di Simonetta Sciandivasci
A un certo punto della lunga, stupenda, massacrante conversazione che Carla Lonzi e Pietro Consagra hanno per sottoporre la loro relazione alla prova dell’autocoscienza, lui le dice: «Sento che dal femminismo ho guadagnato. Come uomo, ho avuto la sensazione che quello che ci guadagna dal femminismo è più l’uomo che la donna». Lei gli dà ragione, e aggiunge però che quel guadagno rafforza solo in parte gli uomini: «Quando il padrone è stato cosciente del suo profitto, si è indebolito: ha dovuto cominciare a trattare con chi era cosciente di dargli un profitto». È il 1980, Lonzi è la più importante teorica del femminismo radicale italiano e morirà due anni dopo, cinquantunenne, anche se ancora non lo sa; Consagra è uno scultore di fama, stanno insieme da sedici anni e decidono di mettersi alla prova: si chiudono in una stanza, con un registratore acceso, e discutono per quattro giorni dell’incomprensione di fondo, insanabile, che mina la loro relazione e il loro dialogo, e che trova ragione nel fatto che lei è una donna e lui un uomo. Lui non è in grado di riconoscerla davvero, anche se la ama e le sta accanto. Il loro legame è inevitabilmente impari: non è uno accanto all’altra che potranno battersi per il femminismo. Vai pure, il libro che è la trascrizione di quelle conversazioni, è stato da poco ripubblicato da La Tartaruga e non è invecchiato neanche di un giorno.
Consagra aveva ragione: del femminismo beneficiano innanzitutto gli uomini, essendo vittime di patriarcato quanto le donne. Ed è vero persino ora, mentre il femminismo e le sue pluralità sembrano non certo sconfitte, ma avversate, in linea con il momento di rigetto di tutti i traguardi progressisti degli ultimi anni, e con la contrazione dei diritti e delle diversità.
È difficile prevedere se siamo alla vigilia di uno dei molti inabissamenti di cui è piena la storia dell’affermazione della differenza delle donne: i segnali che arrivano dalla società civile sono diversi, spesso contraddittori, la rivalutazione della vita familiare tradizionale, l’ossessione procreativa di tutti i governi occidentali, la limitazione dei diritti riproduttivi, le difficoltà di conciliazione di vita e lavoro convivono con una diffusione della coscienza di genere e del problema della violenza patriarcale, così come con assetti relazionali sempre meno iniqui.
I medesimi opposti stanno in piedi tanto nel piano privato quanto in quello pubblico, tanto in quello politico quanto in quello culturale. A beneficiare del femminismo, in ambito culturale e specificamente letterario, sembrano essere ultimamente e sempre di più gli scrittori. Si tratta di una predazione, di una appropriazione culturale?
Una quasi certezza è che il femminismo ha migliorato gli uomini (non tutti) e ha migliorato gli scrittori (non tutti) ma resta da capire se questo cambiamento finito bene, visto il modo in cui è avvenuto, ha incluso o meno le donne, se è avvenuto o sta avvenendo, per surreale e paradossale che possa sembrare, a loro discapito.
Esistono due macrocategorie: scrittori che registrano il cambio di sguardo sulla virilità che le battaglie femministe hanno non solo richiesto e talvolta imposto, ma pure elaborato, e quindi cambiano il racconto del maschile (e per utopistico che possa sembrare, quello che cambia e succede nei libri, prima o poi cambia e succede nel mondo); scrittori che si fanno testimoni della battaglia femminista.
Quando Andrea Bajani ha vinto il premio Strega e ha detto «Anche gli uomini devono combattere il patriarcato», oltre al plauso c’è stato il biasimo: è parsa una dichiarazione facilona, opportunista, in fondo figlia di un momento in cui, come che vada il mondo, dirsi accanto alle donne, oltre che qualificante, è redditizio. La letteratura non è mai stata meno immune alle meccaniche produttive capitalistiche, pertanto non ha anticorpi per non ammalarsi della brandizzazione del femminismo. Non che non esistano scrittrici che hanno, più di una volta, piegato il femminismo a fini commerciali.
