di Stefania Consonni
Scritto nel 1927 da Hilda Doolittle (H.D.), “HERmione” racconta una crisi di formazione in quanto figlia, moglie, allieva, musa: edito da Safarà, prima traduzione italiana
Romanzo autobiografico di formazione sensoriale, estetica ed erotica, frammentario, ricorsivo, stocastico, spiraliforme, “HERmione” venne composto nel 1927 da Hilda Doolittle, scrittrice e poeta, che fu cofondatrice del movimento imagista nella Londra nei primi anni Dieci. Il suono buffo e desueto del suo nome fece sì che, nel 1912, Doolittle venisse prontamente ribattezzata “H.D. Imagiste” dall’amico di una vita Ezra Pound. E come H.D. avrebbe dunque firmato le sue opere: nella nuova edizione americana, uscita nel 2022 per la raffinata New Directions (che lo aveva pubblicato per la prima volta nel 1981, a vent’anni di distanza dalla morte dell’autrice) la biografa del modernismo Francesca Wade presenta “HERmione” (ora tradotto per la prima volta da Paola Bono e Marina Vitale per Safarà, pp. 326, € 21,00) come l’autoritratto di un’artista, che «procede a tentoni, lentamente», verso un’autoespressione complessa, laboriosa, che la porta a un «risveglio della sua sessualità e delle sue facoltà artistiche», spingendola a «nominare se stessa affinché il mondo intero possa sapere chi è».
A condensare i temi più manifesti del romanzo è infatti il monosillabo “HER” – diminutivo del nome della protagonista, Hermione Gart, ma anche aggettivo possessivo e pronome oggettivante – “lei”, “la”, “sua”.
Primo: la difficoltà di costituirsi come soggetto stabile. H.D. non racconta la crescita di una donna, ma la crisi delle categorie attraverso cui quella crescita dovrebbe rendersi intelligibile. Figlia, futura moglie, allieva fallita, musa, amante, artista, Her è nominata, rinominata, abbreviata, deformata: è Hermione, Miss Gart, Her Gart, dove l’instabilità onomastica mima la lotta con i padri, con la genealogia, con la cultura di appartenenza, in cui l’abbozzo di un’unica sillaba, “Her”, funziona come residuo minimo di una identità personale e poetica, che per quanto instabile è tuttavia l’unica appartenenza certa.
Secondo: il fallimento come cuore della personalità di Her – che ha mancato il suo percorso accademico, è inadeguata alla razionalità della sua famiglia, non sa che forma darsi. Dalla soggettività della protagonista, il fallimento si trasferisce alla struttura del romanzo. E H.D. non avanza dalla immaturità verso una qualche forma di integrazione, bensì vive il dissolversi delle forme disponibili – famiglia, matrimonio, eterosessualità, lavoro, riconoscimento – seguito da un processo aggrovigliato, parziale e anticonsolatorio di ricomposizione artistica. Non c’è un posto nel mondo per la protagonista, perché non è disponibile al mondo una forma in cui riconoscersi.
Terzo: l’opposizione fra il sapere scientifico – ovvero il linguaggio lineare e progressivo praticati dal padre e dal fratello di Hermione – e la capacità di lei di percepire la realtà solo per via di immagini, parole, ritmo, ripetizione, frammento, pattern. Non è in questione un conflitto generazionale, o di genere sessuale, ma una contrapposizione più profonda, di natura epistemologica: da una parte c’è una conoscenza astratta, misurabile, quantificabile, dall’altra una conoscenza incarnata, percettiva, poetica. Hermione sa parlare soltanto questa seconda lingua – il suo pensiero non avanza ma ruota – mentre i suoi interlocutori conoscono soltanto la prima, ed è raro che queste due sensibilità riescano a comunicare, al di là delle reciproche parentele.
Quarto: il desiderio è sempre strutturalmente dispari, incerto, precario. Hermione oscilla fra attrazione, dipendenza, rivalità, identificazione e desiderio, e fra George Lowndes (alias di Ezra Pound) e Fayne Rabb, riconducibile a Frances Gregg, che al tempo stesso ebbe una relazione con lei e fu compagna di Pound.
