19 Febbraio 2024
Il Foglio

Primi stop al gender degli innocenti

di Marina Terragni


Ospedale californiano. Il ragazzino ha undici anni, maglietta rosa, capelli lunghi. L’annuncio della dottoressa è solenne: non dovrai più aspettare per essere una bambina. Con un’iniezione nel braccio somministra la prima dose di puberty blocker per fermare il suo sviluppo sessuale maschile. Madre raggiante, dolore e terrore sul viso del bambino. La voce fuori campo commenta: «Si apre un nuovo capitolo nella sua vita di ragazza». Feroci le reazioni al video su TikTok e X: «State assistendo a uno dei più grandi scandali della storia della medicina. Migliaia di ragazzini a cui viene venduta la balla di essere nati nel corpo sbagliato», una cosa pari solo alla lobotomia negli USA anni Cinquanta. Un crimine contro un’intera generazione. Per quella madre radiosa qualcuno ipotizza la sindrome di Münchhausen per procura, condizione psichiatrica per la quale qualcuno provoca sintomi a un figlio o li massimizza per attirare l’attenzione su di sé.

La “terapia affermativa” per i bambini con disforia di genere è stata inventata in Olanda a metà anni Novanta e poi esportata in tutto il mondo. Intorno ai 9-11 anni la pubertà viene “bloccata” con triptorelina, farmaco normalmente utilizzato per cancro alla prostata, carcinoma mammario e altre patologie; a 16 si passa agli ormoni cross-sex (testosterone ed estrogeni) e alla chirurgia: ma negli USA la doppia mastectomia è stata praticata anche su bambine di tredici anni. 

Il “protocollo olandese” è questo, e per anni qualunque cosa tu avessi da dire eri transfobico e fascista. Almeno finché la bomba non è scoppiata proprio nei paesi pionieri del trattamento, Regno Unito, Grande Nord, la stessa Olanda, una trentina di stati USA, ultimo il New Hampshire, Australia, Nuova Zelanda. In questi giorni la discussione si sta aprendo anche in Canada, roccaforte della terapia affermativa: quel trattamento è sperimentale, non ci sono prove che migliori il benessere dei bambini, gli effetti collaterali sono pesanti e irreversibili. Perfino il “New York Times”, dopo avere perseguitato per anni JK Rowling e giubilato varie firme “resistenti”, dedica una fluviale e compassionevole inchiesta al dramma dei detransitioner, ragazze/i farmacologizzati fin da bambini che si pentono e provano a tornare indietro, temibili contro-testimonial della terapia affermativa.

In Italia la triptorelina si usa per la disforia dei minori dal 2019. Di questi cinque anni non si sa nulla: numero dei pazienti trattati, modalità di trattamento, esiti delle “terapie”. Dalla recente ispezione al Careggi, eccellenza tra la ventina di centri italiani dedicati, trapelano notizie preoccupanti: almeno in alcuni casi il farmaco sarebbe stato somministrato senza la preliminare psicoterapia indicata dalle raccomandazioni. Psicoterapia che non serve, secondo Jiska Ristori, psicologa del centro, visto che ai bambini cisgender «non viene richiesta per definire la propria identità di genere».

Nemmeno gli olandesi la pensano come Ristori. Loro, gli inventori della terapia. È appena passata in parlamento una mozione in cui si richiede una ricerca indipendente sul “protocollo”. Il documentario “The Transgender Protocol” realizzato da Zembla, una specie di Report molto woke, ammette falle strutturali negli studi su cui si è fondato il modello terapeutico. «Siamo completamente all’oscuro» ha affermato Gerard van Breukelen, metodologo della ricerca dell’Università di Maastricht. Un altro studioso che preferisce restare anonimo dice che la ricerca olandese «non costituisce una base solida per eseguire interventi radicali e non reversibili». Hanneke Kouwenberg, esperta in transizione, sostiene che l’unica vera cura per la disforia dei bambini è la “desistenza”, cioè dargli il tempo per fare pace con il proprio sesso biologico. Succede in 8 casi su 10. Lo dice anche la Società Italiana di Pediatria: solo nel 12-27 per cento dei casi la disforia permane nel passaggio all’adolescenza.

