12 Febbraio 2005

Il ripensamento femminista

“L’aborto, una risposta violenta e mortifera” (documento femminista del 1975)
Luisa Muraro

Quelle e quelli che parlano di un ripensamento femminista sull’aborto (e che poi lamentano che non abbiamo il coraggio di sostenerlo), rispetto alle posizioni degli anni Settanta, fanno un madornale errore: confondono la battaglia impostata dai radicali (fra i quali spiccava Emma Bonino) per il diritto d’aborto, con il movimento femminista, che non aveva questa impostazione individualistica e liberistica. Non c’è dubbio che la battaglia dei radicali sia stata sostenuta anche da molte femministe, specialmente a Roma, ma, primo, ciò non vuol dire che quelle femministe ne condividessero l’ideologia, secondo, il pensiero politico femminista, quando si è espresso con documenti suoi, non era d’accordo perché vedeva nell’aborto, legale o illegale che fosse, una conseguenza di una sessualità femminile subordinata a quella maschile e lavorava intanto perché la questione trovasse risposta in una più ampia concezione della libertà femminile. Cito da un documento del 1971: “Una procreazione coatta e ripetitiva ha consegnato la specie femminile nelle mani dell’uomo di cui ha costituito la prima base di potere. Ma oggi anche una procreazione ‘per libera scelta’, quale contenuto liberatorio può avere in un mondo dove la cultura incarna esclusivamente il punto di vista maschile sull’esistenza?” (Rivolta femminile). E da un documento del 1973: “Per gli uomini l’aborto è questione di legge, di scienza, di morale, per noi donne è questione di violenza e sofferenza. Mentre chiediamo l’abrogazione di tutte le leggi punitive dell’aborto e la realizzazione di strutture dove sostenerlo in condizioni ottimali, ci rifiutiamo di considerare questo problema separatamente da tutti gli altri nostri problemi, dalla sessualità, maternità, socializzazione dei bambini, ecc.” (Collettivo di Via Cherubini). Lo stesso collettivo, in un documento del 1975, intitolato “Noi sull’aborto facciamo un lavoro politico diverso” (sottinteso: da quello che fanno i radicali con le manifestazioni di piazza), scriverà che “l’aborto di massa negli ospedali non rappresenta una conquista di civiltà perchè è una risposta violenta e mortifera al problema della gravidanza e, per di più, colpevolizza ulteriormente il corpo della donna”. Smetto di citare; per un racconto più dettagliato si può leggere il capitolo secondo di Non credere di avere dei diritti della Libreria delle donne di Milano (Rosenberg e Sellier, 1987, 1998). Può bastare, credo, a far capire il senso della reazione di molte femministe alla tesi del “ripensamento”: nessuna di noi nega che, con i cambiamenti di cultura in corso, possa esserci e anzi debba esserci un arricchimento del pensiero femminista. Ma nel senso di una ripresa e di un approfondimento, unicamente.
C’è un problema a monte di questo fasullo “ripensamento”, che forse è venuto il momento di affrontare. Ed è che il pensiero politico delle donne ha interessato – ed è stato registrato, dalla cultura ufficiale, sia politica sia giornalistica – nella misura in cui stava dentro al quadro che questa cultura aveva già presente. Dicevamo: l’aborto esorbita dalle cose che il diritto può regolare, per tutto quello che chiama in causa della sessualità umana e per tutto quello che significa nell’esperienza femminile. Ma questa posizione non interessava né i sostenitori di una legge sull’aborto né il fronte contrapposto dei sostenitori di una legge contro l’aborto. E così si è continuato a discutere a forza di contrapposizioni e con ripetute semplificazioni, attraverso gli anni Ottanta e Novanta. Adesso, quelle nostre parole sull’aborto “risposta violenta e mortifera”, che ho dissepolto dall’ignoranza storica dei più, tornerebbero buone, buonissime, ad alcuni di questi più, ma solo per usarle dentro un altro schieramento, e siamo daccapo con l’operazione di tacitare esperienza e pensiero di donne.
Dicendo questo, rovescio in parte la posizione di Lucetta Scaraffia (sul Corriere della sera del 6 febbraio): secondo lei ci sarebbe stato un conformismo della parola pubblica femminista che ha occultato la complessità del pensiero che certo gruppi portavano avanti. A me risulta che l’opera di semplificazione non sia venuta dal femminismo, ma al contrario da chi del femminismo conosceva poco e capiva meno ancora. A me risulta, per esempio, che gli intellettuali, con qualche eccezione, gli hanno prestato scarsa attenzione, che i giornali e la televisione lo hanno divulgato secondo stereotipi pigri e qualche volta stupidi, e che la politica ufficiale, quella delle scadenze elettorali, lo ha assimilato in una versione semplificata e direi quasi mutilata.
È successo così che è mancato, alla cultura politica generale, un incontro e confronto fecondo con il pensiero che il movimento delle donne ha prodotto. Per tre quarti, lo dico senza esagerare, è una questione di linguaggio: quello che le donne hanno da dire a questo tipo di civiltà, e che, bene o male, hanno cominciato a dire, sporge fuori dai suoi quadri. E non si può scrivere sugli striscioni, come vorrebbe una simpatica giornalista del Foglio: bisogna farsi l’orecchio per intenderlo. Non si dimentichi che, se noi femministe abbiamo detto qualcosa, lo abbiamo potuto dire grazie ad un ascolto fine di noi stesse e delle altre. E che molto resta nel silenzio. Ora ci chiediamo, e da almeno vent’anni cerchiamo risposte, se e come quella capacità di ascolto e quel qualcosa che siamo riuscite a formulare, possano diventare un’eredità per le nuove generazioni, che rischiano altrimenti di ereditare il femminismo ultrasemplificato che sta dentro al quadro del consumismo e delle “facilità” di una società opulenta.
Il dibattito in corso può essere visto come il segnale che qualcosa sta cambiando? Sì, mi sento di rispondere, purchè migliori nettamente la qualità dell’ascolto degli uomini nei confronti della parola delle donne: la parola delle femministe, per cominciare, ma anche quella più corrente delle donne che essi incontrano nei luoghi della vita lavorativa e familiare. Siamo ancora distanti da ciò. Un esempio? Nell’intervista sul Corriere della sera del 10 febbraio, l’on. Martinazzoli, che ha fama di attento e riflessivo, ha creduto di leggere un ripensamento femminista sull’aborto (“non un’abiura, ma più prudenza, più dubbi”), che è parecchio distante da quello che è venuto invece fuori dal dibattito, il presunto ripensamento essendo comunque moneta buona, per lui, da spendere nella prossima campagna referendaria.
Torna insomma ad agire il quadro dentro il quale dovremmo esprimerci per esserci e contare, lasciando fuori un certo numero di “cose”. Fuori dal quadro del “pensiero cattolico”, per esempio, restano quelle femministe cattoliche che hanno parlato e scritto in favore della legge 194. Fuori dal quadro resta, per fare un altro esempio, il fatto che alcune femministe si sono espresse contro il ricorso allo strumento referendario per cambiare o migliorare l’attuale legge sulla procreazione assistita. Fuori dal quadro resta la nostra consapevolezza che in queste materie la macchina politica degli schieramenti contrapposti è deleteria. Fuori dal quadro restano le pratiche che abbiamo inventato. Fuori dal quadro continua in sostanza a restare la differenza femminile.

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