22 Febbraio 2008

Testo per ragionare insieme sulla possibile depenalizzazione dell’aborto

Novembre 1989

“Fino a quando la legge cercherà di controllare l’aborto in forme mai applicate alle altre pratiche di medicina chirurgica, ci sarà pericolo. Il motivo per cui la parola ‘rifiuto’ compariva in tanti documenti degli anni Sessanta e Settanta è semplice: lo scopo era estromettere il governo dal processo decisionale sulla riproduzione respingendo ogni legge sull’aborto o sulla contraccezione”.
Sono parole di Gloria Steinem, femminista americana. In che cosa consiste il pericolo di cui lei parla? In pericolo sono sia la libertà femminile, sia la riproduzione equilibrata. Fino a quando la legge cercherà di sostituire la donna nella regolazione della sua fecondità, ci sarà pericolo per la libertà di lei singola, come è evidente, ma anche per la libertà delle donne in genere e per la loro capacità di regolare il processo della riproduzione.
In questi mesi di discussione sull’aborto e, ultimamente, sulla pillola abortiva, la cosa per noi più significativa è stata la posizione autocritica di gran parte del movimento femminista nordamericano. (Dal 1973 – dice Ann Sintow a Giovanna Pajetta su il Manifesto – anno in cui la Corte Suprema sancì che abortire era un diritto, abbiamo passato il tempo a difendere ciò che i giudici ci avevano dato.)
Come negli USA, anche in Italia la legge che regola l’interruzione di gravidanza è stata sottoposta a vari attacchi con lo scopo di tornare al vecchio regime. E come negli USA, molte hanno difeso la legge in questione, forse senza rendersi conto di difendere un potere esterno che pretende di regolamentare il rapporto della donna con il suo corpo fecondo.
Certo, la legge 194 e il cosiddetto diritto di abortire vengono attaccati per motivi che nulla hanno a che fare con gli interessi delle donne. Ma questa non è una ragione sufficiente per difendere la 194 e, più in generale, la necessità di legiferare in materia di fecondità femminile.
Noi sosteniamo anzi che l’esistenza di una legge dello Stato in questa materia – legge più o meno repressiva, non è questo il punto – non sia compatibile con la libertà femminile. E che, invece di difendere la legge o cercare di migliorarla, sia meglio pensare alla cosa più giusta e semplice in questa materia: depenalizzare l’aborto, cancellare dal diritto penale la parola ‘aborto’.
Questo nostro testo è stato scritto per aprire la discussione sulla possibile depenalizzazione dell’aborto e sul farne una proposta politica del movimento delle donne.
Siamo interessate al giudizio di quelle con cui siamo in rapporto, ma anche di quelle che, a partire dalla loro competenza ed esperienza (medica, giuridica, parlamentare), vorranno valutare con noi i pro e i contro della nostra proposta.
Per cominciare sottolineiamo due dati di fatto. Primo il fatto che anche con la legge 194 l’aborto resta un reato. È un reato se non viene eseguito nelle strutture pubbliche. Ciò significa attese lunghissime per lo scarso numero di medici non obiettori negli ospedali. Significa inoltre un interrogatorio inutile ma umiliante che rimanda alla donna l’immagine che il legislatore ha di lei: individua di una specie irresponsabile, alla quale si deve far ridire quello che lei ha già deciso, per controllarne la consapevolezza. Nessuna meraviglia se il numero degli aborti clandestini cresce.
Passiamo così al secondo dato di fatto: la legge 194 è applicata poco e male. Il disagio più grave riguarda il Mezzogiorno, dove scarseggiano ospedali e consultori e dove il numero degli obiettori è tale da rendere impossibile l’attuazione del servizio previsto dalla legge.

