1 Ottobre 2008
Diario

La parola alle maestre

Un film-documentario per raccontare le ragioni e la qualità della scuola pubblica
La finestra di una scuola. C’è attaccato un disegno (o una rondine di primavera o uno di quei fiori appesi sui vetri). Particolare in primissimo piano. Poi, ad allargare. Inizia così L’amore che non scordo, un film-documentario che parla di storie comuni, senza grandi protagonisti. Quattro maestre (Chiara, Alice, Adriana e Cristina) e un maestro (Bardo), quattro classi e un viaggio per immagini che, tra il 2005 e il 2007, tra Milano, Roma e Bologna, riesce a mostrare (anche a chi vive fuori dalla scuola) quella parte invisibile dei programmi didattici e quello scambio umano, tra insegnante-bambino e insegnante-insegnante, che fanno l’effettiva qualità di una scuola, della nostra scuola.
Abbiamo chiesto a due delle autrici, nonché maestre, Vita Cosentino e Maria Cristina Mecenero di provare a spiegare qual è la scuola che ci piace. Quella che già esiste. Hanno pensato così di raccontare quello che succede, ogni giorno, da tanti anni, tra una maestra e un bambino, tra una maestra e i bambini. Quello che passa davvero. Perché, forse, non lo ricordiamo più. Perché non si immagina. Perché non si sa, o non si vuole sapere, si vuole cancellare. Ecco le ragioni per cui non vanno lasciate sole.

 

di Vita Cosentino e Maria Cristina Mecenero

 

 

E brave le signore maestre
Nel loro essere comuni, sono loro che da sempre salvano la scuola

 

Vita Cosentino

 

La scuola elementare italiana è cambiata, profondamente, e in meglio. Tanto che le statistiche la collocano ai primi posti nel mondo. I dati e le tabelle però non bastano, non parlano. Registrano il risultato, sì, ma non spiegano come si è prodotto, non entrano in quelle scuole, non fanno vedere cosa succede dentro.
È capitato un miracolo in un’istituzione per antonomasia “fanalino di coda” in Europa. Eppure, la cosa non ha interessato granché il mondo della cultura e la grande stampa. Forse perché le buone notizie non fanno abbastanza “notizia” e fa vendere di più trasformare tutta l’informazione in un fatto da cronaca nera. Oppure, perché ciò che è pubblico è sottoposto a crescente discredito e si preferisce insistere su bulli e fannulloni. C’entra senza dubbio, poi, il fatto che le maestre nella scuola elementare sono donne per il 95 per cento, fino a pochi anni fa sprovviste di laurea e a contatto con l’infanzia… Tutte cose, per molti, di “basso” livello e abbastanza noiose.
Le maestre italiane sono veramente brave. E per mostrare di che cosa è fatta la qualità della scuola primaria, per dirlo anche a chi non c’è dentro, una sera a cena è nata l’idea di fare un film documentario che facesse vedere le maestre all’opera con i bimbi e le bimbe nella quotidianità del loro lavoro. Eravamo alla Libreria delle donne di Milano non a caso, in un luogo che alle donne rivolge il suo sguardo e che da lì parla e pensa. Abbiamo trovato le registe e il produttore quasi per caso.
