24 Settembre 2026
Altreconomia

O gli esplosivi o l’ambiente. Che cosa hanno fatto gli attivisti per salvare il fiordo di Oslo

di Futura D’Aprile


Il gigante norvegese Chemring Nobel vuole costruire la più grande fabbrica di esplosivi d’Europa, grazie anche ai fondi comunitari. Il gruppo di attivisti Knus krigsmaskinen ha occupato la ex caserma di Avgrunnsdalen, nel cuore della foresta di Hurummarka, e bloccato la realizzazione del nuovo impianto. L’azienda intanto continua a vendere esplosivi ad alto potenziale a Israele e Stati Uniti


Il fiordo di Oslo non racchiude al suo interno solo la capitale norvegese. Lungo le sue coste frastagliate sorge infatti anche la Chemring Nobel, una delle aziende europee più importanti del continente per la produzione di esplosivi per munizioni e missili, soprattutto dallo scoppio della guerra in Ucraina. L’azienda è uno dei pochissimi produttori europei specializzati in esplosivi militari ad alto potenziale, essenziali per proiettili d’artiglieria come quelli da 155 millimetri usati da Kiev.

Per far fronte alla domanda crescente di esplosivo la Chemring Nobel ha deciso di espandersi e costruire quello che dovrebbe essere il più grande impianto di produzione di ottogene [composto chimico esplosivo potente e stabile, noto anche come “high melting explosive”, Hmx, ndr] di tutta Europa. Per farlo ha avuto il sostegno sia del governo nazionale sia dell’Unione europea. La costruzione del nuovo sito infatti è sostenuta anche dal Regolamento europeo per la produzione di munizioni (Act in support of ammunition production, Asap), un fondo istituito nel 2024 dalla Commissione per aumentare la produzione di esplosivi e munizioni in Europa a supporto – almeno in teoria – dell’Ucraina.

Ad oggi il progetto è ancora fermo, e non per una decisione politica o per cavilli burocratici. I lavori sono stati bloccati da attivisti e attiviste contrari al nuovo progetto a causa dei danni ambientali e dei rischi umanitari che l’espansione della Chemring Nobel porterebbe con sé. Il gruppo, noto con il nome di Knus krigsmaskinen (letteralmente, “Distruggi la macchina di guerra”), ha occupato a inizio aprile la caserma militare abbandonata di Avgrunnsdalen, nel cuore della foresta di Hurummarka. Situata sulla penisola di Hurum, a Sud-Ovest di Oslo, la valle dovrebbe ospitare il nuovo stabilimento della Chemring Nobel, già presente con un altro sito produttivo nella vicina città di Sætre.

Dietro all’azione di Knus krigsmaskinen ci sono due motivazioni. La prima è di carattere umanitario. Come spiegano gli attivisti, Chemring Nobel è direttamente coinvolta nella militarizzazione della Norvegia e dell’Europa e contribuisce anche al genocidio in corso in Palestina. Il 60-70% della produzione dell’azienda norvegese è destinata all’estero e in particolare ad aziende statunitensi quali Lockheed Martin e Northrop Grumman, entrambe produttrici di missili, caccia e tecnologie radar impiegati nella guerra contro l’Iran. Ma non solo: gli esplosivi prodotti a Sætre sono componenti essenziali dei missili Hellfire, prodotti negli Stati Uniti e usati da Israele contro la popolazione di Gaza. Inoltre nel 2024 Chemring Nobel e Nammo, un’azienda militare svedese, hanno siglato un accordo della durata di dodici anni con l’azienda tedesca Diehl Defence, partner strategico dell’israeliana Elbit Systems. Il tutto nonostante la Norvegia vieti l’export di armi e munizioni verso Paesi in guerra come Israele.

Anche le motivazioni alla base del progetto di ampliamento della produzione di esplosivo non convincono gli attivisti. La Chemring Nobel ha ricevuto dalla Commissione europea 67 milioni di euro per tre diversi progetti finanziati tramite l’Asap. Il fondo – con un budget complessivo di 500 milioni – è stato lanciato nel 2024 per incrementare la produzione di munizioni ed esplosivi in Europa e sostenere in primis l’Ucraina. L’Ue si è impegnata a mettere il 40% dei fondi, mentre gli Stati membri devono coprire il restante 60% dei costi per l’ammodernamento delle linee produttive esistenti e la loro espansione. Due anni dopo, però, i progetti vincitori non hanno ancora raggiunto gli obiettivi richiesti per sostenere l’Ucraina. La stessa Chemring Nobel prevede di concludere la costruzione del nuovo sito produttivo nel 2030, otto anni dopo l’inizio di un conflitto che per quella data potrebbe (e si spera) dirsi concluso.

