Intervista di Giansandro Merli
Trieste. Parla la fondatrice di Linea d’Ombra: «È l’effetto di quella che chiamano politica di deterrenza: maltrattare i migranti sperando che si allontanino dalla città. Io la chiamo necropolitica: continua a provocare morti»

Lorena Fornasir – Foto Gettyimages
Da anni Lorena Fornasir assiste i migranti che arrivano a Trieste, insieme all’associazione Linea d’Ombra fondata con il marito. Così le sono piovute addosso accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, archiviate nel 2021, e ordinanze comunali «che proibiscono la solidarietà». Risponde al telefono mentre sta manifestando perché ieri due ragazzi, uno marocchino e una italiana, hanno perso la vita al Porto Vecchio, in un palazzo in cui avevano trovato riparo, probabilmente per aver inalato monossido di carbonio. «Sono morti di Stato, causati dalla necropolitica istituzionale», dice senza mezzi termini.
Chi sono le persone che dormono nei magazzini del porto?
Bengalesi, afghani, nepalesi, persone che arrivano dalla rotta balcanica, esseri umani che di sgombero in sgombero cercano riparo nei magazzini più fatiscenti perché non hanno alternativa. Quelle di ieri non sono morti isolate, né casuali. Da quelle parti a fine dicembre 2025, durante uno sgombero, è stato ritrovato il corpo di Hishem. Qualche settimana dopo è toccato a Sunil, richiedente asilo nepalese. Persone costrette a vivere al gelo, senza assistenza. A febbraio 2024 sette ragazzi afghani si erano salvati solo perché un loro amico, che li attendeva in questura per l’ennesimo tentativo di chiedere asilo, non li ha visti arrivare: erano quasi morti, intossicati dal monossido di carbonio. Ieri dopo l’incendio le autorità hanno sbarrato un edificio vicino a quello della tragedia, forse per evitare che qualcuno ci andasse a dormire, prima di verificare che fosse vuoto. Nel pomeriggio un signore è venuto a cercarci: un suo amico, un anziano, era chiuso là dentro. Non è stato facile liberarlo.
È vero che a Trieste ci sono posti in accoglienza vuoti mentre queste persone dormono per strada?
Certo che è vero. Secondo i numeri del Consorzio italiano di solidarietà i posti vuoti nelle strutture sono 70. È l’effetto di quella che chiamano politica di deterrenza: maltrattare i migranti sperando che si allontanino dalla città. Io la chiamo necropolitica: continua a provocare sofferenza e morti. Per questo dico che non sono vittime del caso, ma di veri e propri crimini di Stato. Qui a Trieste l’accoglienza potrebbe esserci senza grandi sforzi. Vicino alla stazione c’è il vecchio mercato di via Gioia, un edificio pubblico chiuso da anni. Nel 2022 il sindaco Roberto Dipiazza ne aveva promesso la riapertura, poi ha fatto dietrofront. Basterebbe una piccola ristrutturazione, ma preferiscono spendere i soldi in altro: la giunta ha stanziato 1,2 milioni per ingabbiare piazza della Libertà.
Dove nel weekend non potete più operare.
Ci è stato vietato di assistere i migranti sabato e domenica. Gli altri giorni possiamo farlo dalle 18 alle 20. Siamo diventati un paese securitario che sfratta chi aiuta gli altri. È intollerabile. Oggi è arrivata una famiglia curda che non mangia da quattro giorni. Domenica sera in quella piazza sono venuti in 70 a cercare cibo. Il più grande aveva ventitré anni. Ho dovuto aiutarli nascosta tra le macchine sul marciapiede. Hanno trasformato una piazza che era un bellissimo luogo di incontro – con i ragazzi, gli scout, le famiglie – in un luogo militarizzato pieno di divise nere. Mette angoscia e incute terrore.
Dopo le morti al Porto Vecchio siete subito scesi in piazza dicendo che sono «colpa delle istituzioni». Vi riferite al governo, alla prefettura, al comune?
Ci riferiamo a tutta questa politica che produce marginalità. Dai vertici in giù. E comunque il sindaco è la figura delegata alla cura delle persone che si trovano nel suo territorio, ma non lo fa. Il prefetto dovrebbe disporre l’accoglienza, ma non lo fa. C’è tutto un apparato colpevole di abbandono. Pensano che trattandola così la gente andrà via, ma noi ogni giorno incontriamo persone che da vivono per strada da mesi.
Il sindaco Dipiazza chiede di trasferire fuori città tutti i migranti. Che ne pensa?
Il sindaco dovrebbe guardarsi un po’ dentro. Ha la fobia dell’estraneo ma il primo straniero lo nutre dentro se stesso.
(il manifesto, 3 novembre 2026)
