1 Marzo 2008

Ci sono donne che “usano” il loro corpo per lavorare

Mi riallaccio alla discussione “stiamo tornando al vittimismo?” perché vorrei esprimere una cosa a cui tengo, il concetto di pudore.
Ci sono donne che “usano” il loro corpo per lavorare.

Questa espressione non mi piace ma l’ho sentita da una mia amica di qualche anno più giovane di me, io ho 47 anni.
L’ha usata per descrivere i vari interventi di chirurgia plastica a cui si sottopone periodicamente una sua amica, che fa di professione la modella, proprio in funzione del suo lavoro.

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Non parlo della prostituzione ma di donne dello spettacolo: cinema, teatro, cabaret, moda, pubblicità etc…… che fanno un lavoro il cui presupposto è l’uso del corpo, della mimica, oltre che del cervello.
Tempo fa era stata pubblicata una discussione, su Repubblica, che metteva in evidenza come in Italia le donne si sottopongono, vengono sottoposte ad un uso “eccessivo” ed avvilente uso del loro corpo nelle campagne pubblicitarie.
Condivido in parte le ragioni una discussione del genere, ma, per quello che ne so io:

1) la pubblicità esiste in tutto il mondo
2) la modella è un lavoro
3) se sei una dipendente, modella o operaia o impiegata non decidi tu le modalità del lavoro, ma ti vengono imposte, nei migliore dei casi firmi un contratto di lavoro.

 

Mi riallaccio quindi all’introduzione di Luisa Muraro al dibattito perchè forse manca un tassello.
Io come ho detto ho 47 anni, e sono sempre vissuta a Milano, mi è capitato, quando era ragazzina (negli anni 70) di ricevere una proposta da un pittore (o presunto tale) di fare da modella per lui.
Io sono scappata via spaventata, ma devo dire che ho provato anche un certo turbamento.
Forse questo discorso, queste parole, pudore, turbamenti, possono apparire un po’ ridicole e antiche, ma per me sono le parole giuste per descrivere quello che ho provato.
Alla luce dei fatti penso che sia un modo di autoconservazione.
Penso anche a chi, modelle e attrici, con audacia e coraggio si espongono/esibiscono fisicamente e anche emozionalmente al pubblico e oltretutto vengono ingiustamente catalogate con disprezzo per le loro esibizioni non sempre pudiche o politically correct o “intellettualmente non interessanti”.
Il disprezzo per le donne non nasce quindi solo dall’essere vittime perché una modella non è una vittima ma una lavoratrice.
Diverso invece è il discorso della pornografia che io associo alla prostituzione.
Penso inoltre alle donne che vivono in altri paesi dove le culture sono diverse dalle nostre.
Non sono mai stata in Medioriente in Africa o nei paesi dell’Est ma posso immaginare che la pubblicità in quei paesi utilizzi un simbolismo diverso da quello utilizzato in Italia o in Europa o in America.
Ma sappiamo anche che, per esempio in alcuni paesi Mediorientali le donne devono usare lo chador o altri indumenti.

 

Marina Civardi

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