C’è poi da considerare l’impatto ambientale del progetto. La costruzione del nuovo sito porterà alla distruzione di 15 chilometri quadrati di foresta, ma a preoccupare sono gli alti livelli di inquinamento già causati dalla Chemring Nobel. Il fiordo di Oslo è pesantemente inquinato a causa dell’eccessiva presenza di azoto, emesso anche dall’azienda militare, e l’aumento dei livelli produttivi a seguito della guerra in Ucraina ha già peggiorato la situazione.

Come denunciato dalla Ong Oslofjord open air council, l’impianto di trattamento dell’azienda si è rivelato inadeguato a far fronte ai nuovi volumi e tonnellate di azoto e altri materiali di scarto sono stati scaricati in mare. Per tutta risposta, nel 2024 il ministero del Clima e dell’Ambiente ha permesso alla Chemring Nobel di aumentare le emissioni di azoto annuali fino al 2027, anno entro cui era prevista la realizzazione di un nuovo impianto di trattamento.

Di recente, però, l’azienda ha chiesto al governo altri due anni di proroga. «La Chemring Nobel produce esplosivi destinati a guerre contro le persone e la natura: i 15 chilometri quadrati di foresta da distruggere sono ben poca cosa rispetto alle vaste aree che saranno rese inabitabili dalle bombe dell’azienda. – spiegano gli attivisti – Desta preoccupazione anche il totale disprezzo per le questioni ambientali dimostrato dall’attuale stabilimento della Chemring Nobel a Sætre, che ha ripetutamente sversato sostanze chimiche nel fiordo. La costruzione di un impianto ancora più grande non farà che aggravare la situazione».

Gli stessi attivisti devono ora fare i conti con il disastro ambientale dell’area. Il panorama intorno alla ex caserma militare sembra uscito da una favola: una fitta foresta, corsi d’acqua, cespugli con frutti di bosco e animali selvatici circondano l’accampamento degli attivisti, ma non bisogna farsi ingannare. Il ruscello che scorre proprio accanto alla caserma è contaminato da piombo e altre sostanze chimiche, residui di oltre un secolo di test sugli esplosivi, esercitazioni di tiro e da una vicina discarica di prodotti chimici. Senza contare l’impossibilità di bagnarsi nelle acque del vicino fiordo, ugualmente contaminato. Nell’aria risuonano poi i colpi d’arma da fuoco provenienti dai poligoni di tiro vicini. Nonostante ciò, gli attivisti sono determinati a restare nella zona fino allo smantellamento del progetto. «Siamo in contatto con la popolazione locale contraria alla fabbrica, e con le comunità indigene e internazionali colpite dalla militarizzazione. – hanno dichiarato – Abbiamo partecipato a udienze pubbliche, organizzato proteste presso le aziende coinvolte e creato una rete di persone pronte a difendere Hurummarka. La nostra lotta proseguirà finché le attività letali della Chemring Nobel non saranno fermate».

La loro opposizione alla fabbrica si inserisce in una più ampia critica alla crescente militarizzazione dell’Europa. «I budget destinati alla guerra aumentano a scapito dei servizi sociali e pubblici, mentre il servizio militare diventa sempre più difficile da evitare. Ingenti risorse finanziarie vengono assegnate all’industria bellica. Basti pensare ai 32 milioni di sterline spesi dalla Norvegia per raddoppiare la capacità produttiva della Chemring Nobel». Gli attivisti norvegesi riconoscono le difficoltà di portare avanti questa resistenza, ma non si sentono soli. «La lotta contro la macchina bellica si sta diffondendo a livello internazionale in tutta Europa, con imponenti scioperi giovanili, manifestazioni e mobilitazioni in diversi Paesi contro il genocidio in corso in Palestina, la militarizzazione e le politiche di austerità. Temiamo delle ripercussioni legali ma la preoccupazione per le vite umane prevarrà sempre».


(Altreconomia, 24 settembre 2026)

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