A noi sembra che la non applicazione della 194 costituisca una invalidazione della legge stessa. Come si può difendere una legge che non viene applicata in metà del paese? Oppure si considera il Mezzogiorno una zona franca? D’altra parte, come possiamo noi donne difendere una legge che crea essa stessa e incrementa il regime dell’aborto clandestino con i suoi rischi e costi?
Alcune concludono, da quei due dati di fatto, che bisogna migliorare la 194, così da renderla più facilmente applicabile e meglio applicata. Questa posizione ha però contro di sé, in maniera insormontabile, l’obiezione della libertà femminile, del pericolo che rappresenta per la libertà delle donne qualsiasi legge in materia di fecondità del corpo femminile.
Non vale, d’altra parte, appellarsi al problema delle donne economicamente svantaggiate o del Mezzogiorno. L’aborto depenalizzato dovrà infatti restare un servizio medico offerto dalla società alle donne che ne hanno bisogno. E dove i servizi medici sono carenti per tutti, come nel Mezzogiorno, possiamo supporre che la depenalizzazione favorirà l’invenzione di soluzioni alternative, come l’apertura di ambulatori autogestiti più sicuri e meno costosi degli attuali sistemi clandestini.
Se ciò sia realistico, si dovrà naturalmente discutere, soprattutto da parte delle donne meridionali.
In ogni caso, difendendo o anche migliorando la 194, comunque si fa dipendere dallo Stato la pratica dell’aborto attribuendogli il potere di legittimarlo. E questo vuole dire, fra l’altro, negare valore giuridico (di diritto consuetudinario) e politico alla realtà di una secolare autonomia femminile che caratterizza la storia demografica dei paesi occidentali. Le donne, infatti, nei paesi europei, con le loro scelte individuali di abortire o non abortire non hanno mai prodotto squilibri demografici. Da questo fatto possono discendere un rapporto con la vita e un sapere preziosi per la società.
L’aborto è sempre stato punito, anche quando la società industrializzata imponeva pochi figli. Sull’ipocrisia di quella punizione il movimento politico delle donne ha detto molto. Ma non si tratta solo di ipocrisia: sull’aborto si è giocato e si gioca un conflitto di potere tra i sessi. Sono le donne a sapere quando è cominciata una gravidanza e a decidere se proseguirla, se informare il compagno, se interromperla, per lo più consultandosi con altre donne. L’autorizzazione eventuale ad abortire viene data all’interno di una cultura e di una società di donne. Legiferare sull’aborto o sulla pillola è un modo per gli uomini di assicurarsi simbolicamente il controllo sul corpo femminile fecondo. In fondo, sia i sostenitori sia i critici della legge 194 sono accomunati dalla volontà di avere quel controllo. Non si riconosce così autorità alle decisioni femminili, né si cerca di trovare strumenti più appropriati (come sarebbe un controllo della sessualità maschile), trincerandosi solo nell’irresponsabilità e nel moralismo.

La questione dell’aborto va affrontata a più livelli. Ne abbiamo individuati tre.

Il primo è quello sanitario. Oggi rappresenta il livello in cui si crede di poter affrontare la questione dell’aborto in tutta la sua complessità. Non è così. Il dramma, lo scacco, la liberazione che una donna vive in rapporto a questa esperienza non devono essere zone di interesse del servizio sanitario nazionale. Si dice da più parti: l’aborto non è un intervento come tutti gli altri. Ogni donna sa che questo è vero. Ma a livello sanitario l’aborto è un intervento come gli altri, ed è giusto che sia visto così. Altrimenti, oltre a provocare molte disfunzioni, come l’obiezione di coscienza, si favorisce una concezione del servizio medico che esorbita dalla sua funzione propria di aiuto sociale offerto ai singoli, alle singole nella gestione del loro corpo. Si tende invece a dare ai medici il potere di decidere che spetta alla donna. Dietro a questa prevaricazione c’è la volontà dello Stato di far valere il suo controllo e la sua ideologia sulla riproduzione della specie. Da questo punto di vista, il discorso non è diverso se per abortire si usa una pillola, anche se certo lo è dal punto di vista della sofferenza fisica. Su questo punto in particolare ci interessano i giudizi di mediche, ostetriche, ginecologhe, operatrici nel campo della salute.
Considerare l’aborto, limitatamente al livello sanitario, un intervento come gli altri, è il primo effetto della sua depenalizzazione. Si tratterà, naturalmente, di un intervento mutualizzato, che potrà essere eseguito anche in strutture private, a pagamento o convenzionate. Il nostro sistema sanitario prevede la scelta tra pubblico e privato, così come prevede una serie di strumenti assistenziali. Quale che sia il giudizio che diamo su tale sistema, noi donne non abbiamo nessun motivo di fare dell’interruzione di gravidanza una così vistosa eccezione come è attualmente.
Depenalizzare l’interruzione di gravidanza significa non considerarla più un reato. Non è una banalizzazione del problema, bensì una separazione – ecco la ragione dei più livelli – tra la sfera della competenza femminile e quella dell’intervento pubblico.
Contro questa posizione qualcuno fa appello all’etica. Un’etica, notate, di cui la legge dovrebbe farsi strumento penale. Noi crediamo che se di etica si deve parlare, bisognerebbe intanto cominciare dalla deontologia propria degli operatori e operatrici della salute.

