8 Ottobre 2026

Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro – Recensione

di Laura Boella


L. Colombo, V. Cosentino, W. Tommasi, (a cura di),

Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro, Mimesis 2026


Questo libro ha una doppia porta. Vi sono raccolti i contributi al convegno che si è tenuto all’Università Cattolica di Milano il 20 settembre 2025 dedicato al pensiero di Luisa Muraro. Lei era lì, presente, all’ingresso, come scrive nell’introduzione Chiara Zamboni, «silenziosa sorrideva in modo gentile e ritratto alle tante e tanti che fluivano verso l’interno e la salutavano». Oggi lo leggiamo dopo la sua morte, avvenuta il 13 giugno 2026, poco tempo dopo la morte di Lia Cigarini, la sua indimenticabile compagna di vita e di pensiero. Luisa e Lia non ci sono più, nel senso profondo di ogni morte che svuota il mondo di presenze vive, che parlano e camminano, esistono in un unico e irripetibile modo. Si sente risuonare nel fondo quell’esserci davvero, che dà il titolo all’intervista di Clara Jordan a Luisa Muraro (2025) e genera una sottile (e sana) inquietudine. La doppia porta del libro non è un confine, uno spartiacque, ma interpella, chiama a mettersi in gioco.

Luisa Muraro era un genio dei titoli (basta guardare ai titoli folgoranti dei suoi scritti) e probabilmente le curatrici hanno scelto con attenzione il titolo e il sottotitolo del libro, affidando ad essi alcuni pensieri necessari. Comincio dal sottotitolo, che va in due direzioni. Pensare con allude alla relazione di scambio, di amicizia e di gratitudine che ha segnato profondamente alcune delle autrici dei saggi, che hanno vissuto l’esperienza della Comunità di Diotima a Verona, della Libreria delle Donne a Milano e hanno partecipato in prima persona alle mille iniziative scaturite dalla Muraro “iniziatrice e costruttrice”, come la chiama Vita Cosentino. È altrettanto vero che si pensa con anche a distanza, senza nessun tipo di identificazione, a volte con il distacco che viene dal vivere in epoche e mondi abissalmente diversi. In realtà, si adotta un altro punto di vista, si saggiano altre idee e se ne trae lo stimolo alla comprensione. Dietro siffatto atteggiamento c’è l’idea degli svariati profili dell’attività del pensiero e in particolare la consapevolezza che in essa risuonano la polifonia delle voci, la pluralità delle prospettive, le differenze e la costante metamorfosi della realtà.   

Il pensare con del sottotitolo acquista il suo pieno significato nell’idea, esposta da Chiara Zamboni nell’Introduzione, del pensiero di Luisa Muraro come bene comune. Luisa Muraro ha sempre affidato i suoi libri, interviste, saggi e articoli alle lettrici e ai lettori, li ha lasciati aperti, a volte non legando tutti i fili del discorso, accettando che altre e altri intervenissero nella tessitura, cosa che ha fatto lei stessa, ritessendo, per esempio, alcune idee espresse in L’ordine simbolico della madre (1991, 2006). Per Chiara Zamboni l’intero lavoro intellettuale di Luisa Muraro è un bene comune anche dal punto di vista politico. Si tratta di rendere «fertile il vivere assieme» e di contribuire a «crearne il senso, il passo, i modi» e ciò vale non solo per chi ha incontrato gli scritti di Muraro nell’ambito dell’arcipelago femminista, ma anche per chi ne è stato “toccato” per altre ragioni (pp. 7-8). Questa proposta toglie di mezzo qualsiasi forma di appropriazione oppure di imbalsamazione in un corpus di sacri testi immutabili. Si potrebbe quasi pensare che in questo modo si accetti la possibilità che Luisa Muraro abbia lasciato un’“eredità in denaro contante” (come del resto è avvenuto per altre pensatrici, da Arendt a Weil) che può anche essere spesa male, sprecata. L’idea di bene comune ha comunque un valore che va oltre questa possibilità. Come l’acqua, l’aria, le foreste, i beni comuni non sono entità intangibili in sé, bensì è la modalità di accesso comune, fuori da qualsiasi logica proprietaria o selettiva, che li rende tali. Mi piace pensare che il pensiero di Luisa Muraro sia un bene comune nel senso che, quando abbiamo sete o sentiamo il desiderio di rinfrescare il cuore e la mente, di respirare a pieni polmoni, di “rifarci gli occhi”, come si dice quando si vede una cosa bella e giusta, un testo di Luisa Muraro sia lì ad aspettarci. La luce che si accende del titolo vuole dire proprio questo.

