12 Maggio 2026
Una Città

Mai indifferenti. Intervista a Joan Haim, Renata Sarfati, Eva Schwarzwald, Jardena Tedeschi, Bella Gubbay, Saby Fresko

a cura di Barbara Bertoncin


Lo sgomento dopo il 7 ottobre e l’amarezza per la scarsa empatia, anche tra le amiche, verso le vittime del pogrom; poi la reazione del tutto sproporzionata di Israele, la devastazione di Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania; davanti al rischio di una doppia indifferenza, il bisogno di rompere la solitudine e di prendere parola: le discussioni sul sionismo, sulla parola genocidio, ma anche su che cosa significa oggi essere ebrei. Intervista alle fondatrici di “Mai Indifferenti”.

Joan Haim è nata in Egitto, paese che è stata costretta a lasciare negli anni Cinquanta; cresciuta in Italia in una famiglia laica ma legata alle tradizioni ebraiche, ha svolto diverse attività prevalentemente nell’ambito della formazione; oggi insegna italiano ai migranti. Renata Sarfati ha studiato cultura ebraica per un anno all’Università ebraica di Gerusalemme, ha lavorato come redattrice presso la casa editrice Feltrinelli e successivamente come traduttrice. Eva Schwarzwald, di madre italiana e padre mitteleuropeo, è stata dirigente regionale in Lombardia. Jardena Tedeschi viene da una famiglia di ebrei italiani laici, con un forte legame con Israele; è stata a lungo docente di economia politica. Bella Gubbay ha insegnato matematica e fisica al liceo sia alla scuola ebraica di Milano che nella scuola pubblica. Saby Fresko, nato a Istanbul in una famiglia ebraica sefardita laica, è arrivato in Italia nel 1959, ha fatto l’insegnante e poi l’imprenditore.

Joan, Renata, Jardena, Bella ed Eva sono le fondatrici del gruppo “Mai indifferenti – Voci ebraiche per la pace”.


Com’è nato il gruppo “Mai indifferenti”?
Joan Haim. La mia storia rispetto a questa vicenda inizia il 7 ottobre. Appena si è avuta notizia mi sono subito messa in contatto con Claudia, un’amica che vive in Israele e in quelle ore ricordo di aver seguito quel dramma in diretta, con lei che mi raccontava cosa vedeva in televisione. Questa cosa naturalmente mi ha turbato moltissimo. Quindi il primo dato è questa partecipazione, pur da lontano, a quell’orrore. In Israele tutti avevano conoscenti che erano stati ammazzati o presi in ostaggio. Un massacro di proporzioni enormi. Poi ricordo di essere andata a scuola dove insegno l’italiano ai migranti e di aver sentito qualcuno dire che stavano esagerando con le notizie; c’era questo bisogno di precisare, di attenuare i dettagli più scabrosi. Questo mi ha provocato un disagio che è andato crescendo nei giorni successivi quando agli eventi culturali, le mie amiche storiche tradizionalmente proPal (ma non è che noi non siamo “pro Palestina”), facevano delle battute da cui emergevano i loro pregiudizi rispetto a Israele. Alla Casa delle donne, a pochissimi giorni dal 7 ottobre, avevano creato il “gruppo Gaza”, decidendo di avvolgere l’edificio con dei manti neri con su scritto: siamo in lutto per quello che succede a Gaza. Io dissi timidamente: “Ma sul 7 ottobre e quello che ha fatto Hamas non diciamo niente?”
Ora, io non sono indifferente: in quanto ebrea ho un legame particolare con Israele. Pur non identificandomi minimamente con quel regime, mi sentivo coinvolta e colpita dall’entità di quel pogrom. Quindi per me le date sono: il 7 ottobre, l’iniziativa della Casa delle donne e la manifestazione nazionale del 25 novembre 2023 in cui le donne di “Non una di meno” sbattono fuori dal corteo le israeliane.
L’altra cosa che ci dava da pensare è che si avvicinava il giorno della memoria. Noi già avevamo cominciato a interrogarci: come lo affronteremo quest’anno? Perché nel frattempo era cominciata la reazione durissima del governo israeliano. Purtroppo era intuibile che la destra ne avrebbe approfittato…
Avvicinandosi quella ricorrenza, avevamo visto circolare questi documenti dell’Unione delle comunità ebraiche che consigliavano a chi sarebbe andato nelle scuole a non menzionare i massacri in corso a Gaza, a non accostare quegli eventi al tema della memoria.