«Nessun intervento medico produce un corpo del sesso opposto» conclude Kouwenberg. «Gli interventi chirurgici sono solo estetici, volti a migliorare la disforia, e dovrebbero essere classificati come cure palliative. Ma la narrazione ha fatto passare la terapia affermativa come prevenzione del suicidio senza che ci fossero prove concrete della sua validità».

Rischio-suicidio che, come vedremo, è il punto della questione.

Un altro punto è che la disforia ha cambiato sesso: oggi in 8 casi su 10 si tratta di ragazze quasi sempre con gravi disturbi psichiatrici, popolazione del tutto diversa da quella degli anni ’80 e ’90, maschi adulti MtF, da uomo a donna. Nel 2018 la Tavistock Clinic di Londra ha registrato un aumento del 4400 per cento di richieste da parte di ragazze rispetto al decennio precedente. Anche WPATH, associazione mondiale per la salute transgender, ammette che «la popolazione è cambiata drasticamente», il che cambia drasticamente anche lo statuto della questione trans. Gli studi olandesi si erano concentrati sul classico paziente maschio con disforia fin dalla prima infanzia. Anche i principi di Yogyakarta che dal 2006 informano le politiche trans in tutto il mondo sono stati tagliati su questi soggetti. Oggi invece si tratta quasi sempre di ragazze colpite da quella che la ricercatrice americana Lisa Littman ha definito disforia di genere a insorgenza rapida (ROGD): di punto in bianco, nel momento della pubertà, queste ragazze dicono di essere uomini. L’influenza sociale è fortissima, online o da parte dei pari, contagio social che è stato ammesso perfino dal presidente di Wpath Marci Bowers. Per la cronaca, Bowers è la chirurga trans nota per avere operato in diretta tv Jazz Jennings, supertestimonial dei baby trans e protagonista del reality “I’m Jazz”. Oggi di Jazz non si parla più volentieri, è drammaticamente obesa e afflitta da disturbi psichiatrici.

Regno Unito, altra nazione “pentita”. Psichiatra e psicoanalista, ex-presidente della British Psychoanalytic Society, David Bell è stato decano del servizio per minori disforici alla Tavistock Clinic di Londra e fan sfegatato di Corbyn, mica uno sporco fascio. Nel 2018 lancia l’allarme. Molti medici del servizio erano andati a confidargli le loro angosce: i pazienti erano anche molto piccoli (perfino, si è appreso in seguito, 70 bambini sotto i cinque anni) e venivano indirizzati rapidamente al farmaco. Quasi sempre c’era la compresenza di disturbi psichiatrici. Bell compila un rapporto ma i dirigenti della Tavistock non la prendono bene, gli appioppano un provvedimento disciplinare, lui si dimette. Quei trattamenti, dice, sono una vera e propria terapia di conversione praticata sui minori gay e lesbiche. La pressione dei transattivisti di Stonewall e Mermaids è fortissima e Bell si è detto scioccato dalla riluttanza della sinistra a confrontarsi con questi temi “per mostrarsi liberal”.

Nel 2022 il servizio della Tavistock viene chiuso in seguito a un’inchiesta indipendente affidata dal governo britannico alla presidente dei pediatri Hilary Cass. Hannah Barnes, giornalista BBC, ha seguito attentamente la vicenda e ci ha scritto un libro, “Time to Think: The Inside Story of the Collapse of the Tavistock’s Gender Service for Children”: secondo The Times fra i migliori pubblicati nel 2023, ma trovare un editore era stato un vero inferno, nessuno voleva passare per transfobico.

Le preoccupazioni sulla Tavistock erano note già dal 2016, prima della denuncia di Bell: un rapporto del direttore medico del servizio, David Taylor, avvisava che gli effetti a lungo termine dei blocker «non erano testati né studiati». Ma il servizio non si è mai fermato, tutt’altro: se nel 2009 c’erano state 97 richieste, nel 2020 sono diventate 2.500 con altri 4.600 in lista d’attesa. I medici erano sovraccarichi ma c’era una forte pressione per aumentare gli accessi offrendo valutazioni più brevi e meno approfondite. Secondo David Bell il trust spingeva il servizio anche perché garantiva un quarto delle entrate di tutta la Tavistock.