L’impresa è stata temeraria perché totalmente autonoma e senza finanziamenti, ma ci credevamo davvero e quando le idee piacciono e si incontrano, si aprono possibilità che danno gambe ai progetti. Così, man mano, abbiamo trovato
appoggi, aiuti anche spontanei, che ci hanno fatto capire come fosse atteso quello che stavamo facendo. Era – è, tanto più oggi – un qualcosa che mirava a restituire realtà alla scuola elementare italiana mostrandone il valore. L’amore che non scordo è un film corale. Non volevamo rischiare che fosse recepito come una storia eccezionale di un’unica maestra: volevamo raccontare storie di comuni maestre. Le quattro protagoniste, Cristina, Chiara, Alice e Adriana, sono le migliaia di maestre che ogni giorno fanno un lavoro prezioso e si inventano la scuola, una buona scuola, che vive di relazioni in cui quello che davvero viene messo in gioco non è solo un sapere specialistico, ma la propria umanità. Quel maestro, Bardo, che insegna in una scuola della provincia di Roma, Campoleone, ci dice di quegli uomini, ancora troppo pochi, che scelgono di stare con l’infanzia e che lo fanno con vera passione. Loro cinque hanno avuto il coraggio di esporsi e di farsi riprendere. Le registe Daniela Ughetta e Manuela Vigorita, pur entrando per la prima volta in una classe, hanno trovato uno sguardo capace di farsi sorprendere da quello che capitava, capace di mettere in luce quella straordinaria relazione tra le maestre e le piccole creature e che ci siamo arrischiate a chiamare amore.
Qualche tempo fa la mia attenzione è stata catturata da una frase di Simone Weil che definisce male ciò che toglie realtà agli esseri umani e alle cose, bene ciò che gliene aggiunge. Di colpo, ho capito come questo avesse a che fare con il nostro film, con le maestre, con tutta un’umanità, soprattutto femminile, che sta nelle funzioni di base della vita umana (cose che andrebbero trattate con cura) e che spesso passa sotto silenzio. Simone Weil ci propone un’idea luminosa perché resta vicino agli esseri umani, su di essi si orienta, e ci potrebbe evitare terribili errori. Una scuola è un sistema vivente: una volta distrutto un equilibrio funzionante ci vogliono decenni prima che se ne crei un altro.
Se pensiamo all’oggi, alla scuola elementare e alla riforma Gelmini, è questo il rischio che si corre. “Il maestro unico”, solitario e titanico, non a caso declinato in un irrealistico maschile, può distruggere il tessuto relazionale che le maestre hanno creato e che fa funzionare la scuola elementare italiana. La riforma Gelmini è una riforma dell’irrealtà: interviene là dove non c’è niente da cambiare. È quindi, per dirla con Simone Weil, “male”: fa del male. E non ci sono ragioni economiche che tengano. Le maestre non possono essere lasciate sole. Sulla scuola si gioca una partita più grande, che riguarda una questione fondamentale: se stiamo alla realtà e custodiamo le cose buone che abbiamo, apprezzando chi le realizza, o se acconsentiamo a operazioni di pura irrealtà che aprono una voragine senza fondo.

