fonti riferiscono che Netanyahu fosse stato avvertito prima del 7 ottobre. Questo aspetto gioca un ruolo nella campagna elettorale?
Nel fronte anti-Netanyahu, decisamente sì. La richiesta di una commissione d’inchiesta statale esiste da tempo; il governo la ostacola e le nuove notizie vengono interpretate come la conferma del perché ciò avvenga. Se provengono da testate autorevoli, non c’è motivo di liquidarle come costruzioni artificiose. È altrettanto certo che la tempistica della loro diffusione è legata alle elezioni. Si tratta di un tentativo di delegittimare Netanyahu proprio sul terreno della sicurezza, ambito che ha sempre presentato come il suo punto di forza e che è stato profondamente incrinato dagli eventi del 7 ottobre. Dall’ottobre 2023 assistiamo a un Netanyahu scatenato, mentre in precedenza gli veniva piuttosto rimproverata una mancanza di decisione nell’azione militare. Dipingerà tutto ciò come un complotto, riuscendo a convincere i suoi sostenitori. È un’elezione contro Netanyahu e anche l’opposizione di sinistra mira a farlo cadere. Il suo obiettivo primario è mandare a casa il suo governo, in parte di matrice fascista; tutto il resto verrà dopo.
Come valuta Gadi Eisenkot, l’ex generale considerato una possibile alternativa politica?
Ha certamente delle possibilità, soprattutto perché non è Netanyahu e per carattere ne rappresenta l’antitesi. In quanto ex comandante in capo dell’esercito, gode di grande legittimità presso ampie fasce della popolazione; il fatto di aver perso un figlio e un nipote in guerra rafforza ulteriormente questa percezione. La gente crede nel suo impegno per la sicurezza del Paese. Gli altri candidati non registrano consensi significativi nei sondaggi, quindi all’interno dello schieramento di opposizione la scelta ricade su di lui.
Quando finirà la guerra? Il “piano di pace” di Trump è sul tavolo.
La società israeliana si è abituata a una condizione permanente di guerra ed escalation. Questa logica della violenza non potrà essere superata agendo solo dall’interno, ma richiederà anche una forte pressione internazionale e conseguenze concrete per le azioni che violano in modo duraturo il diritto internazionale.
(*) Intervista pubblicata in originale sul quotidiano tedesco Nd
(il manifesto, 7 ottobre 2026)

