12 Marzo 2003

Violenza: un discorso da mettere sottosopra

Anche negli anni ‘70 non mi sentivo fisicamente insicura. Camminavo a notte fonda nelle vie di Milano, dopo quelle riunioni di donne, lunghe lunghe, e tornavo a casa piena di pensieri e di emozioni. Radiante. Non ci pensavo quasi mai, ma avevo la sensazione che fossimo padrone delle strade, che niente ci avrebbe colpito. Prendendo la parola con le altre donne, mi stavo riappropriando di uno spazio interno e credo fosse questo che mi/ci faceva sentire inviolabili (ricordo di altre che dicevano la stessa cosa). Solo noi potevamo dare accesso ai nostri corpi, come alle nostre menti e cuori (quanto si parlava di sessualità e di penetrazione!).

Intendiamoci: so bene che cosa vuol dire sentire il proprio corpo troppo visibile, come se il solo fatto di portarlo in giro in luoghi pubblici, lo rendesse aggredibile, violabile. Ma prendere la parola mi andava trasformando anche nel rapporto con lo spazio pubblico (la faccio facile, ma non è facile e non è mai finita, anche se l’invecchiamento, insieme al resto, cambia le cose).

Poi accadeva qualcosa, la violenza, e ne restavo sorpresa e intristita, ma non messa in discussione nelle mie convinzioni più profonde. Così mi lasciavano estranea le manifestazioni come Riprendiamoci la notte: capivo il valore politico, ma mi rimettevano in una fragilità e insicurezza che non provavo. Forse, sotto sotto, proprio per questo motivo mi infastidivano.

 

Anche adesso si parla molto di violenza e torno a leggere di corpi femminili fragili ed esposti, da proteggere, da fortificare, da rassicurare. Anche con le migliori intenzioni. Sono stanca di questi discorsi. Non ci credo, anzi ci credo ancor meno di trent’anni fa.

 

Non voglio più parlare del come e del quanto vengono esposti i corpi femminili, perlomeno non voglio parlarne in relazione al tema della violenza maschile.

 

In questa storia ci sono degli esseri umani normali, con tutte le loro varietà, e sono le donne. Non particolarmente fragili, anzi perlopiù assai resistenti, insomma normali.

E poi degli esseri umani, gli uomini, che hanno un problema: un potenziale di violenza.

Non siamo noi donne il problema, smettetela di parlare di noi.

 

Vorrei invece che il problema fosse nominato per quello che è.

E quindi vorrei non leggere mai più un titolo di giornale che dice “un’altra donna stuprata” o picchiata, ma “un altro uomo ha perso il controllo” l’ennesimo maschio ha aggredito.

 

Vorrei che gli uomini, tutti gli uomini, giornalisti, intellettuali e politici compresi, incominciassero a pensarsi davvero come portatori sani di qualcosa che può diventare molto pericoloso e con cui solo loro possono fare i conti.

Qualcosa su cui, quando vogliono far bene, cercano di esercitare censura, che evitano di far emergere e guardare in faccia. E quindi evitano perfino di nominare, preferendo indirizzare le loro emozioni sulla pietas per i poveri corpi femminili. Qualcosa di così evidente e macroscopico che scompare, che non può essere visto se non c’è la precisa volontà di nominarlo.

Per questo vorrei che tutti quegli uomini facessero a gara per diventare testimonial di messaggi corretti e consapevoli nei confronti dei giovani maschi.

Vorrei che organizzassero tavole rotonde e dibattiti in cui discutono e si accapigliano sul loro rapporto con l’aggressività e il potere.

Che sentissero (intellettualmente, emotivamente, politicamente) il gravissimo rischio che rappresenta per tutti loro e per le giovani generazioni di maschi, la loro incontrollabile tendenza a ricostruire e ricompattare, a ogni livello, la coorte maschile. E che manifestassero, proprio per questo motivo e non perché politicamente corretto in una logica paritaria da maschio democratico, l’urgenza di presenze femminili.

Quanto a me, da un uomo non voglio essere né aggredita né protetta (e le ronde non possono in ogni caso funzionare proprio perché non viene nominata e riconosciuta la natura della violenza).

Vorrei che entrasse in relazione con me, da uomo che sa di esserlo.

 

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