30 Agosto 2026
L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”

Giuditta Levato, la contadina di Calabricata

di Franca Fortunato


Ottanta anni fa a Calabricata di Albi (oggi Sellia Marina), veniva uccisa Giuditta Levato, la contadina comunista. La sua storia è raccontata da Lina Furfaro nel suo libro “Giuditta Levato – La contadina di Calabricata”, Falco Editore. Un libro che da tempo aspettava di essere letto da me. Nelle sue pagine incontro non un mito, un’icona o un’eroina, ma una donna reale che affronta la vita e la fatica “a testa alta”, con grande dignità e un profondo senso della giustizia. Non c’è retorica nel racconto, ma empatia nel descrivere la fatica di donne e uomini, contadini e coloni, sotto un regime, quello fascista, che condanna alla fame e allo sfruttamento i senza terra e mantiene e protegge i privilegi e l’arroganza dei latifondisti, padroni della terra e della loro vita. «La fame era tanta. Tutti o quasi per sfamare i figli sgobbavano», come suo padre Salvatore e sua madre Rosa, che di figli ne ebbe otto (tre femmine e cinque maschi). Il senso di giustizia “germogliò” in lei il giorno che vide suo padre «costretto a cedere tutto il raccolto dell’uliveto per pagare un debito». Aveva sette anni. Va a scuola «per imparare i rudimenti dello scrivere e del leggere» e si ferma alla prima elementare perché «non c’era motivo di continuare», le dissero i genitori. Cresce insieme alle sue amiche, la cui giornata «è uguale per tutte, tra i lavori di casa e della campagna, poi un po’ di tempo per sedersi e dedicarsi al ricamo, maglia, uncinetto, taglio e cucito, telaio. Quando era possibile, si andava ad ascoltare quella scatola meravigliosa, la radio», che aveva solo Mela. Rivedo la donna adulta che «aveva imparato dal padre: contadini sì, ma con decoro, perché la loro famiglia non aveva nulla da invidiare agli altri». Rivivo, attraverso il racconto, i preparativi del suo matrimonio con Pietro di cui si era innamorata. Il matrimonio si celebra nell’anno di massimo consenso del fascismo (1936). Aveva ventun anni. Ben presto divenne madre, di due figli maschi, Carmelo e Salvatore. E venne la guerra. In lei «il desiderio di fuga dalla miseria si mescolò al disprezzo per chi in Piazza Venezia inneggiava alla guerra e per chi aveva chiamato alle armi suo marito». Gli anni della guerra «trascorsero tra le attese di notizie del marito Pietro e la lotta contro la miseria che dilaniava sempre di più». Conobbe il dolore della sorella per il marito morto in guerra. Per i contadini, come suo marito, tornati da una guerra che non gli apparteneva, la fame e la miseria divennero insopportabili. Occuparono le terre incolte, lottavano «per salvarsi la vita». Il ministro dei contadini, il catanzarese Fausto Gullo, con un decreto assegnò le terre incolte alle cooperative dei contadini. Giuditta entrò nel sindacato e nel Partito comunista, fondò la cooperativa “Unione e Libertà” e, con determinazione, guidò l’occupazione delle terre incolte del barone Mazza. «Abbiamo conquistato la terra», gridavano gioiosi. Ma il barone non si arrese. La mattina del 28 novembre 1946 si sparse la voce che il barone con i suoi uomini, i buoi e tre aratri, si era avviato al fondo con l’intenzione di lavorare la terra per toglierla ai contadini. Giuditta, lasciò il marito a letto febbricitante, e il figlio Carmelo. Preso il più piccolo, si mise alla testa di altre donne e si avviò sul fondo per fermare il barone, che si era presentato armato di fucile. Minacciava di uccidere chiunque avesse tentato di avvicinarsi. Gli uomini accorsero a dare man forte alle donne. La moglie del fattore disarmò il barone. Ne seguì una “baruffa” con i contadini. Quando il fucile finì nelle mani del fattore, Vincenzo Napoli, partì un colpo che uccise Giuditta. «Vincenzu, m’ammazzasti», furono le sue ultime parole, prima di accasciarsi a terra. Morì due giorni dopo all’ospedale di Catanzaro. Il prete le negò il funerale. Dopo una vita di stenti e di fatica, Giuditta moriva per il desiderio di rendere liberi dalla miseria se stessa, i suoi figli e la sua gente.


(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 30 agosto 2026)

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