12 Luglio 2006
il manifesto

«Stop ai clandestini? Cambiamo l’ordine economico»

Intervista Si è conclusa la prima conferenza euroafricana sulle migrazioni. Il ministro degli esteri del Mali, Oumar H. Dicko: «La nostra economia strozzata dalle sovvenzioni europee all’agricoltura e dall’ Fmi». E annuncia: «Non firmeremo accordi di riammissione»
Cinzia Gubbini


Detassamento delle rimesse dei migranti, un maggior accesso dei giovani africani nelle università di entrambi i continenti, la creazione di un osservatorio euroafricano sulle migrazioni e un maggior coordinamento nel controllo delle frontiere. Sono questi alcuni degli elementi del «piano d’azione» approvato ieri a Rabat, in conclusione della prima conferenza euroafricana sulle migrazioni. All’incontro, organizzato da Spagna Francia e Marocco, hanno partecipato tutti gli stati dell’Ue e ventotto paesi dell’Africa nordoccidentale. Teoricamente, la conferenza dovrebbe avviare una nuova fase politica nella gestione del fenomeno migratorio: da una parte l’Europa riconosce che occorre aprire canali legali di immigrazione. Dall’altra l’Africa si impegna a collaborare sul fronte della lotta all’immigrazione clandestina. Sullo sfondo, la necessità di rilanciare la cooperazione tra Europa e Africa per combattere le cause che spingono la gente a partire verso l’Eldorado europeo. Ne parliamo con Oumar Hammadoun Dicko, ministro degli esteri del Mali, uno dei paesi sotto osservazione dell’Ue per il numero di persone che cerca di raggiungere le coste dell’Europa.
Signor ministro, è soddisfatto dei risultati dell’incontro?
Sì, penso che la conferenza sia stata un successo. Prima di tutto perché ha permesso all’Europa e all’Africa di avere uno sguardo incrociato sul fenomeno migratorio. Al giorno d’oggi la migrazione è una questione fondamentale nelle relazioni internazionali, e tutti si sono resi conto che bisogna riflettere insieme e trovare delle soluzioni condivise. Rabat è stata l’occasione per permettere all’Europa e all’Africa di approvare un piano d’azione comune, globale e concreto.
Ma il piano prevede ben poco di concreto. Perché, ad esempio, non c’è nessun accenno alle sovvenzioni che l’Europa prevede per la propria agricoltura e che rappresentano un grave problema per l’economia dei paesi africani?
Questo è giustissimo, ho posto io, personalmente, la questione. Uno dei problemi fondamentali dell’Africa è la sovranità alimentare, dunque l’agricoltura. Se tanta gente decide di andare all’estero è perché non arriva a soddisfare i propri bisogni. Il Mali è il secondo paese produttore di cotone in Africa, ma le persone che cercano di guadagnare coltivandolo non ce la fanno a sopravvivere e dunque, alla fine, decidono di emigrare. E se non possono vivere di cotone è perché i vostri paesi sovvenzionano la propria produzione.
L’Europa farà qualcosa?
Ha mostrato buona volontà. I problemi di soldi non possono essere risolti che con i soldi. Oggi l’Africa non ha bisogno di un po’ di aiuti qua e là, ha bisogno di un piano Marshall.
I piani di aggiustamento dell Fondo monetario internazionale vi hanno aiutato?
Non hanno fatto che contribuire a rafforzare le cause dell’emigrazione di massa e dell’emigrazione illegale. Perché hanno ristretto i margini di manovra dei nostri governi che non possono più finanziare, soprattutto gli interventi sociali.
Cosa dovrebbe fare l’Europa?
Cambiare completamente il tipo di cooperazione: l’immigrazione è il risultato della sconfitta di tutte le forme di cooperazione che abbiamo avuto per più di quaranta anni. Negli anni ’70 si parlava della necessità di un nuovo ordine economico mondiale ed è proprio di questo che oggi abbiamo bisogno.
Pensa che conferenze del genere possano essere utili allo scopo?
E’ utile per il semplice fatto che Europa e Africa parlano per la prima volta insieme della questione delle migrazioni. L’Europa ha capito che chiudersi in una fortezza è inutile, perché gli immigrati arrivano comunque.
Ha l’impressione che l’Europa stia ripensando il «modello fortezza»?
Molto semplicemente ha capito che prevenire è meglio che curare.
Cosa ne pensa del concetto di «immigration choisie», proposto dalla Francia per aprire canali legali all’immigrazione?
Rispetto la politica francese, hanno tutto il diritto di parlare di «immigrazione scelta». Ma penso invece che un’immigrazione scelta non possa prescindere dal dato di fatto della circolazione delle persone, che è basata sui bisogni e sullo stadio di sviluppo. Non serve scegliere l’immigrazione, serve regolarla creando le condizioni di cooperazione e controllo delle competenze, certamente, ma anche rispettando i bisogni e le potenzialità di chi parte.
Pensate di siglare un accordo di riammissione con l’Unione europea?
Assolutamente no, perché pensiamo che il ritorno di un individuo deve rispondere al rispetto di quell’individuo. Non possiamo più accettare i ritorni di massa. Bisogna che i rimpatri siano prima di tutto volontari e che siano realizzati in condizioni umane. Se ci chiedono di fare i gendarmi d’Europa, non lo accetteremo.

Print Friendly, PDF & Email