1 Settembre 2010
Via Dogana n°94

La rivolta finale della docente

Laura Minguzzi

Tre anni! Dopo tre anni – mi sono detta – la misura è colma e poi vado in pensione e voglio proprio che tutta la scuola ne parli!
Avevo scelto il Parini nella domanda di trasferimento, perché volevo finire la mia carriera scolastica in bellezza. Un mito degli anni sessanta il Parini e quasi un ritorno al principio questo mio movimentato fine di carriera. Come ogni nuovo inizio ero piena di idee e di entusiasmo. L’ansia dell’ignoto si accompagnava al desiderio di conoscere un nuovo contesto e di farmi conoscere attraverso mie proposte. La prima occasione l’ho colta durante l’autogestione autunnale promosso dai vari collettivi studenteschi; ho invitato Marina Santini affinché facesse conoscere la sua ricerca storica sul femminismo della differenza a Milano, a partire dagli anni Sessanta. Così davanti all’assemblea in aula magna abbiamo proiettato immagini sul femminismo, i luoghi, i testi, le parole chiave e le esperienze politiche più significative per me, per lei, di quegli anni. In una classe in particolare, con cui io avevo una forte empatia, per cui ho raccontato a loro di quel periodo storico, senza reticenza e portando in cattedra emozioni e sentimenti che raramente capita di far vedere a scuola.
L’anno dopo con due giovani supplenti di storia e filosofia ho colto la seconda occasione: rappresentare a scuola uno spettacolo su Simone Weil. Mi aveva colpito il fatto che alcuni studenti insistessero nel sostenere che non solo non conoscevano nessuna filosofa ma che secondo loro non ne esistevano. Fu tutta una corsa ad ostacoli, ogni giorno se ne presentava uno. Locali inidonei, inagibili, aula magna affittata a esterni… Discussioni, conflitti, ansie, sorprese. Tra le sorprese: alcuni studenti hanno continuato poi ad approfondire lo studio del femminismo, del linguaggio della differenza e mi hanno chiesto una bibliografia di Luce Irigaray per la tesina della maturità. È stata una gran soddisfazione.
E poi, l’incidente. Ho sentito che la battaglia era necessaria, contro la sottrazione di senso e di valore a ciò che in tre anni avevo costruito. Avevo osservato i comportamenti dei e delle colleghe negli ultimi mesi, avevo ascoltato e letto i vari atti amministrativi che limitano sempre di più la sovranità del corpo insegnante, avevo percepito un montare sproporzionato di forze negative, che mettevano a rischio la mia stessa incolumità umana e professionale. Un crescendo, uno tsunami di atti burocratici, solitudini, mancanza di parole e scambi, rassegnazioni, silenzi… un prevalere di ciò che rende la scuola insopportabile, compra-vendita di compiti, opportunismi, bugie, malattie psicosomatiche, ansia da prestazione, do ut des, ipocrisie, lettere di avvocati, pressioni indebite, ingerenze eccessive di mamme e papà, trivialità e misoginia, gesti arroganti e violenti di maschi che restano impuniti. La mia è stata una rivolta. Il preside mi offende davanti ai genitori di uno studente a cui ho dato una nota e io ho deciso di non tacere. Ho scritto una lettera aperta e l’ho fatta circolare a scuola. È stata una scrittura collettiva, liberatoria, quasi dadaista: chi mi consigliava di togliere una frase, chi di aggiungerne un’altra, chi di querelare il dirigente, chi di lasciar perdere, alcune colleghe mi raccontano casi analoghi, una bidella di essere stata occasionale bersaglio di male parole.
Il linguaggio usato dal dirigente è, guarda caso, sempre connotato sessualmente. La mia lettera aperta, dopo avere provocato un ampio dibattito a scuola, esce sul quotidiano la Repubblica (in due puntate, l’11 e il 15 giugno) e poi su facebook. Il dirigente si spaventa e convoca d’urgenza un consiglio di classe straordinario dove obtorto collo mastica qualche parola di scusa nei miei confronti. Per confutare la mia accusa di comportamento triviale e misogino si esibisce in una sorta di panegirico della famosa statua medievale di Uta di Ballenstedt collocata nel Duomo di Naumburg in Turingia, margravia assunta come icona tedesca della perfezione, dal medioevo transitando dal nazionalsocialismo fino al socialismo reale ecc. ecc. Noi riuniti, cogliamo l’intenzione metalinguistica del discorso: finché non ci saremo trasformati in statue è impossibile un dialogo, uno scambio sensato con chi dovrebbe rappresentare l’istituzione scolastica.

 

Epilogo. L’ultimo giorno di scuola arriva Beatrice, sorella minore dello studente da me punito, anche lei mia allieva. Mi vuole salutare, mi manda via mail la foto di classe e un augurio di buone vacanze, col suo comportamento dissociandosi dal fratello, mettendo in risalto la sua differenza. Vuole farmi comprendere che lei ha capito e che per lei l’anno passato insieme ha lasciato un segno.

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