Se ci sono i maschi performativi, cioè quelli di buone letture, buoni consigli, ottime credenziali etiche, ma biechi intenti, esistono anche gli scrittori e gli intellettuali performativi, e ne dà una descrizione esilarante Tony Tulathimutte in Rifiuto (e/o, traduzione di Vincenzo Latronico) e questo è un esempio glorioso di come la propagazione femminista abbia vivificato il dibattito intellettuale: quando il teatro e la letteratura ne fanno una buona parodia, una emancipazione è il più delle volte vicina a compiersi.
C’è stato e c’è molto entusiasmo per Nella carne di David Szalay, che ha vinto il Booker Prize del 2025 (lo abbiamo scritto già su questo giornale, tra i bilanci dell’anno appena passato: tutti i grandi premi letterari, nazionali e non, l’anno appena passato sono andati a uomini, che hanno fatto rubamazzo, e chi lo sa quanto sono consapevoli che parte del merito è anche del femminismo, lo stesso femminismo che è, insieme, lotta contro di loro e lotta per loro).
Szalay racconta le alterne fortune di un ungherese che gira per l’Europa: lo vediamo uccidere il marito della sua amante quando è adolescente, finire in riformatorio, fare il soldato in Iraq, drogarsi, perdersi, salvare la vita a un uomo, fare l’autista di un ricco affarista e diventare l’amante di sua moglie. Lo vediamo cercare se stesso. Lo vediamo soffrire dei casi della vita e della condizione maschile. Lo vediamo rispondere a monosillabi, essere impenetrabile per annichilimento da “sacrificabilità maschile”, concetto caro ai movimenti della manosfera, lo vediamo, grazie all’abilità dello scrittore ma pure allo sguardo e alle contezze che il femminismo ci ha dato in questi anni, essere vittima di ruoli, stereotipi, sovrastrutture. Lo vediamo reagire o per rabbia o per rassegnazione: raramente, forse mai, per amore di sé e della vita. Qualcuno ha calcolato che István, questo il nome del protagonista, dice «ok», in tutto il romanzo, cinquecento volte. E tutte le volte è sia asservito che assertivo: più che di un romanzo sulla mascolinità tossica, come è stato scritto diffusamente, sembra che Nella carne sia un romanzo sul cambiamento ambiguo e bifronte della mascolinità, il suo soggiacere e il suo ribellarsi. Tuttavia, in queste quattocento pagine non tutte magnifiche, non c’è molto di più, sull’intimità maschile, di quello che Martin Amis, ne L’informazione, uno dei più grandiosi libri sui maschi e sull’amicizia (era il 1995), ha scritto in tre righe di incipit: «Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono niente. Non è niente. Solo un sogno triste». Quello che avrebbe potuto esserci, di più, e non c’è, in Nella carne, sono le donne: la relazione con loro, il tentativo di dialogo e l’esplorazione delle sue possibilità, lo stesso che fece Carla Lonzi in Vai Pure. E questo è il limite di quasi tutti i libri sul maschile usciti negli ultimi anni, tranne forse La voce del padrone (add) di Francesco Pacifico, spassoso reportage di un uomo dalla sua vita privata condivisa con una compagna femminista. La tanto dichiarata crisi della virilità, quindi, per ora, ha portato a un racconto nuovo del maschile, ma non della relazione del maschile con il femminile. Per ora, il femminismo giova agli scrittori perché dà loro argomenti certi, bandelle accattivanti, ispirazioni, in fondo facili, per romanzi affollati da uomini che compiono interessanti liberazioni solitarie, che resistono, che si ricompongono, che si sgretolano, ma che lo fanno per sé.
(La Stampa, 9 gennaio 2026)