È stata questa serie di eventi a scatenare il bisogno di condividere questo malessere, questa tristezza enorme con le persone con cui nel passato avevo condiviso la lotta contro la politica dello Stato d’Israele e contro l’occupazione.
Renata Sarfati. In quei giorni ricordo che Jardena e io ci siamo incontrate per la strada e, tra le altre cose, ci siamo dette: “Si avvicina il giorno della memoria, sono accadute cose tremende, come si potrà fare qualcosa?” Davanti a quella precipitazione degli eventi, non avevamo più parole. Poi è arrivata la telefonata di Joan e così pochi giorni dopo ci siamo viste.
Come diceva Joan, c’erano in noi tutti questi sentimenti diversi, anche contrastanti. Cosa potevamo fare? Era uscita l’idea di scrivere un manifesto, ma io avevo obiettato: quattro sconosciute che scrivono ai giornali?! Non so, mi sembrava una cosa assurda. Allora ci siamo dette: “Beh intanto cominciamo a scrivere cosa proviamo”. Ne è nato una sorta di testo collettivo in cui ciascuna diceva una cosa… un flusso libero. È iniziata così. Dopodiché ci abbiamo lavorato e abbiamo cominciato a mandarlo in giro a un po’ di persone.
Eva Schwarzwald. Volevo aggiungere che, al disagio iniziale legato alle immagini del 7 ottobre, c’è stato un ulteriore malessere dovuto al fatto che alcune di noi hanno dei parenti in Israele. Come l’11 settembre, quando alla tv si vide l’abbattimento delle Torri gemelle, subito provai a chiamare i cugini newyorkesi, così questa volta il pensiero è andato immediatamente ai parenti in Israele. Quindi intanto un fortissimo dolore.
Poi, come già ricordava Joan, per noi non era una novità opporci a certa politica israeliana. Ricordo le manifestazioni in piazza della Scala, dove ci ritrovavamo qualche anno fa, i vari appelli firmati… va però anche riconosciuto che, negli ultimi anni, c’era stato un calo di attenzione. Quindi questa è stata una botta emotiva molto forte, una spinta a dire e a fare qualcosa.
Bella Gubbay. Io sono stata contattata da Joan, con cui avevamo militato in Avanguardia operaia. Subito ci siamo dette: “Cosa facciamo noi, come ebree?” Abbiamo cominciato a scambiarci qualche opinione. Io ho 77 anni e, ai tempi della guerra in Libano, avevo firmato l’appello di Primo Levi. Ero già sensibile alla questione israeliana-palestinese. Anche mio marito se n’è sempre occupato; faceva parte del gruppo Cipmo, quindi c’è stata sempre molta discussione in famiglia. Da tempo lui diceva: “Dopo cinquant’anni che ci ragiono, non ne voglio più sapere né di Israele né di Palestina”. Invece col nostro gruppo ha ricominciato a interessarsene e spesso mi gira degli articoli.
Aggiungo un’altra nota personale: nella mia famiglia – questo è un punto molto dolente – dei miei tre fratelli che vivono a Tel Aviv, due sicuramente sono pro Netanyahu, la terza non ne vuol parlare, quindi mi trovo molto isolata in casa e anche nella comunità…
Jardena Tedeschi. Io di quei giorni ricordo un forte disagio e un grande senso di isolamento, con tutti: ebrei e non ebrei. Per me quindi, in primis, c’era il bisogno di trovare un contesto in cui parlare liberamente, in cui poter dire le cose senza la preoccupazione che qualcuno si indignasse, da una parte e dall’altra.
Bella. Dopo qualche settimana abbiamo organizzato un primo evento pubblico alla Casa della Cultura, che ha avuto molto riscontro: molti ebrei si sono connessi da tutta Italia e hanno detto: finalmente un luogo dove ci si può parlare, ragionare, provare a capire.
Renata. Il 7 ottobre ha riportato violentemente sulla scena la questione palestinese. Anche se le istituzioni ebraiche si sono subito arroccate su posizioni in difesa di Israele, tanta gente seguiva gli eventi con sentimenti contrastanti. Il fatto che noi abbiamo avuto il coraggio di esporci pubblicamente è stato importante: ci hanno scritto in tanti ringraziandoci di aver permesso loro di tornare a respirare, perché era una situazione veramente opprimente.
