20 Gennaio 2006
il manifesto

Il confronto è necessario

Giovanni Cesareo

“Lavorare stanca” scriveva Cesare Pavese. Di questi tempi, però, stanca, a quanto sembra, perfino discutere del lavoro, del cosiddetto “mercato del lavoro”, dei problemi presenti e futuri dei lavoratori. Tra l’altro, sembra che con le profonde trasformazioni intervenute negli anni più recenti e con la proclamata scomparsa della classe operaia (?), di lavoratori non meriti più parlare altro che genericamente. Hanno perfettamente ragione Christian Marazzi e Sergio Bologna (il manifesto del 13 gennaio, ndr) a dire che alle tematiche del lavoro attualmente non si danno l’attenzione, lo spazio, il rilievo che meriterebbero nemmeno dalla parte dell’Unione. Semmai ci si attiene alla più ovvia ritualità nei confronti tra centrosinistra e centrodestra. Da una parte ci si riferisce alla difficoltà di trovare lavoro, dall’altra si risponde che il numero dei lavoratori è aumentato. Da una parte si continua a sottolineare la precarietà, dall’altra si risponde che la maggioranza assoluta delle assunzioni è a tempo indeterminato (ma non si dice, ovviamente, dove, a quali condizioni, con quali effettive garanzie). Debbo dire che nemmeno il manifesto – che, pure, è un giornale che continua controcorrente a condurre inchieste e approfondimenti sul campo – si dedica sufficientemente a indagare e riflettere sui problemi del lavoro. Eppure, a tutt’oggi, il lavoro occupa un posto centrale nella vita di ciascuno e il rapporto col lavoro condiziona decisamente i comportamenti e i destini di milioni di persone anche nel nostro paese. Alcuni anni fa – forse molti lo ricorderanno – i giovani cominciarono a discutere della possibilità che il lavoro non fosse più, com’è stato per tutto il secolo scorso, la parte centrale della vita. E si cominciò anche a pensare che il lavoro potesse diventare un terreno di realizzazione di sé (lo rivendicava in particolare il movimento femminista) anziché un percorso obbligato sottoposto a pesante sfruttamento. Non si può certo dire che quelle aspirazioni, quelle rivendicazioni siano state soddisfatte dai profondi mutamenti intervenuti nell’economia e nella vita sociale. Non più tardi di domenica scorsa, molte delle giovani donne intervistate durante la manifestazione milanese in difesa del diritto di aborto ricordavano quanto oggi sia difficile mettere al mondo un figlio nel timore di perdere il lavoro per questo. E tanto basti.

 

Ora, non dovrebbero essere queste tematiche al primo posto nelle riflessioni e nei programmi dello schieramento di centrosinistra, come giustamente chiedono nella loro lettera Marazzi e Bologna? E non sarebbe, più che opportuno, necessario incalzare incessantemente in particolare la sinistra, estrema e non, su questo terreno? Se ci sono, come certo ci sono, condizioni generali, comportamenti personali e collettivi, prospettive differenti, decisamente differenti rispetto al passato, tanto più sarebbe il caso di indagare, approfondire, scegliere, confrontandosi con la realtà presente e con le ipotesi possibili di cambiamento radicale in favore dei lavoratori per le quali battersi nel concreto fin da subito. Altrimenti, non resta che la rassegnazione.

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