 


Un tempo pieno di vita
La magia e le difficoltà del lavoro quotidiano nel racconto di un’insegnante


Maria Cristina Mecenero

 

La magia e le difficoltà del lavoro quotidiano nel racconto di un’insegnante
In tempi bui possono succedere miracoli. Più di quanto ci aspettiamo. Ho imparato questa cosa da quando sono maestra. Le donne che accompagnano la crescita di bambine e bambini come madri, educatrici o insegnanti lo sanno bene. Sanno che sintonizzarsi con l’infanzia aiuta ad aprire tutti i sensi e rende più intelligenti. Sanno anche che non viene sempre facile sintonizzarsi, che le influenze, le economie dei mondi che contano agli occhi dei più – quello politico, quello ministeriale, quello del mercato – sottraggono ascolto, pazienza e intelligenza. Bisognerebbe perciò stare attenti alle “mosse” che si fanno: donne, bambine e bambini reagiscono. Per tutta la settimana non abbiamo avuto luce in classe, causa lavori in corso per la ristrutturazione dell’edificio. La nostra aula spaziosa è troppo buia per far stare le bambine e i bambini ai soliti posti nel banco, in più la mia vista non è più quella di una volta, ho dovuto aiutarmi come potevo. Il primo giorno, per prendere tempo, ho detto: “Mettetevi tutti qua, vicino alla finestra con le sedie, inizieremo dalla lettura”. Intendevo la lettura di un libro che faccio di solito alla fine delle mie ore. Qualcuno ha portato anche quello che aveva scelto dalla biblioteca di classe. Quando ho finito di leggere il capitolo, Gaia ha proposto di leggere dei brani dal suo. La cosa ci ha preso la mano e abbiamo dato vita a una sorta di maratona della lettura. Via una, sotto un’ altra o un altro. C’è chi ha introdotto Rasmus, della Lindgren, che vagabondava per le strade della Scandinavia, chi cercava di impressionare e fare ridere con Stilton, chi ci accarezzava con la poesia delle pagine di Carpi. Era evidente a tutti che se si leggeva bene, si incantava di più. Ahmed ha proposto di proseguire il giorno dopo. Io ho colto l’occasione al volo: ciò che traghetta verso nuove competenze va sempre incoraggiato. Alcuni si sono voluti preparare a casa, in modo che il brano scelto fosse presentato al meglio. E, da allora, ogni giorno, ci ritroviamo vicino alla finestra, con la candela appoggiata per terra, a lato di chi legge, e la voce della lettrice o lettore di turno che ci cattura. Gaia stamattina si è avvicinata, con il suo solito fare felpato e un po’ circospetto, e sottovoce mi ha detto: “È bellissimo leggere”. La relazione nei luoghi di lavoro: qualcuno, l’altro giorno, ha paragonato la collaborazione e la cooperazione delle maestre alla qualità totale che certe aziende perseguono. Forse non sapeva di cosa stava parlando. La scuola primaria funziona bene non perché specula sul desiderio e sulle capacità di relazione, facendoli diventare mezzi produttivi e merci, non perché trasforma gli esseri umani in risorse per il profitto. La scuola primaria funziona bene perché accetta il gioco imprevedibile e incomparabile dello scambio umano: le donne che qui lavorano si aiutano, si rendono disponibili, hanno uno scambio con le colleghe, anche con chi è molto distante dalle proprie scelte di vita. Perché lo fanno? Perché sanno che per stare in relazione con le bambine e i bambini non c’è altra via: c’è bisogno di sostenersi, di rimpiazzarsi quando accadono i guai, di condividere il senso degli accadimenti. E le bambine e i bambini ti chiamano a partecipare a questa relazione, ad ascoltare le loro esistenze, prima di qualsiasi apprendimento tu voglia perseguire. Costruire un qualcosa assieme a loro: ha funzionato per tutti così, ma sembra che sia più facile dimenticarsene. I bambini e le bambine sono esseri umani particolarmente impegnativi, per i bisogni che hanno e per il fatto di essere in una fase dell’esistenza in cui dipendono ancora da noi grandi. Possono stare molto bene, ma anche molto male. E quando stanno male o hanno bisogni particolari, e questo succede anche quando stanno bene, è necessario che ci sia più di una persona per rispondere, per fare qualcosa. Il bambino dagli occhi verdi ha avuto un’altra crisi: non voleva dipingere, non voleva nemmeno andare nell’aula di pittura. Maria Carla, la mia collega, era già pronta con tutte le altre e gli altri in corridoio, pennelli nelle mani e grembiuli più o meno allacciati. Tutti, tranne il bambino dagli occhi verdi, che girava solo tra i banchi e riordinava le sedie con grande precisione. Ai richiami continuava a rispondere a bassa voce: “Io non ci vengo, non voglio”. Abbiamo preso la decisione velocemente, non senza inquietudine: lei è andata, io sono rimasta per capire cosa gli stesse succedendo. “Sono stanco, ho voglia di giocare.” Gli propongo di