Dopo la reazione al 7 ottobre, e la legittima condanna di Israele, purtroppo è venuta meno la capacità di fare dei distinguo. Per esempio, per me era e rimane importante cercare di sostenere le voci del dissenso in Israele, creare una rete, sostenere l’opposizione. Nel mio piccolo, per esempio alla Libreria delle donne, ho cercato di portare questo discorso.
Joan. Anche molti ebrei si sono arroccati, irrigiditi in difesa. Molti amici, ebrei e non ebrei, hanno esitato a criticare Israele in modo netto, deciso; avevano paura a pronunciarsi contro quello che stava accadendo. Questo ha accentuato il senso di solitudine.
Jardena. Quando ci siamo viste la prima volta, io ero sotto shock per l’atteggiamento di alcune amiche carissime. Il 7 ottobre è stato un trauma. Se eravamo pronte a condannare quello che succede in Cisgiordania, con Gaza è stato molto più difficile, credo.
Renata. Io sono stata in Israele nel luglio successivo, perché la famiglia di mio padre, i miei zii vivono là e c’era un matrimonio. In quei giorni ho partecipato alle manifestazioni che erano veramente impressionanti, anche per l’originalità degli striscioni, degli abbigliamenti. Una cugina che fa la psicologa mi ha spiegato che vivevano un trauma generale, tant’è che erano state attivate anche linee telefoniche per sostenere chi stava male. Questa cosa è verissima, però è stata un po’ strumentalizzata perché si è finito per cancellare tutto il resto. È molto difficile parlare di questi argomenti.
Eva. A proposito della nascita del gruppo, voglio aggiungere che questa cosiddetta libertà di parlare proviene anche da un passato di femminismo attivo che ci accomuna. Lo slogan il personale è politico ha segnato questo nostro inizio. Siamo partite da questo bisogno di esprimere il nostro disagio personale, e subito ci siamo chieste come far diventare politica questo nostro star male.
Bella. Ieri sono andata nella mia vecchia scuola dove parlava una palestinese israeliana che insegna letteratura a Bar-Ilan e vive a Haifa. Lei è stata molto attenta nella sua esposizione; ha parlato con una certa obiettività della costruzione dello Stato di Israele, del fatto se è democratico o meno, eccetera. Arrivata al 7 ottobre addirittura ha detto: “Io gli israeliani li capisco perché sono tuttora traumatizzati”. Diversi palestinesi israeliani lavorano in ospedale e raccontava di come quelli che prima erano amici quasi non si salutassero più. Inoltre davanti a Gaza non c’è più destra o sinistra: il 90% degli israeliani non sa o non vuole sapere di Gaza. Paradossalmente diceva che trovava più empatia tra alcuni ebrei religiosi di destra. Mentre diceva queste cose aveva le lacrime agli occhi…
Saby Fresco. Io sono entrato nel gruppo attraverso Bella e grazie a voi ho trovato proprio quel luogo in cui poter parlare liberamente. Personalmente è dagli anni Settanta che critico la politica israeliana; anch’io ho firmato l’appello di Primo Levi e all’epoca ricordo di aver litigato persino con mio fratello negli Stati Uniti, lui oggi è trumpiano…
Anche prima del 7 ottobre, quando Netanyahu era venuto a Roma, ero andato a contestarlo.
Mi piacerebbe parlare delle posizioni degli ebrei di sinistra, che sono divisi tra una posizione come quella di “Mai indifferenti -Voci ebraiche per la pace” e l’approccio di “Sinistra per Israele” la quale condanna quello che viene fatto a Gaza, in Cisgiordania, è contro Netanyahu e Ben Gvir, ma in qualche modo resta incapace di mettere sullo stesso piano ebrei e palestinesi. Se da una parte è comprensibile, è naturale pensare prima al proprio popolo, oggi lo sforzo da fare per rimanere umani richiede di mettersi nei panni l’uno dell’altro. Per me è fondamentale questa attenzione a non mettere prima la mia famiglia, come concetto.
Renata. Infatti si chiama “Sinistra per Israele”. Io proprio non riesco a condividere questo nome. L’idea è che siccome sei una persona di sinistra capisci le posizioni degli altri, però ti fermi lì, non vai oltre a questo.
Saby. In questa fase a me invece piacerebbe riuscire ad aprire un dialogo con i palestinesi. Una parte importante di loro non è pro Hamas; sarei molto contento se riuscissimo a confrontarci, anche avendo opinioni diverse. Il mio sogno è quello di riuscire ad arrivare un giorno a un manifesto scritto da ebrei e palestinesi della diaspora.
