18 Settembre 2023
27esimaora.corriere.it

Benedetta Tobagi, vincitrice del Campiello: «Le storie delle partigiane parlano ancora alle donne di oggi»

di Jessica Chia


Sta in piedi, disarmata; indossa una gonna. Lo sguardo è severo, potente. Insieme a lei ci sono altre donne, due delle quali, gonna al ginocchio, sono armate: munizioni intorno al collo e armi sulle spalle. Le due donne al centro della copertina de La Resistenza delle donne (Einaudi), il saggio con cui la storica e scrittrice Benedetta Tobagi ha vinto lo scorso 16 settembre il Campiello 2023 (con 90 voti della Giuria popolare) sono le sorelle partigiane Lina e Liliana Cecchi, pistoiesi, che immortalate in questa fotografia del 1944 testimoniano un’«altra» storia.

«È una foto densa di storia e di significati – dice Tobagi a La27ora, raggiunta al telefono in occasione della vittoria della 61ª edizione del premio letterario – e l’ho scelta perché rappresenta donne armate e disarmate insieme. E la donna in primo piano, disarmata, emana un’autorevolezza e un carisma palpabili, che bucano la fotografia e colgono qualcosa di grande di questa storia. Ci fu un grande dibattito tra le donne partigiane, se prendere le armi o meno, e per molte è stata una scelta etica. Che poi ha alimentato, durante la Costituente, il varo dell’Articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra”. La partigiana e politica Teresa Mattei (1921-2013, ndr), la più giovane eletta all’Assemblea costituente a 25 anni, disse che quando si votò l’Articolo 11 tutte le elette si presero per mano».

Perché è importante la vittoria di un premio come il Campiello per questo libro?

«Il fatto che il premio sia stato votato da una giuria popolare, scelto a breve distanza da La Sibilla. Vita di Joyce Lussu (Laterza) di Silvia Ballestra, la storia di un’altra partigiana, femminista e attivista per l’ambiente, mi è sembrato, oggi, un segnale di speranza. Mi ha toccato come le parole di queste donne risuonassero attuali, così come quello che hanno incarnato, cioè essere le sole vere volontarie della guerra di Liberazione, mentre la società si aspettava da loro che rimanessero a casa. Invece sono donne che si sono fatte trovare quando la storia ha bussato, dicendo: “Abbiamo fatto solo quello che c’era da fare”. E si sono spese per contrastare l’orrore che avevano davanti, incarnando tanti modi diversi di combattere: con le armi e senza. Queste sono due cose che parlano al presente».

In che modo?

«Vediamo ogni giorno cose feroci e orribili che accadono intorno a noi. E spesso rispondiamo con atteggiamenti di chiusura; vengono respinte le persone che stanno bussando alle nostre frontiere per cercare una speranza di futuro. E, per quanto riguarda le donne, vediamo che ancora siamo alle prese coni veleni di una cultura patriarcale e di una sopraffazione che alimenta la violenza di genere. Davanti a tutto questo, ho sentito che c’era una grandezza nel messaggio della Resistenza delle donne che continua su tanti fronti. Questo premio è quasi coinciso con l’anniversario dell’inizio delle rivolte in Iran e della la morte di Mahsa Amini. E sono tante le forme di resistenza femminile, appunto, che spesso partono dalla dimensione privata per poi diventare una lotta di resistenza collettiva».

I più giovani porteranno avanti questa memoria?

«Io lavoro molto con le scuole superiori, e devo dire che questo libro parla ai ragazzi e non solo alle ragazze, li fa sentire interrogati e in effetti è un libro che parte con delle domande molto radicali su chi sei, chi vuoi essere, quale parte vuoi avere nel mondo. Tutti i ragazzi sono alle prese con le grandi domande e le grandi paure, tante volte con ansia per il futuro ma anche con un grande desiderio di fare e trovare dei riferimenti».

Le testimoni in vita oggi sono sempre meno. Lei come ha lavorato?

