2 Novembre 2023
il manifesto

Perché è così difficile essere una scienziata

di Teresa Numerico


«Costruire categorie e modelli è di per sé un’operazione parziale». Questa affermazione costituisce una lente critica per valutare la conoscenza dell’Occidente. Si trova nel libro di Nastassja Cipriani e Edwige Pezzulli, dal titolo Oltre Marie (le plurali, pp. 160, euro 18). Si tratta di un testo di epistemologia femminista che presenta in modo semplice, ma non semplicistico, il problema dell’accesso alle professioni scientifiche da parte delle donne. Ma c’è di più. Consentire alle donne di ricoprire posizioni apicali nella scienza non è sufficiente di per sé all’obiettivo di ripensare in modo pluralista e situato il senso delle scienze. È questa la vera posta in gioco.

Quando Timnit Gebru fu assunta da Google per dimostrare la volontà di evitare la discriminazione di genere e l’apertura a identità multietniche in maniera intersezionale, sembrò il segno che la multinazionale fosse determinata a esercitare politiche inclusive nel reclutamento. Ma non appena la sua diversità culturale si manifestò, firmando – in qualità di componente del team di etica dell’intelligenza artificiale – un articolo critico sui risultati dei sistemi di produzione testuale artificiali (noti come Large Language Models), le fu intimato di ritirare la firma o dimettersi, cosa che avvenne a fine 2020. Assumere una scienziata di origine eritrea non significava che in azienda fossero preparati ad accogliere il suo posizionamento alternativo.

Gli ostacoli all’inclusione delle donne nella scienza sono molteplici. Alcuni hanno a che fare con pregiudizi individuali e una cultura che continua a immaginare lo scienziato come un genio solitario coniugato al maschile, altri con la tendenza a introiettare meccanismi pregiudiziali inconsci (biases) che intervengono nelle decisioni senza esserne consapevoli. Ma ci sono anche vincoli culturali sociali che invitano le ragazze a orientarsi verso altre attività fin da piccole, oppure, se perseguono carriere scientifiche, le donne sono tormentate dalla sindrome dell’impostore, generata anche dal senso di esclusione e inadeguatezza che provano in luoghi di lavoro coniugati al maschile.

Ci sono le molestie che spingono i colleghi a minimizzarne le capacità con osservazioni legate alla loro fisicità, o i giornalisti a porre questioni personali e intime invece di intervistarle sulle loro ricerche. Anche quando le donne fanno parte dei dipartimenti scientifici sono sovraccaricate di incarichi burocratici e di insegnamento e, nonostante le molte ore lavorative, finiscono per avere meno tempo per la ricerca, che, però, è l’unico metro di valutazione per la carriera. Spesso le scienziate di successo negano di avere dovuto lavorare più degli uomini e prendono posizioni prestazionali, simili ai colleghi.

Persino Margaret Thatcher prese lezione per abbassare il tono della voce, rendendola più grave e autorevole. Senza un modello alternativo di scienziate cui ispirarsi, la strategia migliore è mimetizzarsi.

Ma il nodo centrale del volume sta nell’ultimo capitolo che si apre dopo che le autrici sono uscite allo scoperto partendo da sé: assegniste di ricerca in dipartimenti scientifici con un lungo precariato alle spalle e di fronte a loro. È da quel momento che nel libro si discute delle questioni più calde e controverse. La conoscenza è sempre situata – altro che view from nowhere – è sempre interessata, parziale e mai universale, non è mai neutrale. Non basta far entrare le donne nella scienza, bisogna cambiare la cultura delle scienze: immaginare che lo scienziato e la scienziata siano parte integrante del processo di ricerca, come del resto ci ha insegnato la fisica quantistica all’inizio del ’900. Dobbiamo abbandonare la visione secondo la quale la conoscenza scientifica si conquista ponendosi all’esterno come osservatori impenetrabili.

Gli scienziati e le scienziate portano il proprio punto di vista, il loro posizionamento intersezionale di genere, di classe, di origine, di cultura della lingua materna, delle condizioni di salute, dell’età che vivono. Solo conciliando tutto, dialogando da prospettive molteplici, riconoscendo la parzialità delle diverse soggettività è possibile avere uno sguardo più giusto e più rispettoso sui fenomeni che ci interessa comprendere. È importante indagare le nostre metafore, la cultura che le ha generate, esaminare le domande prescientifiche che muovono le nostre curiosità.

Le epistemologie femministe ci aiutano a immaginare un mondo culturale e politico plurale. Solo così potremo andare oltre lo stereotipo dello scienziato pazzo à la Einstein, usato anche nelle pubblicità, ma anche oltre Marie Curie, verso una dimensione molteplice, diversa, inclusiva, dinamica delle nostre ricerche.


(Il manifesto, 2 novembre 2023)

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