Dopo la tragedia del 7 ottobre, anche in ambienti amicali non avete incontrato l’empatia che vi aspettavate. Eppure, invece di chiudervi in una posizione difensiva, avete scelto di esporvi e di parlare anche della tragedia dei palestinesi. Come è maturato questo passaggio, tutt’altro che scontato?

Joan. Ma perché quel “Mai indifferenti” riguardava sia il 7 ottobre sia tutto quello che ne è conseguito. Non “noi o loro”, ma “noi e loro”. Questo è l’elemento distintivo che tiene assieme altri gruppi in Israele che fanno battaglie analoghe; penso a Standing Together oppure ai Parents’ Circle e altri. Noi non vogliamo e non possiamo essere indifferenti né a quello che è successo al popolo israeliano né a quanto subito dai palestinesi.
Renata. Il nome è nato così. Parlavamo appunto dell’indifferenza e Joan ha detto: “Chiamiamolo: ‘Mai indifferenti’!”
Joan. L’intento era di tenere assieme una rete di voci ebraiche per la pace capace di accogliere sfumature diverse, che non pretendesse di essere d’accordo su tutto.
Bella. Ovviamente questo non è affatto semplice. Anche tra noi c’è chi vorrebbe scaricare tutte le responsabilità su Israele e chi, come me, sottolinea anche le responsabilità di Hamas.
Jardena. Il mio slogan è fondamentalmente la vicinanza. Io ho fette di famiglia in Israele, ma non tollero che “i miei” si comportino male. Riconosco il mio legame con quel paese, ma proprio per questo avverto come ancora più grave il comportamento non etico dei “miei”.
Renata. Nel mio caso a muovermi è stato un senso di responsabilità. Proprio in quanto ebrea. Sento che, anche se personalmente non c’entro niente con Israele, mi devo far carico di quello che succede.
Dicevate che questi ultimi avvenimenti vi hanno spinto a ripensare all’identità ebraica, al rapporto con le comunità ebraiche, con Israele.
Joan. Io sono rimasta dentro la Comunità ebraica. Assieme al Laboratorio ebraico antirazzista, Lea, abbiamo lavorato per tenere aperto un dialogo ebraico, abbiamo incoraggiato anche altri gruppi e singoli a pronunciarsi più liberamente. Direi che abbiamo aperto dei varchi. Anche la Comunità ebraica di Firenze si sta muovendo. Molti ebrei si interrogano su quale ruolo avere nelle comunità.
Renata. Anch’io sono iscritta alla Comunità ebraica.
Eva. Io mi sono tolta.
Bella. La Comunità è l’istituzione: oggi è di destra, però un domani potrebbe cambiare. Per la mia famiglia, arrivata dalla Siria, la Comunità è stata importante, ci ha accolto. Negli anni in cui insegnavo, molti ebrei sono arrivati dalla Libia, dall’Iran, dal Libano, e anche loro sono stati accompagnati. Ricordo che alcuni non parlavano una parola di italiano, io però avevo capito che erano bravi in matematica e quindi ho lottato perché fossero promossi – l’italiano l’avrebbero imparato dopo, e così è andata. Alla scuola pubblica, dove ho insegnato trent’anni, non c’è stato verso di adottare queste misure di accoglienza.
Detto questo, io sono molto critica nei confronti della Comunità e del mondo ebraico istituzionale. Io ho frequentato le scuole ebraiche a Milano, in più ci ho insegnato proprio negli anni Ottanta, ai tempi del Libano e del famoso appello. Già all’epoca i pochi ragazzi o insegnanti che la pensavano diversamente venivano zittiti. Allora io mi ero permessa di ricordare ai colleghi che l’insegnamento è legato alla tolleranza, alla capacità di far discutere. Niente da fare: guai a chi osava dire qualcosa contro la guerra. Io mi sono spaventata. Non riconoscevo più quella scuola ebraica che quando ero giovane era molto più libera delle scuole non ebraiche. C’erano professori ex-partigiani, si poteva parlare di tutto…
Jardena. Io invece ho scritto una lettera contro quell’appello, firmata da me, Stefano Levi della Torre e altre tre o quattro persone. Perché trovavo intollerabile che mi chiedessero ad ogni momento: “Sei d’accordo con Israele?”. E io dicevo: ma a che titolo? Non ho votato, non c’entro… Insegnavo all’università e ricordo ancora che un giorno nella sala fotocopie un collega mi disse: “Sarai contenta adesso che avete attaccato…”. Scusa, ma voi chi?