I piccoli pazienti provenivano da famiglie disfunzionali o avevano problemi di salute mentale. Nel team girava una battuta da brividi: «A questo ritmo di gay non ne rimarranno più». In molti casi le bambine e i bambini preferivano pensarsi come “intrappolati nel corpo sbagliato” piuttosto – “che schifo!” – che come gay e lesbiche, omofobia interiorizzata nutrita da tante famiglie. Come in Iran, dove se sei gay ti appendono ma se ti operi tutto bene. «La grande maggioranza dei giovani in terapia farmacologica irreversibile è attratta dallo stesso sesso» confermano dall’associazione LGB Alliance. «Si tratta di una moderna terapia di conversione per gli omosessuali».

Svezia. Nel 2022 il principale centro per i minori con disforia, il Karolisnka Institute di Stoccolma, chiude dopo l’ammissione di avere danneggiato con i blocker almeno una dozzina di bambini sottoponendoli al rischio di «gravi lesioni» a causa di trattamenti probabilmente errati e senza che le famiglie fossero adeguatamente informate. Caso più clamoroso quello della ragazza “Leo”, trattata dall’età di undici anni. Quattro anni dopo aveva sviluppato osteoporosi, alterazioni vertebrali e soffriva di dolori alla schiena e all’anca come una vecchietta. Leo non avrebbe mai dovuto essere sottoposta a blocco della pubertà. Si sarebbe dovuto tenere conto, dice lo staff medico, dei suoi problemi psichici, dei tentativi di suicidio, del fatto che non era convinta. Oggi in Svezia la prima istanza per i minori con disforia è il trattamento psicologico. 

Finlandia. Riittakerttu Kaltiala, primaria di psichiatria dell’adolescenza all’Ospedale di Tampere, nel 2011 viene messa a capo del servizio di identità di genere per i minori. Oggi Kaltiala, probabilmente tra i maggiori esperti al mondo, è in prima linea contro la terapia affermativa. Conferma che le ragazze erano quasi tutte affette da gravi disturbi mentali e che facevano rete per scambiarsi informazioni su come parlare con i medici per ottenere la terapia: «Abbiamo avuto la prima esperienza di contagio sociale». «Ma il miracolo promesso» dice «non si realizzava. Le giovani che stavamo curando non prosperavano. Al contrario, le loro vite deterioravano. Si ritiravano da tutte le attività sociali. Non facevano amicizie. Non andavano più a scuola».

Nel 2020 il Cohere, massima autorità sanitaria finlandese, ha pubblicato le nuove raccomandazioni: «Alla luce delle prove disponibili, la riassegnazione di genere dei minori è una pratica sperimentale» si dice. «La prima linea di trattamento per la disforia di genere è il supporto psicosociale e, se necessario, la psicoterapia» in quanto «la riduzione dei sintomi psichiatrici non può essere raggiunta con gli ormoni». Stop anche agli interventi chirurgici sui minori.

Le testimonianze dei detransitioner sono state decisive. Non si sa quanti siano, tante/i fra loro smettono di prendere i farmaci senza avvisare il medico che li ha prescritti. Secondo un sondaggio pubblicato da “Archives of Sexual Behaviour” la maggioranza tra loro (55 per cento) pensa di non aver ricevuto una valutazione adeguata prima di iniziare la transizione.

In Svezia lo scandalo scoppia proprio in seguito a un’inchiesta shock della tv pubblica, “Trans Train”, storie di ragazze con la barba, la voce maschile, i tratti deformati dal testosterone. Vituperate, censurate, ostracizzate, perseguitate dai transattivisti, le detrans hanno lottato duramente per prendere parola. «Sono stata accusata più volte di essere una persona di destra che crea una falsa narrazione per screditare le persone trans» dice al NYT la detransitioner Grace Powell. «Quello che dovrebbe essere un problema medico e psicologico si è trasformato in un problema politico. Un casino».