Se George mostra a Hermione l’orizzonte artistico, minaccia tuttavia di assorbirla nel suo sistema simbolico. Formalmente ancora più destabilizzante è l’attrazione verso Fayne, perché altera le maglie e il ritmo della percezione, disgrega e moltiplica le immagini, confonde i confini fra sé e l’altra. E il corpo, ovvero la sostanza di cui siamo fatti, investita da desideri così contraddittori, non può limitarsi a fare da imballaggio della coscienza; funziona invece come una sorta di antro in cui il mondo penetra, si imprime, si deforma, continua a tornare. Paesaggi, giardini, alberi, fiori, e stanze, oggetti, superfici, colori, volti e voci sono pieghe, annidamenti strutturali, non soltanto contenuti oggettuali, della coscienza. Non a caso, Hermione si pensa botanicamente come organismo in formazione: qualcosa che può attecchire o marcire, essere potato, trapiantato, crescere storto, o soffocare.
«Le persone fanno le cose, le cose fanno le persone»: questa la considerazione che, più volte, torna nella storia. Quanto al linguaggio narrativo, l’autrice ne tenta la trasfigurazione mediante procedure di condensazione imagista, frammentazione sintattica, ripresa fonetica, ripetizione e variazione, parallelismo, chiasmo.
Non racconta per scene ma procede per nuclei percettivi, per forme che si fanno e si disfano in presenza, impossibili a tracciarsi linearmente perché una forma lineare, di sé in primo luogo, semplicemente non esiste.
Dunque, nell’interpretare il tema modernista di una temporalità discontinua, iterativa, sovrapposta, H.D. scrive una storia in cui ogni gesto, ogni dialogo, ogni evento, ogni pensiero non accade una volta e poi mai più: subito carpito dalla percezione prima e dalla memoria poi, diventa proiezione e in quanto tale viene agito per essere immediatamente interrotto, ibridato con ciò che la protagonista pensa, ricorda, teme o desidera; e successivamente riavviato, secondo una precisa tecnica di “montaggio” fatta di salti, raccordi ed echi che fa pensare, in maniera piuttosto puntuale, a quello che sarà il jump cut cinematografico.
Non che H.D. scriva “come al cinema”; ma come accade in certi film – l’esempio più classico è “Fino all’ultimo respiro” (1960) di Godard – il romanzo è costruito su tagli di montaggio che rompono la continuità attesa di una scena o di un’azione, generando una grammatica della discontinuità ritagliata in maniera millimetrica sulla protagonista.
Tramite interruzioni, transizioni, ellissi, collisioni fra segmenti non raccordati e ritorni differenziali, questa grammatica ci restituisce una geometria viva, fra l’inceppo e la circolarità, fra la sincope e l’intensificazione della simultaneità, in un overlap non meno che strutturale fra azione, parola e pensiero.
H.D. non conosce transizioni morbide, fluidità, solo l’urto fra momenti narrativi e formule percettive e cognitive che riemergono a più riprese, sempre uguali e sempre diverse. In una stessa inquadratura narrativa, Hermione compare in quanto figlia fallita, corpo desiderante, oggetto dello sguardo altrui, artista non ancora nata, figura impersonale, pronome senza volto, cambiando statuto identitario all’improvviso, una volta dopo l’altra.
Il tempo non contiene le nostre azioni, sembra suggerire H.D., è piuttosto la materia, fatta di arresti, ritorni, tagli, sovrapposizioni, in cui la soggettività si disgrega, si ripete, si smonta e si rimonta, si cerca senza trovarsi. E la geometria, l’antica nemica dei tempi della scuola, torna nelle linee, nei cerchi, nelle figure concentriche di una coscienza che attraverso queste operazioni poetiche tenta di riconoscere la sua fisionomia.
(il manifesto, 7 giugno 2026)