Renata. Dopo l’82, la guerra in Libano, abbiamo fatto un primo gruppo per riflettere su cosa significa essere ebrei, sulla nostra identità e il nostro rapporto con Israele. Abbiamo provato a leggere alcuni testi, poi abbiamo deciso di partire dall’abc e ci siamo messi a studiare il Pentateuco. Ci abbiamo messo circa dieci anni a leggere cinque versetti! Ma perché li commentavamo, è stato molto divertente. Lì si è manifestato questo desiderio di capire e scindere l’identità della diaspora da Israele…
Eva. Io vengo da una famiglia di ebrei perseguitati, sia madre italiana che padre mitteleuropeo, però in casa mia, famiglia laica, nonno onorevole socialista, non c’è mai stata una grande rilevanza della relazione con Israele. Credo che questo mi metta in una posizione un po’ diversa. Tanto più che sì, è vero, ho dei cugini e ho sofferto per loro. Ma in realtà loro, siccome non sono molto di sinistra, sono molto più rilassati di quanto non sia io su quello che sta succedendo lì.
Anche se per molti di noi c’è un legame rilevante, perché abbiamo amici e parenti che stanno male, che sono traumatizzati, io penso che la relazione con Israele dipenda da quello che abbiamo maturato nella nostra vicenda familiare. Io non sono andata alla scuola ebraica, non parlo l’ebraico. La prima volta che ho conosciuto Israele è stato da sedicenne, quando arrivavano gruppi da tutto il mondo e gli obiettivi erano stare insieme e divertirsi nei kibbutz. Quello è stato un momento molto positivo, allegro, pieno di energia. Dopodiché mentre mio zio è andato a vivere in Israele, un grande afflato verso quella terra in casa mia non c’era. Cioè io di sionismo non ricordo neanche mai di aver sentito parlare.
Renata. Neanche a casa mia. Anzi! Da noi si diceva che Israele era la vittoria di Hitler! Il mio è stato un percorso molto personale.
Jardena. Io invece potrei dire che il sionismo è nato a casa mia! Il mio bisnonno ha ricevuto Teodoro Herzl e l’ha portato dal Papa. Le lettere di Herzl a lui indirizzate sono al museo italiano di Gerusalemme. Io ho sempre sentito parlare di sionismo e, anzi, essere sionisti andava assieme con l’essere laici. Dopodiché non mancavano le battute sul fatto di andare effettivamente a vivere laggiù. I miei antenati dicevano: “Mica che poi ci voglia andare a stare in Israele. Farei volentieri l’ambasciatore d’Israele in Italia!” Questa era una delle battute che ricordo.
Una nonna è andata a stare in Israele nel 1946, subito dopo la guerra, portandosi dietro mia madre e mia zia. Poi non dimentichiamo che in Israele erano poverissimi; mio padre, che ha resistito circa tre mesi, faceva lo spazzino. Era un paese tutto da costruire…
Bella. Io ho frequentato la scuola ebraica e i miei genitori erano tradizionalisti. Venivano dalla Siria quindi non avevano subito la Shoah. Mio padre ci teneva molto alle feste ebraiche, eccetera. Io però a un certo punto ho sentito che questo ebraismo diventava una forma di oppressione: “Ah, non sei venuta in sinagoga”, “Non hai osservato i precetti…”, così mi sono ribellata. Infatti sono la più laica di tutti i fratelli, di tutta la famiglia.
Saby. Io vengo da una famiglia laica. Sono nato in Turchia, sono arrivato in Italia a tredici anni. Mi sento legato alla Turchia, nonostante Erdoǧan. Mi sento italiano e turco e non ho legami particolari con Israele. In questa fase mi preoccupa il silenzio intorno a quello che sta succedendo a Gaza e in Cisgiordania. Non si capisce cosa si vuole fare di Gaza; se in Cisgiordania riusciranno a cacciare i coloni oppure no; non si parla di confini, non si parla di niente…
Joan. Io sono stata cacciata dall’Egitto con la mia famiglia e sono approdata in Italia. Sono andata alla scuola ebraica negli anni Cinquanta e lì è avvenuta la mia formazione ebraica. Anche la mia era una famiglia laica in cui non ricordo che si rispettassero tradizioni particolari, forse Hanukkah, l’accensione dei lumini; non ho dei ricordi d’infanzia legati a dei rituali.