Negli USA il problema è politico da anni, a partire dalle bathroom war durante la presidenza Obama. Il presidente aveva sostenuto il diritto degli studenti a scegliere bagni e spogliatoi in base all’identità percepita. Trump aveva cambiato musica, ma uno dei primissimi executive order del suo successore Joe Biden ha riguardato proprio i giovanissimi trans. Biden ha anche nominato la trans Rachel L. Levine sottosegretario alla salute. La maggioranza degli americani di ogni parte politica «vorrebbe superare le guerre culturali sul tema e tornare alla ragionevolezza» sostiene il NYT, ma in campagna elettorale la faccenda resta rovente. È nata anche l’associazione DIAG – Democrats for an Informed Approach to Gender – per dare voce a quei liberal che chiedono alla sinistra di «rompere l’incantesimo gender».

C’è una detrans, Keira Bell, anche dietro allo stop per la Tavistock. «Ero una ragazza infelice che aveva bisogno di aiuto, e mi hanno trattata come una cavia». Alle soglie della pubertà la piccola tomboy cade in depressione, non va più a scuola, diventa una Hikikomori. Scopre di essere attratta dalle ragazze. «Mia madre mi ha chiesto se volessi diventare un ragazzo: non ci avevo mai pensato fino a quel momento». Alla Tavistock le danno i blocker. Keira ha quindici anni e si ritrova in «una specie di menopausa con vampate di calore, sudori notturni e annebbiamento mentale. Ma io volevo sentirmi come un uomo giovane, non come una vecchia signora». Seguono testosterone e doppia mastectomia. «Crescendo mi sono resa conto che la disforia di genere era un sintomo del mio malessere, non la sua causa». Keira fa causa al servizio sanitario nazionale e vince. L’appello mitiga la vittoria, ma Tavistock chiude, la vittoria più grande è questa.

«Non volevo diventare un uomo, avevo solo paura di diventare una donna» dicono invariabilmente le detrans. «Non ero io a essere sbagliata, sbagliato è come il mondo tratta le donne». Una fuga dalla differenza femminile (“la casa in fiamme” l’ha chiamata qualcuna) per poter essere libere. Oggi la questione trans è soprattutto questo, e ha molto a che vedere con la tenace maschilità del mondo.

Ma cosa fareste voi al posto dei genitori di una ragazza disforica se vi sentiste dire «Preferite una figlia morta o un figlio vivo?».

Kaltiala dice che troppo spesso i medici prospettano alle famiglie l’alternativa terrorizzante: farmaci o suicidio. Una madre descrive al NYT l’incontro con lo specialista: «È stato breve ed è iniziato in modo scioccante. Davanti a mio figlio il terapeuta ha detto: “Vuoi un figlio morto o una figlia viva?”». Ma «pediatri, psicologi e altri medici che dissentono dall’ortodossia ritenendo che non sia basata su prove affidabili si sentono frustrati dalle loro organizzazioni professionali». Spesso vengono minacciati dai transattivisti, come racconta Stephanie Winn, terapeuta dell’Oregon messa sotto inchiesta dal suo board. Oggi lavora solo online per non farsi trovare dai suoi persecutori.

Tamara Pietzke, psicoteraputa di Puget Sound, Washington, ha raccontato a The Free Press che i suoi superiori l’hanno invitata a smetterla di discutere e avviare immediatamente la transizione medica di una tredicenne autistica con tendenze suicide e una storia di abusi sessuali. Pietzke si è dimessa.

Eppure, dice Kaltiala «ricerche accurate dimostrano che il suicidio è molto raro. È disonesto e immorale fare pressione in questo modo sui genitori». «Ogni revisione sistematica delle prove fino ad oggi» scrive in una lettera insieme ad altri colleghi «compreso uno studio pubblicato sul Journal of the Endocrine Society, ha offerto prove con una certezza bassa o molto bassa dei benefici per la salute mentale degli interventi ormonali per i minori. La transizione di genere ci è sfuggita di mano. Qualcosa è andato molto storto».