Il secondo livello è quello giuridico.
La 194 è un compromesso. Così a suo tempo l’ha definita quella parte del movimento delle donne che pure era per la legalizzazione (e non per la depenalizzazione) dell’aborto. Non tanto, come superficialmente si potrebbe pensare, un compromesso tra destra e sinistra o tra DC e PCI o tra cattolici e laici. C’è stato anche questo, ma, più profondamente, quella legge fu un compromesso rispetto al conflitto tra i sessi.
Noi preferiamo che il conflitto tra i sessi non venga coperto. Tutte sappiamo che le donne, nel campo della riproduzione, si sono sempre riconosciute una capacità di decisione responsabile, così come sappiamo che in questo ambito c’è conflitto tra i due sessi. Pertanto, qualsiasi legge, qualsiasi regolazione parlamentare che si sovrapponga o pretenda di sostituire la competenza femminile equivale a voler chiudere la contraddizione a favore degli uomini perché misconosce la competenza e l’autorizzazione di origine femminile.
Da dove viene la richiesta di regolazione statale? Viene, come è noto, da cattolici, sebbene dal loro punto di vista, se fosse rigoroso, sarebbe preferibile il regime di depenalizzazione che toglie allo Stato l’identità di Stato abortista e, più radicalmente, di istituzione che si arroga il potere di legiferare sugli inizi della vita. Viene anche da uomini dell’area laica e questo sarebbe incomprensibile se non si considerasse quella realtà di fondo che è il conflitto tra i sessi.
Anche alcune donne dicono: l’aborto va regolato ulteriormente. La loro voce si fa sentire parecchio, mentre quella delle molte che abortiscono e non sentono il bisogno di regolamentazioni statali, quella è più debole. Ma per capire la posizione femminile autonomamente, dobbiamo passare a un altro livello, quello del significato che ha o non ha l’aborto per la donna, le donne.

