19 Febbraio 2008
il Manifesto

A chi piace il diritto all’aborto?

Ida Dominijanni

Un primo risultato la lista per la vita di Giuliano Ferrara l’ha già ottenuto, quello di far dire a Silvio Berlusconi e a Gianfranco Fini che la 194 è una buona legge e loro non intendono toccarla. Buono. Il secondo risultato lo sta ottenendo in queste ore, ed è di far calare la battaglia per la vita dall’empireo delle guerre culturali al sottoscala dello scambio politico: altro che i valori, l’amore e sant’Agostino, il problema è l’apparentamento col Pdl e i sondaggi sul comune di Roma. Ottimo. Un terzo risultato è anch’esso già all’incasso, ed è l’involgarimento sopra le righe del lessico politico, giornalistico e satirico: si veda la prima pagina (e le successive) dell’inserto dell’Unità di domenica, con un Casini in forma di “feto abortito” da reimpiantare nell’utero di un Berlusconi “partoriente”. E poi il Foglio si lamenta se sospettiamo che ci sia qualcosa da mandare in analisi dell’immaginario maschile sulla maternità e l’aborto che si sta scatenando di questi tempi. Pessimo.
Su tutto – guerre culturali, guerriglie di potere, minuetti fra opinion makers (esemplare il dialogo Ferrara-Merlo dei giorni scorsi) – aleggia il fantasma del “diritto all’aborto”. Con una nobile gara – maschile – a prendere le distanze da quello che sarebbe un dissennato e gaudente slogan femminista, anzi “delle femministe”, di ieri e di oggi. E quando mai? Qui non si tratta di un immaginario perverso, ma di una proiezione in piena regola. La traduzione del problema dell’aborto in termini di diritto (da ridurre) è tutta loro oggi, così come fu dei Radicali (per conquistarlo) negli anni 70. Ma sfidiamo i Ferrara, i Merlo e quant’altri, a trovare nella letteratura femminista in materia un solo riferimento all’aborto come diritto. Disgrazia, lapsus, incidente, effetto dello squilibrio fra sessualità maschile e sessualità femminile: l’aborto è da sempre, nel vocabolario femminista, un’eccedenza irriducibile al linguaggio del diritto e dei diritti.Non credere di avere dei diritti si intitola, significativamente, il volume della Libreria delle donne di Milano che ricostruisce questa eccedenza dell’aborto dal linguaggio del diritto e dei diritti. Noi sull’aborto facciamo un lavoro politico diverso, si intitolava un famoso documento del ’75 che spostava il fuoco dalla richiesta di una legge all’analisi della sessualità e del desiderio (o non desiderio) di maternità sostenendo fra l’altro: “L’aborto di massa negli ospedali non rappresenta una conquista di civiltà perché è una risposta violenta e mortifera al problema della gravidanza e colpevolizza ulteriormente il corpo della donna”. “Mentre chiediamo l’abrogazione di tutte le leggi punitive dell’aborto e la realizzazione di strutture dove sostenerlo in condizioni ottimali, ci rifiutiamo di considerare questo problema separatamente da tutti gli altri, sessualità, maternità, socializzazione dei bambini”, scriveva un altro testo del ’73. E sono di Carla Lonzi le seguenti parole del 1971: “L’uomo ha lasciato la donna sola di fronte a una legge che le impedisce di abortire: sola, denigrata, indegna della collettività. Domani finirà per lasciarla sola di fronte a una legge che non le impedirà di abortire. Ma la donna si chiede: per il piacere di chi sono rimasta incinta? Per il piacere di chi sto abortendo?”. Non per caso né per scelta, ma per via di questa eccedenza dell’aborto dal campo della giuridificazione, una parte significativa del femminismo degli anni ’70 era più favorevole alla semplice depenalizzazione che non alla legalizzazione dell’aborto. E la 194, che oggi viene attaccata da un lato come una legge permissiva e difesa dall’altro come una trincea irrinunciabile, fu una legge di compromesso: fra patriarcato e libertà femminile, fra cultura laica e cultura cattolica, fra de-criminalizzazione e statalizzazione dell’aborto. Un compromesso nel quale – e oggi si vede – molto sapere femminista restò fuori dalla codificazione. Ma che ha funzionato – anche questo oggi si vede, dai dati – non come legge abortista, ma come cornice di regolazione e limitazione degli aborti. Come mai questa storia e questa elaborazione restino sistematicamente fuori dal campo della discussione pubblica, tradotte e tradite nello scontro violento e riduttivo “diritto all’aborto sì-diritto all’aborto no”, è questione da interrogare. Di certo essa rivela un’incompetenza maschile pari all’ostinazione con cui gli uomini tentano, in modo ritornante e oggi più violento di altre volte, di reimpadronirsi della parola decisiva sulla procreazione e del potere di colpevolizzazione dell’esperienza femminile. Di certo essa rivela altresì che quel “lavoro politico diverso” sull’aborto è da riprendere da parte delle donne, a lato e oltre la difesa della 194. Le stesse cose ritornano, ma non ritornano mai le stesse. Sessualità, desiderio e non desiderio di maternità, relazione fra i sessi, rapporto fra libertà femminile e legge e fra esperienza femminile e sapere medico-scientifico restano e tornano, in condizioni diverse dagli anni 70, campi da indagare. Con le parole di verità che lo scontro politico non sa pronunciare.

 

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