In quei primi anni era molto forte l’attenzione verso Israele, un paese nato da poco, vissuto come la salvezza. Alla fine degli anni Sessanta mi sono allontanata dall’ebraismo per fare politica. Sono finita in Avanguardia operaia e mi ricordo che andavo alle manifestazioni gridando “Al Fatah, Al Fatah, alla fine vincerà…”, sentivo un certo disagio dentro però mi allineavo. In seguito sono uscita da questa organizzazione assieme a un gruppo di donne perché non ci sentivamo più rappresentate.
È stato grazie a Renata che mi sono poi riavvicinata all’ebraismo, ma perché lei mi ha fatto cogliere un modo diverso di viverlo, mi ha dato una nuova chiave. L’essere ebrea è diventato anche per me l’essere contro le ingiustizie, perché gli ebrei sono stati perseguitati come minoranza discriminata e quindi sanno cosa vuol dire. Penso di aver introiettato questo concetto. Il mio bisogno di mobilitarmi anche rispetto alla causa palestinese nasce da questo percorso.
Oggi si parla molto di sionismo e antisionismo. Alcune forme di antisionismo si spingono talvolta fino a delegittimare lo Stato di Israele. Voi come la vedete?
Saby. Oggi si condanna il sionismo strumentalizzato dalla destra al governo in Israele, ma poi c’è anche il sionismo delle origini. Io non mi sento sionista per due ragioni. La prima è che quel movimento ha raggiunto il suo obiettivo di creare lo Stato di Israele, quindi per me si è esaurito. La seconda è che, pur partendo con comprensibili ragioni, cioè cercare una terra dove poter vivere in pace senza essere perseguitati, aveva due limiti: il primo è questo concetto che fa riferimento a una terra promessa, promessa da chi? Il secondo è che si è voluto creare uno Stato di ebrei dove vivevano altre popolazioni, senza pensare in alternativa a una situazione di tipo binazionale o altro; questo è stato un errore.
Renata. Ormai il sionismo è identificato con qualche cosa di estremamente negativo. Se ti dici sionista vuol dire che sostieni l’operato di questi governi. Io da ragazzina e fino verso i vent’anni, ho militato nel movimento sionista, che era estremamente diversificato, andava dall’estrema sinistra alla destra estrema. Personalmente a quell’età quella militanza mi ha aiutato a ritrovare me stessa, a capire chi ero attraverso le relazioni. Considera che si facevano delle cose all’avanguardia, tipo autocoscienza: ci si riuniva per parlare di quello che sentivamo rispetto a certe scelte di Israele. Avevamo quattordici, quindici, sedici anni.
Da noi in Italia era nato come movimento scautistico; posso dire che ci siamo politicizzati da soli. Cioè abbiamo cominciato a leggere Marx, perché avevamo un amico comunista; molti di noi erano in sintonia con quella parte politica. Alla fine siamo diventati parte di Hashomer Hatzair, il movimento giovanile socialista, ma questo quando io avevo già diciassette, diciotto anni. Comunque quel percorso è avvenuto all’interno dell’ebraismo sionista, riferendoci in particolare all’esperimento del kibbutz; parliamo del Dopoguerra: il trauma delle leggi razziali, della Shoah, era ancora fortemente presente e questa idea di trasformare l’ebreo da persona passiva, da vittima, in qualcuno che si costruisce una vita diversa, a me aveva affascinato.
Per me quindi il sionismo ha significato una trasformazione personale ed esistenziale. Non certo mandare via gli arabi dalla loro terra. L’uso della parola “sionismo” come fosse un insulto mi ferisce molto, è una cosa su cui vorrei lavorare. Comunque anch’io oggi ritengo che il sionismo non abbia più senso: è stato un percorso avvenuto in un determinato momento che ha portato alla nascita di uno Stato e comunque era un movimento politico, non religioso…
Saby. A sinistra capita che l’antisionismo scivoli in una messa in discussione dell’esistenza stessa di Israele; questa cosa si percepisce. Io però non la leggerei come antisemitismo, quanto piuttosto come ignoranza. Per me oggi la questione è combattere contro un regime che considero fascista…
Renata. Quando si costruisce uno Stato questo può diventare fascista. Qui c’è una grande confusione. Il nostro sforzo principale è stato quello di lavorare sulle parole.
Non pochi ebrei israeliani stanno pensando di lasciare il paese. Alcuni hanno già compiuto questa scelta.
