17 Ottobre 2006
Liberazione

Dialogo tra uomini e donne, lo spazio politico del cambiamento

Angela Azzaro

Roland Barthes, ne L’ovvio e l’ottuso, critica la cultura occidentale per la sua inclinazione ad approfondire, non cogliendo le verità che ci sono davanti. Insomma, siamo più portati a immaginare chissà quali significati che ad ammettere l’evidenza. Una provocazione, con tante verità. E che oggi ci serve, anche ribaltando i segni, per capire che cosa accade quando si parla di violenza maschile contro le donne. L’evidenza di questi mesi è che si denunciano sempre più spesso gli stupri per strada. I giornali ne parlano molto. Ma che cosa nasconde questa evidenza? Un’altra evidenza questa volta negata, celata. Quella che per una violenza sessuale avvenuta per strada ce ne sono molte, ma molte di più che avvengono in famiglia. L’ovvio e l’ottuso si mescolano, resta la domanda: che fare?

Le strade sono due e sono contrapposte. C’è quella della risposta all’evidenza dei giornali, cioè la strada dell’emergenza, delle politiche repressive. Ce n’è un’altra, più complicata: lo spazio della politica, una politica che interroga donne e uomini e che si connette alla seconda ovvietà, quella celata dai media e dalle misure sicuritarie (castrazione chimica, aumento delle pene, telecamere contro la prostituzione).

E’ nello spazio pubblico, della politica come trasformazione dell’esistente, che è nata l’iniziativa di un gruppo che da anni lavora sul maschile. Prima hanno promosso l’appello “La violenza delle donne ci riguarda” e sabato scorso 14 ottobre, a Roma, hanno organizzato un incontro chiamando a discutere uomini e donne per “un cambio di civiltà”. La giornata di confronto – organizzata dai primi firmatari Alberto Leiss, Marco Deriu, Stefano Ciccone, Jones Mannino, Massimo Greco, Sandro Bellassai, Claudio Vedovati – non è stata una risposta all’emergenza di ieri, né a quella di oggi. E’ una risposta alla normalità dei rapporti quotidiani e sentimentali tra donne e uomini. E’ qui che matura la violenza, è quel conflitto e quel rapporto che vanno interrogati e che l’incontro ha messo al centro dell’analisi, chiamando all’appuntamento realtà di diverse città, da Bologna a Torino, al Sud d’Italia.

Non mancano le difficoltà. Da una parte una certa diffidenza da parte delle donne rispetto a un dialogare misto che risulta inedito ma anche carico di aspettative, delusioni, storie recenti e passate, individuali e collettive che vanno elaborate. Dall’altra parte c’è ancora il bisogno degli uomini di stare tra di loro, di maturare una parola comune sul maschile, sul rapporto – ancora prima che con le donne – tra di loro. Ma che cosa vuole dire allora stare insieme, confrontarsi in un luogo misto? Lo ha spiegato bene Letizia Paolozzi: «Siamo qui per capire come possiamo fare politica insieme». Una scelta che chiaramente è il frutto di esperienze, di relazioni tra donne e uomini che vanno avanti da anni e che oggi – grazie soprattutto all’appello – sono diventati un fatto pubblico più visibile, forse anche più necessario per creare un cambiamento reale.

Gli uomini che si stanno mettendo in gioco in questo percorso non si vogliono autocolpevolizzare, non pensano di prendere su di sé le responsabilità di tutti i loro simili. Né le donne che hanno iniziato con loro il dialogo pensano di farlo. Dire: «La violenza contro le donne ci riguarda» non significa – come pure qualcuno ha proposto – chiedere che gli uomini si costituiscano come parte civile nei processi per stupro. Significa qualcosa d’altro. Qualcosa di più. E’ la critica all’identità maschile, ai ruoli, alle relazioni per come sono state codificate nella vita di ogni giorno. Di tutte e tutti. E’ qui che il dialogo è fondamentale. Su questo punto Stefano Ciccone è stato molto chiaro. Non ci sono soluzioni esterne da realizzare. «Se sono qui – ha spiegato – non è perché mi voglio assumere colpe che non ho, né per chiedere perdono, sono qui perché interrogarsi sulla violenza contro le donne è un’occasione anche per me di cambiamento, è un’occasione di libertà». La posta in gioco è molto alta. Ma è l’unica possibile.

Il rischio dei dibattiti, mediatici e non, sulla violenza maschile è quello che, in nome della incolumità, si rafforzi l’idea della donna vittima, di un soggetto dimezzato da mettere sotto tutela. La sfida che l’appello nomina e il percorso che ha stimolato puntano ad altro: a una trasformazione radicale della società. Il piano scelto è quello di una politica che vive “nelle” e “con” le relazioni. Ma il rapporto con la politica istituzionale, per quanto non prioritario, per alcuni è un percorso da praticare. Lo ha detto Leiss. E’ la sfida per una politica che si riscriva tout-court a partire dal rapporto uomo-donna, che parta dalla parzialità che gli uomini esprimono anche quando parlano di finanziaria, legge tv o altro. L’esito di questa scalata al cielo non è scontato. Tentare è però necessario. Dovuto. Non più rinviabile.

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