1 Marzo 2007
Vita

da Bamako

Emanuela Citterio

Stando agli ultimi dati delle Nazioni Unite è difficile parlare di pari opportunità in Africa Occidentale. In Mali il tasso di alfabetizzazione delle donne è del 12%, in Burkina Faso dell’8% e del 9% in Niger, in Senegal arriva al 29%. “La promozione dei diritti delle donne è una questione globale, in cui entra in gioco il livello di democrazia di un Paese” dice Diéneba Diallo, rappresentante di Roppa, uno dei consorzi più combattivi in Africa occidentale sul fronte della sovranità alimentare. Roppa è una rete di organizzazioni contadine diffusa in 11 Paesi e sta mettendo in discussione gli accordi di partnenariato econonomico (Epa) che l’Unione europea vuole firmare con i Paesi africani. “Non è possibile parlare di democrazia se non sono garantiti i diritti primari, come quello di sfamarsi” dice la Diallo. E fa una domanda: “Perchè gente con basso potere d’acquisto dovrebbe acquistare il latte da me che lo vendo a 50 centesimi di euro se qualcuno viene da fuori e lo vende a 20 centesimi?”. “I nostri mercati sono invasi da prodotti che arrivano dai Paesi europei e asiatici, e siccome i nostri governi non possono sovvenzionare gli agricoltori come fanno i loro governi, le nostre economie diventano sempre più deboli e dipendenti”. A dispetto delle statistiche, di Roppa fanno parte soprattutto le donne. “Non siamo solo povere e mutilate dall’infibulazione come pretendono alcuni stereotipi” afferma la Diallo. “Non siamo né rassegnate né sottomesse, siamo forti, fortissime. Molte donne del Mali all’alba sono già sui campi di cotone: è il loro lavoro non ricompensato a far andare avanti questo Paese. È da noi donne che dipende la salute dei nostri bambini, siamo noi a occuparci della famiglia”.
Secondo il rapporto Unicef 2007, quando le donne arrivano a occupare posti importanti in politica varano leggi più attente alla condizione dei bambini e delle famiglie. È successo in Ruanda, dove le donne parlamentari hanno contribuito con successo all’aumento di spesa per sanità e istruzione e al varo di un sostegno speciale per i bambini disabili. “In Sierra Leone stiamo cercando di fare approvare in parlamento una legge specifica sui diritti dei bambini” spiega Shirley Gbujama, ministro delle pari opportunità e dell’infanzia nel Paese africano uscito da una guerra civile brutale che non ha risparmiato i minori, reclutandoli come soldati, mutilandoli nel corpo, negli affetti e nella vita sociale. “La guerra è finita ma la piaga dei bambini soldato è ancora aperta” spiega la ministra. “Molti di loro sono ancora sradicati dalla propria comunità, sono cresciuti ma sono ancora disorientati. Avrebbero bisogno di cure, o semplicemente di poter andare a scuola e avere davanti un futuro. Ma ci sarebbe bisogno di un investimento serio, le forze in campo sono ancora troppo scarse”. A promuovere la legge per i diritti dei bambini in Sierra Leone è stato un gruppo di parlamentari donne, che dichiara apertamente la “necessità di femminilizzare la politica”. A sorpresa sta andando verso questa direzione anche Mauritania, finora ai livelli più bassi per quanto riguarda le pari opportunità. A spiegarcelo è Mehle Mint Ahmed, ministro della cultura, della gioventù e della famiglia. Abito rosso vivace con velo, dice che nel proprio Paese è in atto “una rivoluzione. Durante il precedente regime c’erano appena tre donne parlamentari alla camera e tre al senato. Oggi ci sono 27 parlamentari donne su 94. È vero, non c’è stata ancora una donna candidata alle presidenziali, ma sono certa che accadrà fra cinque anni”. Intanto a preparare la strada, come è già avvenuto in altri Paesi africani, è il ruolo importante assunto nelle donne alla guida della società civile. “In Mauritania c’è un Forum della società civile che riunisce circa 400 associazioni, e a capo c’è una donna” spiega la ministra. “Le donne hanno fatto un lavoro straordinario dopo la caduta del regime, oggi c’è libertà di stampa, si può criticare il potere, si possono pubblicare giornali che esprimono idee diverse senza incorrere nella censura. E in questo processo le donne hanno avuto un ruolo fondamentale”.

 

BOX COOPERAZIONE

 

La cooperazione italiana riparte dalle donne, e lancia un nuovo patto con l’Africa. A Bamako Patrizia Sentinelli, viceministra per gli Affari esteri, lo ha annunciato in mezzo a un’assemblea composta da un migliaio di delegate arrivate da tutta l’Africa occidentale. Ministre e rappresentanti della società civile che per due giorni hanno discusso di immigrazione, lotta alla povertà, salute, diritti delle donne e conflitti, il 2 e 3 marzo a Bamako (Mali). Al termine dell’incontro, dal titolo “Le donne protagoniste: dialogo fra i Paesi dell’Africa occidentali e la cooperazione italiana”, la Direzione generale della cooperazione allo sviluppo (Dgcs) ha annunciato lo stanziamento di 15 milioni di euro nel 2007 per un programma di cooperazione in Africa occidentale che partirà proprio dal sostegno all’iniziativa delle donne. Parla di un “segnale forte” il direttore generale della cooperazione Alain Economides: “con questa scelta l’Italia aumenta di dieci volte l’investimento per lo sviluppo in quest’area dell’Africa, dove finora siamo stati poco presenti”. Un impegno che ha anche un significato politico, se si pensa che uno stanziamento di entità analoga l’Italia lo ha riservato finora per zone di particolare crisi come il Libano e l’Afghanistan. “Non c’è dubbio che l’Italia deve ripensare la propria politica internazionale e il dialogo con l’Africa è fondamentale” ha detto Patrizia Sentinelli a una platea che risaltava per i colori e l’eleganza delle donne delegate a rappresentare i propri Paesi. La viceministra ha fatto presente che “anche il governo precedente ha portato avanti iniziative per l’Africa, ma quello che è mancato finora è un vero programma politico di cooperazione, con delle priorità, e un nuovo metodo, quello che abbiamo inaugurato con questa conferenza”. Le priorità di quello che è stato presentato come un “piano d’azione per le donne in Africa” sono le stesse che hanno tenuto impegnate in quattro gruppi tematici le rappresentanti che hanno partecipato alla conferenza: dalle iniziative di riconciliazione nei conflitti, alla microimprenditorialità femminile per combattere la povertà, al diritto alla salute (che comprende la lotta a pratiche che opprimono le donne come quello delle mutilazioni genitali femminili), a iniziative che tengano conto dei problemi legati all’emigrazione dal continente africano.

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