Bella. Sto seguendo le statistiche di chi se ne va. Si parla di 84.000 ebrei israeliani che, tra l’altro, verosimilmente sono persone laiche, professionisti che possono lavorare altrove. Stanno lasciando il paese anche diversi palestinesi israeliani. È un momento difficile. Tutta questa violenza esercitata in Cisgiordania e a Gaza si sta ritorcendo contro Israele. Ormai è la società stessa a essere sempre più violenta, suprematista, razzista.
Renata. Ho una cugina che vuole chiedere la cittadinanza portoghese: gli ebrei che sono stati cacciati dalla Spagna e che possono dimostrare di avere mantenuto la lingua spagnola lungo le generazioni hanno questa possibilità. So che in Val di Sesia, in una di queste aree un po’ desertificate, c’è un piccolo insediamento di israeliani che vorrebbero ricostruire una comunità.
Jardena. Non ricordo chi me l’ha raccontato, che un rabbino è andato lì a chiedere se volevano iscriversi alla Comunità e pare abbiano reagito dicendo: “Ma non ci sogniamo neanche!”.
Comunque, se penso alle mie radici, ritrovo anch’io questa identificazione proprio con il socialismo, con il comunismo, con la giustizia sociale.
Io sono di famiglia italiana, sia padre che madre, ovviamente con deportazioni in famiglia. Ho cominciato a far politica nel ’66, con gli internazionalisti. In quegli anni ho maturato l’idea che l’essere ebrea mi facesse perdere tempo politicamente.
Avevo così deciso che sarei andata a stare in Israele, dove non ci sarebbe stata contraddizione tra la mia militanza politica e il mio essere ebrea; finalmente un posto in cui che fossi ebrea non era rilevante. Poi però è scoppiata la guerra del ’67 e io ho detto: no, in un paese fascista non ci vado. Quindi, ho preso le distanze.
Si parla di una nuova ondata di antisemitismo, qual è la vostra esperienza?
Bella. Io l’antisemitismo non l’ho mai avvertito né all’università né nei quarant’anni in cui ho insegnato. Ora invece alcuni colleghi mi dicono: “Bella, stai attenta perché in questo momento moltissimi ce l’hanno su con gli ebrei”. Questa è una cosa che mi fa soffrire.
Joan. Purtroppo è vero che c’è un antisemitismo strisciante. Anche a causa di quello che sta succedendo, cioè alla politica del governo di Israele. È una situazione molto brutta. Io ho partecipato diverse volte al presidio in Piazza Duomo, di denuncia di quello che succede a Gaza. Come gruppo “Mai indifferenti”, ci sarebbe piaciuto celebrare la giornata europea della cultura ebraica dentro quel contesto. Mi hanno detto: se non vi definite antisionisti non possiamo accettarvi. Così mi sono ritrovata a dover quasi difendere il sionismo, proprio io, perché le cose sono più complicate.
Bella. Purtroppo a sinistra oggi è così…
Joan. Quando abbiamo partecipato alla protesta in piazza della Scala ci siamo sentite molto a disagio perché gli slogan erano “Free Palestine dal fiume al mare”. Non di rado ci troviamo a dover precisare che la nostra posizione è comunque in difesa dell’esistenza dello Stato di Israele.
Questo per dire che facciamo fatica a star dentro alle manifestazioni proPal. La reticenza su Hamas, anche da parte dei rappresentanti dei palestinesi, è problematica.
Renata. Difendere Hamas o non nominarlo mi sembra una cosa assurda. Questo però, per me, non toglie e non aggiunge niente alla nostra posizione, che è chiara.
C’è un’altra parola controversa e dolorosa: “genocidio”. Ne avete parlato?
Bella. Ne abbiamo discusso molto. Io sono sempre stata contraria all’uso di questa parola perché ha un connotato giuridico che ci spingeva verso una marea di disquisizioni molto spiacevoli e poi perché evocava troppo la Shoah.
Joan. Io ero contraria e molto infastidita dall’uso della parola genocidio perché anche secondo me era sinonimo di Shoah. Poi, però, con l’aggravarsi della situazione mi sembrava che ci stessimo sempre più arrampicando sui vetri per non pronunciarla, anche nel tentativo di rispettare la sensibilità delle persone con cui volevamo rimanere in dialogo.
