16 Giugno 2004

Grottammare, la Porto Alegre dell’Adriatico

Cara Redazione,
l’aspetto più interessante dell’esperienza descritta in questo articolo mi sembra l’attuazione nella realtà di un progetto di democrazia “partecipativa” in una cittadina di 14.000 abitanti.
Certo i meccanismi della delega e della rappresentanza restano, come non sparisce di certo il ruolo della Politica; ma questi e altri limiti (parlano solo uomini) non mettono in dubbio, per me, l’interesse per questa tentativo di pratica politica. Ed è questo che mi piace e che vi propongo.
Umberto Varischi
o

Vittorio Longhi

 

[…]
Mare blu

 

Oggi, Grottammare, 14 mila abitanti, non è solo una località turistica premiata dalla bandiera blu per il mare pulito e arredata da giganteschi e profumati oleandri, ma è una città simbolo di democrazia partecipativa, tanto che molti continuano a definirla «la Porto Alegre italiana». Senza dubbio si tratta del migliore esempio realizzato nel nostro paese di quel nuovo corso della politica che supera la crisi della democrazia rappresentativa per dare spazio alla reale e diretta partecipazione dei cittadini alla vita e alla gestione della cosa pubblica.
[…]

 

Liberi dalla Dc

 

[…] Dopo cinquant’anni di dominio incontrastato della Democrazia cristiana, infatti, in un territorio che ha sempre vissuto di turismo, senza grandi imprese e perciò senza classe operaia, c’è voluto un lungo e lento lavoro di preparazione per introdurre alcuni principi basilari di democrazia partecipativa. Nei primi anni `80, in pieno craxismo, un gruppo di ragazzi fonda la sede locale di Democrazia proletaria e inizia una serie di lotte, soprattutto ambientaliste, sensibilizzando e spingendo la popolazione alla partecipazione attiva. Nel 1993, dopo il crollo dei grandi partiti con gli scandali di Tangentopoli e dopo un’amministrazione di destra commissariata in pochi mesi, gli attivisti della sinistra radicale danno vita al movimento «Solidarietà e partecipazione» e si presentano con il Pds alle amministrative del 1994. La lista vince e a capo mette Massimo Rossi, insegnante e anima del gruppo locale Dp, che non mancherà di andare, e successivamente intervenire, al Forum sociale di Porto Alegre. Attraverso un apposito assessorato alla partecipazione, il comune avvia un progetto politico fatto di bilanci e di scelte urbanistiche sottoposti costantemente alla verifica democratica, con assemblee di quartiere e comitati spontanei di cittadini. Solidarietà e partecipazione è un movimento aperto, si può iscrivere chiunque e ogni settimana, di mercoledì (ancora oggi), ci si riunisce per discutere alla pari, cittadini e amministratori, «lasciando la casacca politica fuori della porta» ed elaborando ogni volta una sintesi delle discussioni e delle proposte che poi verranno presentate al consiglio comunale. Un movimento cittadino parallelo a quello politico che vuole contrastare la speculazione edilizia per riportare equilibrio ambientale e vivibilità, aumentare la spesa sociale, divaricare nettamente le aliquote comunali minime e massime per una maggiore equità.

 

Fuori dal coro

 

Alle elezioni del novembre `98, dopo la rottura tra Rifondazione e il governo Prodi, la lista di Solidarietà e partecipazione, sempre guidata da Rossi, si separa dal centro sinistra terrorizzato da un sistema di governo che non prevede più deleghe assolute, ma il coinvolgimento costante del movimento cittadino. Con la copertura politica di Rifondazione, Rossi si riconferma sindaco con il 62 per cento delle preferenze. Per la prima volta, tredici consiglieri comunali (su venti) sono comunisti, ambientalisti, indipendenti e i grottesi sono ormai consapevoli che la partecipazione non è solo uno slogan propagandistico, ma una pratica possibile. Il comune studia e realizza il nuovo piano regolatore in due anni, passando per una serie di assemblee periodiche di quartiere in cui gli amministratori vanno a chiedere direttamente ai residenti come vorrebbero che si migliorasse l’area in cui vivono. Le decisioni non vengono prese a maggioranza ma per sintesi delle richieste e delle esigenze manifestate di volta in volta, dagli spazi verdi ai parcheggi, dalle strade ai centri sociali. I poteri legati alla speculazione immobiliare, che per oltre cinquant’anni ha rovinato la città con massicce dosi di cemento, non trovano più spazio nel nuovo sistema e lentamente scompaiono dalla scena politica.