I saggi contenuti nel libro offrono varie possibilità di ingresso negli scritti e nel pensiero di Luisa Muraro. La scommessa della politica delle donne praticata da Luisa Muraro impegna le autrici e gli autori dei saggi a ricercare un modo personale di accostamento, legato alla propria esperienza. C’è però un filo rosso che attraversa i diversi contributi, tanto più significativo perché allude a due momenti oserei dire incarnati di Luisa Muraro senza i quali il suo lungo e articolato percorso filosofico, storico e politico perderebbe la sua singolarissima impronta e soprattutto la sua capacità, non tanto di placare le inquietudini di cui ho accennato all’inizio, ma di darci il coraggio di affrontare il disordine di un tempo che non è più il suo, ma di cui ha lucidamente intuito le implicazioni politiche e simboliche, come osserva nel suo saggio Ida Dominijanni. Si tratta di una mossa, la schivata, di un movimento di pensiero e della sua ispiratrice, la filosofa e scrittrice Iris Murdoch. Si tratta anche del titolo di un film del regista Abdel Kechiche (2003), La schivata, che Luisa Muraro conosceva. La schivata può essere la mossa selvaggia e anomala di un animale braccato che cambia improvvisamente direzione, salta nel profondo del bosco, depista l’inseguitore. Può essere anche la mossa della deliziosa fanciulla del film che, vestita da principessa della pièce di Marivaux, Il gioco dell’amore e del caso, va in giro per il suo quartiere e scompiglia le carte (i sentimenti) della gente e del bullo di turno che si innamora di lei. La schivata è quindi un modo di andare da un’altra parte, di sorprendere e di deviare dai tracciati consueti per trovare nella realtà un posto per il sogno, per l’ideale, per il desiderio. Ed è vero che questo movimento riassume lo stile di pensiero e di scrittura di Luisa Muraro e insieme aiuta a definirne meglio la novità teorica e politica.

Gli incontri di Luisa Muraro con le grandi mistiche e con le scrittrici e pensatrici del Novecento da Clarice Lispector, Virginia Woolf a Simone Weil sono noti. Spicca però nel libro l’incontro con Iris Murdoch, avvenuto all’insegna della schivata, letteralmente di «ciò che di radicalmente nuovo accade, con lei, nella storia della filosofia», come scrive Ida Dominjanni ed è al centro del saggio di Riccardo Fanciullacci. Tale “nuovo che accade” rappresenta l’instaurazione di un nuovo regime di realtà e verità, espresso da Iris Murdoch nei seguenti termini: «il pensiero di un barlume (spark) di trascendenza, di cui non si esclude che sia reale». «C’è più di questo (there is more than this)», «c’è dell’altro» è la conclusione, solo apparentemente malinconica, del commento di Luisa Muraro al racconto di Iris Murdoch, Una cosa speciale, (tr. it. Nottetempo, Roma 2006). Una storia che racconta di nuovo l’andirivieni di una giovane donna tra sogno e realtà, che si arresta davanti a un vecchio albero caduto, messo di traverso sul viottolo di un parco immerso nell’oscurità della notte, un «povero albero», con le foglie verdi e i rami che sfiorano l’acqua. Una «cosa che c’è» ha «toccato» la giovane donna, è stata «come una luce che si accende» e ha inaugurato un’altra logica del desiderio e della verità. Non dimentichiamo i fili che si annodano in questa vibrante sintesi del pensiero e della vita di Luisa Muraro.


(www.libreriadelledonne.it, 8 ottobre 2026)

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