Oggi mi sento di poter pronunciare questa parola. Grossman l’ha sdoganata con grande dolore. Genocidio esprime l’intenzionalità di un certo crimine; come si fa a non definire tale la pulizia etnica che è in atto attualmente in Israele? Anche rispetto ai vari requisiti, se già non ci siamo, ci stiamo arrivando: distruzione delle infrastrutture culturali, sanitarie, il ridurre la popolazione alla fame. Su questo, ho cambiato posizione, la mia sensibilità è cambiata.
Renata. Anche per me è stato così.
Saby. Abbinare il genocidio esclusivamente alla Shoah è sbagliato, perché genocidio è stato anche quello degli armeni, dei pellerossa, ecc.
Renata. Tra l’altro il concetto di unicità è pericoloso…
Saby. Io capisco bene il disagio e i sentimenti di tanti amici che rifiutano di usare questa parola. Quello che per me è importante è che si riconosca che parliamo di un crimine contro l’umanità e non solo di un crimine di guerra, come fanno appunto Sinistra per Israele o altri.
Jardena. Anch’io infine ho imparato a tollerare questo termine e tuttavia, in alcuni contesti, mi sembra innegabile che nel voler ricorrere a tutti i costi a quella parola ci sia un intento antisemita. Ne sono convinta.
Saby. Questo però non toglie nulla al fatto che si tratti effettivamente di genocidio.
Bella. Quello che sta succedendo in Africa, in Sudan, eccetera, è molto simile a quello che è successo a Gaza. Io resto perplessa davanti al fatto che Israele è regolarmente soggetto a questa condanna diciamo “speciale” rispetto ad altre situazioni altrettanto tremende. Mi sono spesso chiesta come mai e mi sono data anche una risposta, perché Israele viene percepito come parte del mondo occidentale. Per me questo è un punto.
Eva. Tanti paesi africani da anni sono in mano a governanti corrotti. Ecco, da Israele, ti aspetteresti qualcosa di diverso.
Renata. Il mondo è grande e chi si impegna politicamente cerca di rimanere aggiornato sui vari avvenimenti, però ciascuno di noi si sente più responsabilizzato rispetto a certe vicende. Io non riesco a mettermi nei panni dei ruandesi allo stesso modo in cui mi capita di farlo con gli israeliani. Sarebbe una finzione. Un conto è se faccio la studiosa e quindi posso prendere le distanze. Ma se devo parlare di me, devo essere onesta e dire la verità. La parola genocidio anche a me all’inizio ha dato molto fastidio. Per tanto tempo anch’io ho detto: parliamo di crimini di guerra, che già significa cose tremende. Tuttavia, quando è entrata in gioco la fame, ho avuto una reazione: “No, qui veramente c’è un’intenzione brutale”. E poi Ben Gvir e Smotrich l’hanno detto a chiare lettere e allora io credo che bisogna prenderli sul serio. Perciò, anche se questa parola continua a mettermi a disagio, non voglio nemmeno abbarbicarmi sui vari distinguo: “Però il Sudan, però il Rwanda…”. È un tipo di discorso che mi irrita. Ormai parlano di genocidio anche in Israele; se lo dice Grossman, se lo dicono persone che da anni si impegnano per il loro paese… Io sono dentro questa storia e su questa sento di dover mobilitarmi, più che per altre situazioni, dico la verità.
Jardena. Mi ricordo ai tempi del nostro gruppetto di autocoscienza quando su questo litigai con un’amica che sosteneva appunto che per lei Israele o Rwanda erano la stessa cosa.
Bella. Io non ho mai lesinato critiche a Israele, anche prima di Netanyahu, però avvertivo e avverto un disagio davanti al fatto che cose analoghe succedono in altri paesi del mondo e nessuno ne parla. Questa cosa mi dà molto fastidio.
Joan. Io capisco, però non mi posso preoccupare di eventuali manipolazioni oppure di fare il processo alle intenzioni di chi sostiene certe posizioni. Io parto da me e in quanto ebrea mi sento coinvolta nelle cose in cui c’entra il popolo ebraico e quindi anche in ciò che succede in Israele. Sappiamo che le nostre prese di posizione possono essere strumentalizzate, ma io voglio sentirmi libera di dire le cose che penso, anche mettendo in gioco le mie relazioni con il mondo ebraico, la Comunità ebraica milanese, le vecchie amicizie.
Bella. Io continuo a segnalare il problema di un pregiudizio negativo verso gli ebrei…
Renata. Nel bene e nel male c’è un eccesso di interesse per gli ebrei; è la storia dell’Europa, è la nostra storia, c’è poco da fare.


(Una Città n° 317 / 2026 marzo)

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