«Ho lavorato su storie di vita, autobiografie narrate, testimonianze raccolte a partire dagli anni Settanta e tutta la memorialistica perché questo ti dà la stratificazione nel tempo del racconto, dopo un lunghissimo silenzio da parte di quelle testimoni. Nel libro io ho voluto dare respiro alle studiose che hanno riportato questa pagina di storia alla luce. Oggi si è un po’ perso il senso di quanto la ricerca può trasformare le cose e aprire degli orizzonti. Per le ex partigiane, l’incontro con le studiose le ha aiutate a guardare alla loro esperienza con occhi diversi, a capire più profondamente le questioni femminili. È un movimento in due direzioni».

Un nome, una foto, una storia che l’hanno colpita di più nella sua ricerca?

«La prima immagine che mi è venuta in mente sabato sera è una foto della partigiana Gina Negrini (1925-2014, ndr) seduta a una scrivania con occhi luminosi, sorriso ironico, penna in mano: era stata una partigiana – nome di battaglia Tito – di origini umilissime. Dopo la guerra, lei finisce in un matrimonio tossico con un uomo che la umilia. È una donna che ha dato prova di colossale coraggio, spirito di iniziativa, ma ha molte ferite che la portano nel buco nero di una relazione malata. Però ha un istinto di sopravvivenza e sente che non vuole che muoia con lei la ragazza che era stata e che aveva fatto la Resistenza; allora capisce che per salvarla deve scrivere la sua storia: nasce Sole nero, in cui, oltre alla Resistenza, parla di un abuso subito quando era una ragazzina. È in questo modo che torna alla vita. Il tema di trovare la voce e farla sentire nello spazio pubblico è cruciale, è uno dei fili rossi attorno a cui ho costruito il libro. È un tema pubblico, le donne che non avevano voce in capitolo, non avevano diritti civili, non erano neppure cittadine. Durante la Resistenza, le donne prendono la parola, fanno riunioni, si aiutano a vicenda a istruirsi alla politica. È la consacrazione delle donne nello spazio pubblico. Anche il mio primo libro è stato autobiografico, e questo mi ha permesso di riprendere le fila della mia storia, ho raccontato di mio padre, della sua vita e della sua morte. Attraverso la scrittura ho trovato un modo di venire veramente al mondo».

Chi sono le «partigiane moderne», le donne che lottano, che fanno sentire la propria voce oggi?

«Nella Resistenza ’43-45 le donne hanno avuto anche una dimensione di riscatto e liberazione personale e di prima messa in discussione del sistema patriarcale. Oggi nel mondo vediamo luoghi di colossale oppressione, come il già citato Iran, l’Afghanistan, le donne combattenti dell’esercito curdo. Ora vediamo che il femminile è il motore della ribellione e della rivoluzione perché la situazione femminile è una cartina di tornasole: innesca, quando c’è grande sopraffazione, e limitazione dei diritti, una ribellione che poi si estende a tutta la società. Tutte le persone che lottano per arrivare a una reale parità, che eroda il sistema patriarcale, stanno continuando quella Resistenza che ha avuto una grandissima dimensione di prefigurazione del futuro».

Queste donne ci hanno lasciato in eredità anche il senso della parola “libertà”. Lei come l’ha fatta sua, dopo la stesura di questo libro?

«Una delle cose più potenti che mi è rimasta è il senso di questa grande speranza, un ottimismo della volontà come scelta, come assunzione di responsabilità di voler contribuire a costruire il futuro, anche quando le circostanze sembrano ostili e difficili. Mi rimangono le parole di una lettera di Carla Capponi (1918-2000, ndr) rivolte a una giovane ragazza, a cui disse di non farsi ingannare dall’eccezionalità delle circostanze, perché ciascuno di noi è poi chiamato alle scelte nel proprio contesto, nella propria vita. Serve un po’ di coraggio, di cuore, e non bisogna voltarsi dall’altra parte. Poi Carla Capponi dice: «Credimi, eravamo tante». Noi sappiamo che quelle partigiane erano pochissime rispetto alla massa della popolazione (oltre 70mila aderenti ai gruppi di difesa, e circa 35mila le partigiane combattenti). Allora ho pensato: si può essere tanti anche quando siamo pochi perché l’essere solidali amplifica la potenza, la capacità di incidere nelle cose. E quindi, di cambiarle».


(27esimaora.corriere.it,18 settembre 2023)

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