 

Viene bocciato il «Piano regalatore» del 1975, enormemente sovradimensionato e basato sulla costruzione di un porto turistico, di un parco acquatico sulla collina, di alberghi-alveari e di centri commerciali. Il comune prosegue nelle scelte di sviluppo sostenibile: dal vecchio Piano taglia circa un milione di metri cubi potenzialmente edificabili e salva dai palazzinari oltre 20 ettari di terreno sul mare destinati ad alberghi per restituirli ai vivai che da oltre un secolo coltivano – e oggi esportano – piante di oleandro, pitosforo e alloro.

 

Qualità della vita

 

I lavori pubblici ricongiungono e attrezzano zone periferiche della città lasciate per anni senza servizi, recuperando il patrimonio edilizio esistente, oltre che spazi verdi e spazi dedicati alla socialità. Sei chilometri di pista ciclabile consentono di attraversare tutto il lungomare e di raggiungere la cittadina a nord, Cupra marittima, in una passeggiata circondata solo da mare e verde. Non meraviglia perciò che oggi i dissensi siano pochi, perché «l’amministrazione – dicono tutti – lavora bene», anche se in centro, rigorosamente chiuso al traffico, qualche commerciante si lamenta della mancanza di quel turismo di massa che, secondo alcuni, darebbe più ricchezza. «Magari avessimo il porto turistico e gli alberghi – dice un negoziante – , quelli porterebbero molta più gente e soldi, ma la sinistra è contraria per principio». Nella gestione della città, però, «non ci sono rigidità ideologiche – risponde Luigi Merli, ex assessore ai lavori pubblici e da un anno sindaco di Solidarietà e partecipazione -, c’è invece un approccio moderno, perché crediamo nella qualità di un’offerta turistica basata sul piccolo, sulla qualità della vita, sulla solidarietà e sulla socialità». Una ricerca di modernità che è visibile anche in altre operazioni: «Con la diminuzione di fondi dal governo, la maggior parte degli enti locali italiani continua a privatizzare i servizi – spiega il sindaco – mentre noi abbiamo aperto la nostra prima farmacia comunale e abbiamo ripreso in gestione il depuratore, producendo ogni anno utili per le casse municipali, a dimostrazione che il pubblico funziona e può essere più efficiente del privato». La giunta, inoltre, ha differenziato le aliquote dell’Ici, agevolando le prime case e spingendo invece i proprietari di più abitazioni e locali ad affittare.

 

Locale e globale

 

Se la spesa per gli stipendi degli amministratori è stata volutamente dimezzata, poi, la spesa sociale è triplicata in sette anni per dare nuovi spazi ai più giovani (due ludoteche, un teatro e diversi parchi) e agli anziani (tre nuovi centri sociali), per dare assistenza domiciliare e assistenza linguistica agli immigrati. Ma la «perla dell’Adriatico», come si legge nella pubblicità dell’ufficio turistico, brilla anche per alcune precise scelte di gemellaggio e iniziative di solidarietà internazionale. Dalla città brasiliana di Itiuba, dove ogni anno il comune manda artigiani in pensione a insegnare arti e mestieri, al centro culturale albanese di Argirokastro, dove i tecnici marchigiani lavorano al piano regolatore e al piano di recupero del centro storico basandosi sui principi di sviluppo sostenibile e rispetto ambientale. Non mancano i progetti di cooperazione e scambio con municipalità politicamente affini, dal Chiapas alla Palestina, altro segno che a Grottammare l’attenzione alle dinamiche locali si fonde con quella per le questioni e le problematiche globali. Tutti elementi, insomma, che continuano a fare della cittadina marchigiana un piccolo, prezioso laboratorio di quell’altro mondo possibile che tanto si teorizza nei movimenti e che ancora fa sperare nel poetico presagio di un «futuro iridescente».

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