Non esistono studi attendibili a supporto della tesi che la terapia affermativa prevenga il suicidio. Insieme a Kenneth J. Zucker, Stephen B. Levine è il decano degli psichiatri americani esperti di transizione. È stato presidente della 5a edizione degli standard di cura dell’Associazione internazionale per la disforia di genere e ha fatto parte del tavolo sui disturbi dell’identità di genere per il DSM-IV dell’American Psychiatric Association. Levine è netto: «Nessuno studio mostra che l’affermazione dei bambini riduce il suicidio rispetto a un modello di risposta di “attesa vigile” o psicoterapeutico… i dati disponibili ci dicono che il suicidio tra bambini e ragazzi che soffrono di disforia di genere è estremamente raro». E ancora: «la popolazione che si identifica come transgender soffre di un’alta incidenza di comorbilità correlate al suicidio. Ciò dimostra che ha bisogno di un’ampia e attenta assistenza psicologica, che in genere non riceve, e che né la transizione ormonale né quella chirurgica né l’affermazione risolvono i problemi di fondo».

Uno dei bias più frequenti è che nel concetto di suicidalità vengono incluse sia le intenzioni suicidarie sia i tentativi di suicidio. Ma i fatti dicono che la percentuale di adolescenti disforici morti per suicidio è lo 0,03 per cento (“Suicide by clinic-referred transgender adolescents in the United Kingdom”, 2022). Anche l’NHS, il servizio sanitario UK, afferma che «il suicidio è estremamente raro». Uno studio olandese realizzato su un periodo di osservazione molto lungo (1972-2017, “Trends in suicide death risk in transgender people: results from the Amsterdam Cohort of Gender Dysphoria Study)” stima che il tasso di suicidio nei transgender è di 3-4 volte superiore a quello della popolazione generale, ma l’anoressia moltiplica il rischio di 18 volte, la depressione di 20, l’autismo di 8, e come sappiamo queste comorbilità sono frequenti nei minori con disforia.

Un recentissimo studio americano (Williams Institute della UCLA School of Law, “Prevalence of Substance Use and Mental Health Problems among Transgender and Cisgender US Adults”, agosto 2023) dimostra piuttosto – e purtroppo – un incremento di suicidi tra le persone che hanno perfezionato la transizione con la chirurgia: il 42 per cento degli adulti trans ha tentato il suicidio rispetto all’11 per cento degli adulti cis; per l’autolesionismo le rispettive percentuali sono 56 per cento e 12 per cento.

Ma in Italia non si smette di agitare il rischio suicidio e di parlare della triptorelina come “salvavita”. In risposta all’ispezione al Careggi e all’intenzione dei Comitato Nazionale di Bioetica di riaprire la discussione sul farmaco (annunciata al Foglio dal presidente Angelo Vescovi) una dozzina di società scientifiche, la più importante tra le quali la Società Italiana di Endocrinologia (SIE) sostiene che la triptorelina «riduce del 70 per cento la possibilità di suicidio» tra i minori con disforia. II blocco della pubertà continua a essere definito «transitorio e reversibile» mentre la pratica clinica e svariati studi dimostrano il contrario: gli effetti della tritptorelina non sono affatto transitori e reversibili. Secondo una ricerca pubblicata dal “British Medical Journal” a sedici anni, età in cui si passa agli ormoni cross-sex, nelle bambine e nei bambini si osserva una crescita ridotta dell’altezza e della forza ossea. In un articolo pubblicato dalla rivista dell’Endocrine Society si afferma che per la pubertà ritardata con i blocker valgono gli stessi rischi per la salute connessi alla pubertà tardiva fisiologica: osteoporosi, obesità, diabete di tipo 2, problemi cardiovascolari e di salute mentale.

«L’uso di bloccanti della pubertà e la terapia ormonale» è scritto nel documento della commissione d’inchiesta per il Servizio Sanitario e Assistenziale norvegese «sono trattamenti parzialmente o completamente irreversibili». Perfino l’OMS, che ha istituito un tavolo per nuove linee guida sulla salute transgender, è stata costretta a precisare che non si occuperà di minori in quanto «la base di prove per bambini e adolescenti è limitata e variabile per quanto riguarda i risultati a lungo termine».

Eppure l’Osservatorio italiano sulla Medicina di Genere, organo dell’Istituto superiore di Sanità, continua a considerare il trattamento «completamente reversibile». Idem la Società Endocrinologica Italiana. Anche la Società Italiana di Pediatria ha sempre parlato di «dimostrata completa reversibilità dei sospensori puberali». Però stavolta la sigla (SIP) non partecipa all’alzata di scudi in difesa della terapia affermativa: forse anche tra i pediatri italiani cominciano a circolare seri dubbi.

