di Angela Condello
Intervista con il Care Collective, fondato a Londra nel 2017 e composto da attivisti e accademici. «Dopo sei anni dalla prima edizione del nostro libro, crediamo ancora nell’importanza di riconoscere la nostra interdipendenza come esseri viventi»
Sei anni dopo la prima uscita, il Care Collective ripubblica per Verso, con una nuova e aggiornata prefazione, The Care Manifesto. The Politics of Interdepence (Alegre ha tradotto Il Manifesto della cura nel 2020, ndr). Abbiamo incontrato il Care Collective per discuterne.
In prefazione scrivete che sei anni fa i «discorsi sulla cura» avevano fatto irruzione per la pandemia. Definite quei mesi un «tempo di transizione» in cui ci è sembrato possibile costruire un mondo nuovo (relazioni, consumi, eccetera). Vi sembra che oggi si possa parlare di una «transizione permanente», visti i conflitti, la crisi climatica, i superpoteri dell’AI? Che cosa è andato storto e che cosa non abbiamo appreso?
In quel momento i discorsi sulla cura portavano con sé un senso di speranza: allora abbiamo assistito, finalmente, al riconoscimento del lavoro essenziale, quello riproduttivo, e sono nati spontaneamente sistemi di mutuo soccorso. I governi, in un batter d’occhio, hanno mostrato di poter prendere decisioni radicali, cambiando priorità. La morte ci ha messo di fronte a una verità per noi fondamentale: si può fare politica diversamente. In effetti, si dovrebbe farlo. Oggi c’è meno speranza, paradossalmente: i governi hanno volontariamente soppresso ogni lavorare politicamente sulla cura, criminalizzando il dissenso e spargendo retoriche anti-migratorie. Musk, poi, ha apertamente attaccato la cura perché questione eccessivamente “empatica”. A questo aggiungiamo anche l’estrattivismo, la capacità delle destre estreme di mobilitare paure collettive, l’atomizzazione dei rapporti.
Usate l’espressione “care justice” (una giustizia della cura). Non gratitudine, ma giustizia. È questa una combinazione potenzialmente rivoluzionaria perché fa della cura il nucleo di un paradigma politico ed economico e la assimila a un’equa distribuzione delle risorse e ad altri concetti trasformativi. Ci spiegate quel che intendete precisamente?
È una citazione dal saggio Clap for Carers di Helen Wood e Beverley Skegg (2020). Nel Regno Unito, durante il picco della pandemia, la gente stava sulla porta ad applaudire gli operatori del servizio sanitario nazionale, mostrando di apprezzare il coraggio profuso nel salvare vite mettendo a rischio le proprie. Skegg e Wood sostengono che questi gesti, queste immagini, vadano supportati materialmente: non si può applaudire e poi tagliare i fondi per la sanità pubblica e gli asili. Non servono gesti ma infrastrutture. Puntare sulla “care justice” significa investire sulle strutture pubbliche anziché sui profitti privati.
La nuova prefazione riporta esperienze in cui la nozione di cura universale ha ispirato musei, esperimenti di “gaming”, produzioni teatrali (nel Regno Unito e oltre). Ce ne parlate? Pensate che risultati elettorali quelli di New York e Berlino indichino che il tema possa arrivare a guidare le campagne?
Siamo coinvolte in un progetto finanziato dall’Europa – “Youth Care for Change” – che usa il Manifesto della cura come base per formare gruppi di giovani nell’area mediterranea coinvolgendoli in agende pubbliche della cura. Il Promiscuous Care Study è stato creato dalla Willem De Kooning Academy in Olanda, per sostenere anche artisti e curatori nell’applicazione dei concetti del Manifesto. La cultura è centrale e purtroppo le destre lo hanno capito bene: negli ultimi dieci anni hanno riempito la rete di contenuti d’odio e ideologie. Sicuramente, a sinistra serve impegno nel tradurre i desideri di cura in programmi politici. Siamo sia ottimisti che pessimisti. Risultati come quello di Mamdani e le vittorie dei socialisti fanno ben sperare. In più emergono i verdi e alcune varianti dentro la sinistra, come Sheinbaum e Burnham. Tuttavia, questi successi vanno letti in un quadro globale, in cui alcuni degli uomini più ricchi al mondo supportano apertamente agende politiche di stampo fascista.
Vi hanno criticati perché la vostra idea di cura sarebbe troppo ampia – salute, bambini, anziani, consumi, animali, ambiente – e tale ampiezza farebbe perdere di vista le singole battaglie per i diritti. Come rispondete?
Il punto non è creare competizione fra le battaglie ma trasformare la cura in un paradigma politico. Per questo puntiamo sulla centralità del supporto pubblico nella facilitazione del lavoro di cura, a iniziare da casa, trasporti, formazione e pensando a tutte le risorse utili per i caregiver. La logica dei profitti contrasta questo progetto: è proprio questa logica, non a caso, ad averci guidati dritti in un’atmosfera distopica da fine del mondo. Seguiamo la scia di pensatrici come Judith Butler, Joan Tronto, Naomi Klein che hanno insistito sulla centralità della cura per la vita democratica.
Nel testo, c’è una chiamata di fondo un po’ in stile «donne/caregiver di tutto il mondo, unitevi!» – quando descrivete l’importanza di uno sguardo globale sulle politiche della cura. Visione opposta a quella di Musk, che addita la cura come principale debolezza della civiltà occidentale. Quale forma dovrebbe avere una rivoluzione?
Crediamo ancora nell’importanza di riconoscere la nostra ineluttabile interdipendenza come esseri viventi. Rispetto alla prima edizione, siamo sempre più consapevoli del fatto che è proprio il desiderio di una prosperità condivisa tra esseri umani e non umani a essere strumentalizzata e trasformata in un’arma da figure mostruose come Musk. La cura per il destino dell’umanità è presentata come un’idiozia morale: non serve commentare. Il suo monito contro quella che chiama “empatia suicida” appare ancora più assurdo se consideriamo ciò che viene proposto in alternativa: odio e divisione. I nuovi plutocrati non si limitano a sfruttare impunemente chiunque e qualsiasi cosa: sono diventati deliberatamente antiumani. La posta in gioco si è alzata: per continuare a lottare per la cura, dovremo guardare ai nostri progressi insieme alle perdite, alle caratteristiche del momento che viviamo e alla crescita di nuove fonti di potere: questa è la strada da seguire, senza paura.
(il manifesto, 22 ottobre 2026)