fare un puzzle assieme. L’idea mi viene perché, giorni prima, lo avevo visto sorridendo farne uno insieme ad altri due compagni, dopo aver finito un compito che gli era costato un’immane fatica. Ci sediamo fianco a fianco e iniziamo: è un puzzle di Aladin. Ricostruiamo con pazienza. Lui se la cava benone, io mi rilasso, e anche lui si distende man mano che la figura prende forma dal disordine. Mi affascina questo suo desiderio di ricomporre. Riesce a esprimere comunque qualcosa di sé, ma attraverso il gioco. E sono contenta di non avere schiacciato sull’acceleratore delle reazioni. Mi ritrovo così a giocare per un’ora con quel bambino che, da quando è iniziato l’anno scolastico, sta lottando con la scrittura e con me, che sono la sua maestra di italiano. Mi rimane la preoccupazione di avere lasciato Maria Carla da sola: la pittura con ventiquattro bambini è un’opera titanica. Ma so che lei capirà. Mi ritrovo a pensare alle intenzioni del ministero: ridurci ai minimi termini, alla solitudine. Lasciarci da sole, dopo aver sperimentato per anni il senso della responsabilità condivisa. Come minimo c’è l’altro, il bambino di cui ti occupi, ma nella scuola fino a oggi ci sono sempre state anche le altre, le adulte con cui scambiare e con le quali la tua sensibilità e la tua intelligenza vengono messe in circolo, sostenute, amplificate. Perché allora pensare che due insegnanti siano troppo per lo Stato e un fattore disorientante per l’infanzia? Momenti di tensione oggi, durante la riunione settimanale. Ho manifestato la mia preoccupazione per Victor che, arrivato l’anno scorso in Italia, continua a non decollare nella scrittura e nella lettura. Nella nostra classe, su 25 bambini, dieci hanno problemi con la grammatica. Si muovono in un mondo disarticolato di suoni e segni, con grandi fatiche. Mi chiedo se sto facendo tutto quello che posso, che devo fare. Una collega di un’altra classe, ha scelto la strada della diagnosi e della cura del presunto disturbo: due bambini sono stati dichiarati dislessici, uno, disortografico. Altri cinque sono in osservazione. Molte di noi insegnanti condividono l’ansia e i dubbi per ciò che sta capitando, ma non tutte concordano con la soluzione della collega, per questo è nata la discussione. Io non so se sia vero che i bambini di oggi abbiano problemi più che in passato nell’apprendimento della lingua italiana, ma di sicuro noi maestre abbiamo problemi sul come leggere la questione. Parlare di problemi di linguaggio in modo così diffuso, sapendo che la lingua è pensiero e modo di stare al mondo, cosa significa? Dire a tanti bambini, anche stranieri, tu sei dis- – gli esperti questo fanno – sapendo che dis- significa separazione, dispersione, opposizione, sta forse a indicarci una frattura tra noi, l’infanzia e la lingua, cioè tra noi e la comprensione di come stanno andando le cose? Altre parole con quel prefisso si potrebbero dire: dispiace o discúlpame, per esempio, a riconoscere che per il momento non sappiamo cosa fare e pensare. Un mondo disarticolato di relazioni. Forse è questo che sta dietro a tutto, al fatto che si dimentichino doppie, accenti, apostrofi e che molti bambini, italiani e stranieri, finiscano per essere considerati affetti da un disturbo dell’apprendimento. E non riesco a immaginare quale sarà il contraccolpo, nel rapporto con la lingua, per tutte le bambine e i bambini che stanno facendo già ora così fatica.
Un altro momento di grazia è capitato oggi, sul finire di una giornata difficile, in cui sia il bambino dagli occhi verdi sia io abbiamo attraversato vari momenti di crisi. Maria Carla era venuta con la chitarra, per provare il benvenuto alla bambina romena che arriverà domani. A casa le aveva preparato un cartellone con il suo nome e un augurio. Gusto estetico e capacità canore decisamente buone le sue, sufficienti le mie, ma ci compensiamo. Abbiamo cantato le nostre canzoni più belle. Ci stiamo dividendo i compiti: io mi sto occupando di Victor, lei si concentrerà su questa nuova compagna di viaggio. Il momento più piacevole è stato proprio quello del canto: c’erano sintonia e affiatamento, si sentiva. Una cosa semplice, ma che faceva sorridere un po’ tutti. Sul più bello è entrata Teresa, la collega un po’ magica che sta per andarsene in pensione. Non vorrebbe (e nemmeno noi lo vorremmo). Attirata dalle note, ha fatto capolino in classe e ha esordito: “Oh, orco di un orco assassino” che è la sua espressione più conosciuta per dire che è contenta, che le sta succedendo qualcosa di buono. Ed è anche uno dei suoi modi per ridare speranza e fiducia a chi le sta intorno. Molte e molti hanno riso. E gli altri? Speriamo che abbiano capito.

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