Il terzo livello, dunque, è quello simbolico, in cui una donna sperimenta la sua libertà e la sua non libertà sapendo riconoscere fin dove arriva una e dove comincia l’altra.
L’aborto è una necessità, è legato alla costrizione della sessualità maschile che non separa piacere e riproduzione.
Vent’anni di ascolto dell’esperienza femminile insegnano che una donna, quando decide di abortire, sa di aver subìto la regola della sessualità maschile. Qui nasce lo scacco che è per una donna il dover abortire, ma anche la coscienza: si tocca con mano il dato della propria non libertà, gli impedimenti che la propria libertà scontra nel rapporto con quella maschile.
La libertà femminile è venuta al mondo. Si tratta di un avvenimento di natura simbolica. Vuol dire che la libertà si è resa possibile e pensabile dalle donne. E che esse la desiderano. Questo significa che le donne non si rappresentano più essenzialmente come schiacciate, represse o discriminate dagli uomini. Gli uomini, infatti, non hanno nulla di essenziale da togliere o da dare alle donne quanto alla loro libertà.
Libertà significa trarre dallo stato di costrizione gli elementi per superarlo, ma anche, se questo fosse impossibile, per accettarlo lucidamente. Così il senso dell’esistenza femminile non viene da fuori, nasce da dentro. Così si sposta il limite tra non libertà e libertà.
L’aborto ha sempre rappresentato questo limite. A partire da una costrizione, quella imposta dalla sessualità maschile, le donne si sono sempre autorizzate reciprocamente questo gesto. Non però come gesto di dominio sulla vita, come fantasticano quelli che parlano di omicidio, bensì come conclusione necessitata dalle circostanze. Alcune, occorre aggiungere, hanno esercitato ed esercitano sull’aborto e, più in generale, sulla loro capacità di regolare la riproduzione, un potere e il senso di libertà. Questa posizione è pienamente accettabile. Visto che il corpo che fa figli è quello femminile, visto che la funzione materna è femminile, è legittimo che le donne fondino su ciò un loro maggior potere nella riproduzione della specie.
C’è contraddizione tra il dire che l’aborto è una conclusione necessitata da elementi esterni come la costrizione della sessualità maschile, e il registrare un potere femminile legato alle decisioni sulla vita. Tra noi che scriviamo, alcune mettono l’accento sul primo aspetto, altre sul secondo. Siamo però d’accordo nel riconoscere la contraddizione. In fondo, la libertà nasce dalla contraddizione: la necessità infatti è la materia prima della libertà, se da essa si parte per produrre senso, regola e misura di sé.
Il bisogno di regole è legittimo. Indica una volontà di misura e di società femminile. Alle donne che invocano o anche solo ammettono che siano altri (partiti, istituzioni, uomini) a dare loro misura e regole, vogliamo portare la nostra esperienza che dice che le donne possono dare alle donne l’una e le altre. Non lo dimostra solo la storia recente del nostro sesso, l’invenzione di forme politiche per noi vantaggiose, la riflessione teorica, l’agire pratico di molte. Non lo dimostra solo la vita delle moltissime che non si sono mai trovate nelle condizioni di dover abortire. Lo dicono anche le diverse modalità che le donne hanno trovato e trovano per fare fronte alle necessità via via imposte dalla vita, dall’organizzazione sociale, dal dominio maschile.
Crediamo che l’autorizzazione simbolica femminile vada potenziata e lavoriamo a questo. Il potenziamento avviene contemporaneamente all’apertura di vuoti nell’ordine simbolico dato. Qualsiasi intervento legislativo in materia di riproduzione non farebbe invece che accentuare l’eteroregolazione occupando spazi che vanno lasciati alla competenza e all’autorità femminili. Per questo vogliamo che la parola ‘reato’ legata alla parola ‘aborto’ scompaia dal diritto penale.
Questo testo vuole essere uno strumento per il lavoro politico di singole e gruppi. Non domanda pubblicità per sé ma attenzione al tema della depenalizzazione dell’aborto.
Potete migliorarlo o sostituirlo con vostre elaborazioni, in vista di un convegno che potremo tenere fra qualche mese. Quelle che lo condividono così com’è, possono aggiungere la loro firma, riprodurlo e farlo circolare.

Franca Chiaromonte, Grazia Negrini, Luisa Muraro, Rossana Tidei, Raffaella Lamberti, Elena Paciotti, Maria Grazia Campari, Letizia Paolozzi, Alessandra Bocchetti, Daniela Dioguardi, Maddalena Giardina, Lia Cigarini, Ivana Ceresa, Angela Putino, Giovanna Borrello, Adriana Cavarero…


A cura della Libreria delle donne di Milano, Via Pietro Calvi 29, 20129 Milano, tel. 0270006265, fax 0271093653
C.F. 02227280159 – E-mail info@libreriadelledonne.it – www.libreriadelledonne.it
Stampato in data 22 febbraio 2008

 

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