Maura Massimino dirige il reparto di oncologia pediatrica all’Istituto dei Tumori di Milano ed è stata la prima – e per lungo tempo l’unica – pediatra a esporsi contro la somministrazione di triptorelina ai bambini incerti sul genere. Ha pratica con quel farmaco, nel suo reparto capita di doverlo somministrare a piccoli pazienti che sviluppano pubertà precoce in seguito alle terapie per il tumore e gli effetti collaterali le sono ben noti: «Bloccare la pubertà è come mimare la menopausa» dice. «Nel caso dei pazienti oncologici la valutazione costi-benefici può giustificare la somministrazione. Ma in quello di bambini fisicamente sani è come dare insulina a chi non ha il diabete. Tutta questa storia è partita come un’emergenza, in mancanza di un’adeguata riflessione e di linee guida sensate».

Giuseppe Chiumello, padre dell’endocrinologia pediatrica, è in linea con Massimino: «I centri che hanno diagnosticato e seguito questi casi non hanno pubblicato le loro esperienze: vanno obbligatoriamente istituiti un Registro Nazionale, centri regionali autorizzati alla prescrizione, una commissione regionale che discuta di ogni caso dopo presentazione di una relazione clinica».

Non hanno dubbi sul fatto che «qualcosa è andato molto storto» gli psicoanalisti della SPI che un anno fa in una lettera indirizzata a Giorgia Meloni a firma del presidente Sarantis Thanopulos hanno espresso «grande preoccupazione per l’uso di farmaci finalizzato a produrre un arresto dello sviluppo puberale». Discussione aperta anche tra gli psicoterapeuti SITCC, la maggiore società di psicoterapia in Italia, che al tema dedicherà il suo prossimo congresso.

Ma c’è dell’altro: più o meno nello stesso periodo – dal 2010 – in cui si è cominciato a registrare un aumento epidemico dei casi di minori con disforia, negli Stati Uniti, in UK e verosimilmente in molti altri paesi occidentali si è verificata una crescita esponenziale dei disturbi mentali tra gli adolescenti: depressione, ansia, deficit di attenzione, iperattività (ADHD), autolesionismo, tentati suicidi. Secondo recentissimi dati del servizio sanitario britannico il numero di bambini inglesi indirizzati ai servizi di salute mentale di emergenza è aumentato del 50 per cento in tre anni: una «devastante esplosione».

Lo psicologo statunitense Jon Haidt si occupa da anni dell’effetto dei social sulla salute mentale di bambini e adolescenti e ha pubblicato i risultati della sua ricerca in documento intitolato “I disturbi dell’umore negli adolescenti dal 2010: Una revisione collaborativa”. Nelle ragazze -visto che si tratta soprattutto di loro- l’aumento della disforia e dei problemi mentali, condizioni quasi sempre compresenti, potrebbe essere legato a un insostenibile disagio per il proprio corpo in maturazione reso oggi più acuto dai modelli irraggiungibili proposti dai social, corpi iper-sessualizzati e innaturali spesso modificati da chirurgia e filtri. Mark Zuckenberg si è recentemente scusato davanti al Congresso Usa per i danni causati ai bambini dalle sue piattaforme, bullismo, abusi sessuali, sfruttamento e via dicendo: forse dovrebbe scusarsi anche per questo.

Sulla questione della salute mentale della generazione Z e successive sono in uscita negli USA ben tre saggi: Jonathan Haidt, “The Anxious Generation”; Logan Lancing, “The Queering of the American Child – How a New School Religious Cult Poisons the Healthy Minds and Bodies of Normal Kids”; Abigail Shrier, “Bad Therapy – Why the Kids aren’t Growing Up”.

Si tratta di amarli di più, bambine e bambini, che restino liberi di significare la propria unicità e differenza rompendo la gabbia angusta degli stereotipi di genere. Non c’è alcun bisogno di medicalizzarsi a vita. La libertà non si compra da Big Pharma.


(Il Foglio, 19 febbraio 2024)

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