16 Marzo 2021
il manifesto

Le prime laureate nella storia

di Tiziana Plebani


Quando troppa luce si concentra su una donna, come è il caso di Elena Corner, l’effetto sovente che si ottiene è di farla divenire una figura eccezionale rispetto al suo sesso, nella tradizione della galleria delle donne illustri, e quel che è peggio, di usarla per rimuovere altre dalla memoria.

Pertanto un po’ di chiarezza può essere utile e può anche illuminare meglio quale fosse il rapporto delle donne con gli studi superiori. Prima di tutto è bene ricordare che le università al loro esordio non furono ostili alla presenza di donne sapienti, come si dimostrarono invece più avanti. Prova ne sia la vicenda della Scuola di Salerno, centro di codificazione delle pratiche medicali, che vide dal XI secolo un’attiva partecipazione di alcune donne che insegnarono e produssero testi di studio, tanto da far coniare la denominazione collettiva di Mulieres Salernitanae.

Un’esperienza di insegnamento femminile si radicò a Bologna con Bettisia Gozzadini che, conseguita la laurea in giurisprudenza nello Studio bolognese il 3 giugno 1237, ottenne la cattedra di diritto. Una simile carriera, un secolo dopo, è ricordata anche per Novella d’Andrea, figlia di un professore di diritto canonico, che avrebbe, anche secondo il racconto di Christine de Pizan, sostituito il padre nelle lezioni dell’ateneo bolognese, pur divisa dall’uditorio da un pudico velo. La sorella Bettina d’Andrea avrebbe invece insegnato filosofia e legge presso l’Università di Padova.

Alcune umaniste nel XV secolo raggiunsero grande fama e intrapresero vere carriere di intellettuali, tenendo anche orazioni pubbliche, come la veneziana Cassandra Fedele, a cui venne chiesto di pronunciare nel 1487 un discorso in lode delle scienze e delle arti di fronte alle autorità accademiche all’Università di Padova. Le università nel frattempo si erano strutturate come ambienti esclusivamente maschili, a forte impronta ecclesiastica.

Per incontrare un’altra donna impegnata a discutere una tesi e a conseguire un titolo dottorale bisogna arrivare al primo Seicento. Si tratta della spagnola Juliana Morell, nata a Barcellona il 6 febbraio 1594. Figlia illegittima di Juan Antonio, un mercante di stoffe, di una famiglia di ebrei conversi, dimostrò da subito una straordinaria vivacità intellettuale, tanto che il padre la fece seguire da maestri e poi la mise in educazione nel convento di Montsió. Morell, travolto dai debiti e dall’accusa di aver partecipato a un omicidio, si trasferì con la figlia a Lione nel 1600, dove riuscì ad avviare una banca. Comprese tuttavia che il suo riscatto sociale risiedeva proprio nelle grandi doti della figlia che all’età di dodici anni possedeva un’ottima padronanza di lingue classiche e straniere. Così il 16 febbraio del 1606 Juliana difese al cospetto dei dotti una tesi di argomento filosofico ed etico ottenendo «summa cum laude». Trasferitisi ad Avignone, per allontanarsi dall’ambiente protestante, Juliana discusse pubblicamente nel 1608 le sue tesi di diritto canonico davanti a un pubblico di eruditi e aristocratici.

Le carriere intellettuali e le vicende biografiche di Juliana Morell e di Elena Corner hanno molto in comune. Innanzitutto nascono dal bisogno di riscatto e promozione sociale da parte dei loro padri. Elena, nata il 5 giugno del 1646, scontava la condizione umile della madre che escludeva i figli dai ranghi del patriziato. Solo a seguito di un cospicuo versamento di denaro nel 1664 per sostenere le spese della guerra di Candia contro i Turchi, Giovan Battista Corner poté far accettare i figli maschi nel Libro d’oro, ma fu una soddisfazione parziale che lo indusse a servirsi delle straordinarie doti della figlia per riscattare l’onore della famiglia. Seguita da vari eruditi e soprattutto da un professore dell’ateneo patavino, Elena poté discutere il 25 giugno del 1678 una tesi di filosofia, e non di teologia come avrebbe voluto.

Dei veri desideri di queste due donne sappiamo poco ma entrambe hanno lasciato testimonianza di non gradire la pressione genitoriale e di soffrire la grande notorietà che le costringeva di continuo a dare prova della propria sapienza, quasi fossero strane creature. Tutte e due scelsero, contrariando i loro padri, una vita ritirata, come monaca Juliana che nel 1609 entrò nel monastero domenicano di Sainte-Praxède di Avignone, come oblata Elena, che peraltro morì a pochi anni dal conseguimento della tanto acclamata laurea.

La notorietà di Elena, a differenza di Juliana, godette però di un eccezionale riscontro mediatico grazie alla nascita delle gazzette a metà secolo che diedero un’accelerata al sistema delle comunicazioni e che divulgarono celermente in tutta Europa la notizia della prima laureata al mondo. 
Tuttavia dobbiamo chiarire un aspetto cruciale: queste due donne non entrarono mai in un’aula universitaria, né frequentarono un corso di studio insieme ad altri studenti: il corpo femminile non era assimilabile né contenibile da questa comunità. L’eccezionalità del conseguimento ottenuto comportava una sottolineatura, e non una riduzione, di tale estraneità nelle manifestazioni pubbliche che vi si associavano, che peraltro tendevano a spogliare di ogni caratteristica femminile le candidate: estranee alla comunità dei dotti, dovevano apparire quasi estranee al loro stesso sesso.

La battaglia delle donne per accedere all’istruzione superiore trovò invece un’ottima alleata nella scienza, a cui molte si applicarono confidando nella revisione culturale che avrebbe reso le università, con le riforme settecentesche, più aperte a nuovi insegnamenti e alle donne. Dopo la laurea di Laura Bassi in fisica (filosofia naturale), nell’aprile 1732 a Bologna e al suo incarico di lettrice stipendiata, dobbiamo arrivare alla rodigina Cristina Roccati per incontrare la prima donna davvero frequentante i corsi dello studio felsineo, dove conseguiva la laurea il 5 maggio del 1751 sempre in filosofia naturale.

Ma il percorso verso l’istruzione superiore per le donne rimase accidentato. Nell’Italia unita solo nel 1875 si permise l’accesso delle donne all’Università, previo il superamento dell’esame di licenza liceale da privatiste, perché solo nel 1883 le ragazze poterono iscriversi alle classi liceali. Ma il titolo ottenuto si scontrava con l’esclusione dalle carriere, abolita solo nel 1919, ad eccezione di quelle giuridiche e militari. 
Le donne tuttavia ebbero da sempre altri luoghi e altre modalità di apprendere e coltivare la loro passione per la conoscenza, dalle accademie ai salotti, dagli scambi negli ambienti di lavoro all’autoapprendimento, con letture spesso clandestine e furtive, forse il percorso più comune e più avventuroso.


(ilmanifesto.it, 16 marzo 2021)

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