24 Febbraio 2026
il manifesto

La lingua del cuore, e dell’esilio

di Widad Tamimi


Il richiamo del muezzin, il tè offerto nel suq, l’italiano «storto» di un padre arabo. E il linguaggio materno che ha saputo unire tante storie: l’ebraismo, la Palestina e la ribellione. Un’anticipazione del nuovo libro di Widad Tamimi. Un estratto del capitolo «La lingua del cuore» tratto dal libro Dal fiume al mare. Storia della mia famiglia divisa tra due popoli. Il memoir, che intreccia memoria familiare e riflessione civile di un’autrice con uno sguardo unico – figlia di un profugo palestinese e di una donna di origini ebree – esce per Feltrinelli (176 pagine, 16 euro)


Esiste, per me, una lingua che non è né quella materna né quella imparata sui banchi di scuola. Non la parlo bene, ne colgo solo frammenti, eppure mi abita da sempre – come una musica in sottofondo che riconosci anche dopo anni di silenzio. Basta una sillaba, un accento, e qualcosa dentro di me si muove. A volte ho persino l’impressione di capirla interamente, come si comprendono i sogni: non per logica, ma per intimità. Mi emoziona ascoltarla nei dialoghi tra sconosciuti in metropolitana. Mi intenerisce e mi irrita insieme, perché in quei suoni ritrovo affetti, scatti, piccole ferite dell’infanzia. E ogni volta che, in una città mediorientale, il muezzin chiama alla preghiera, il mio corpo reagisce come se ne abbia coscienza: le mani al petto, il respiro che cambia.

Le voci sussurrate nelle moschee scorrono sui tappeti, mi riportano ogni volta alle albe di Amman: mia nonna che pregava accanto a me, il mormorio che cercavo di imitare, il suo dito che ticchettava sulla coscia per darmi il ritmo. Non capivo tutto di quella casa, ma la sentivo mia.

Chi cresce tra mondi diversi vive così: non appartiene del tutto a nessuno, e forse proprio per questo sa riconoscere la sua casa nei dettagli più piccoli. Basta un gesto, un odore, un’intuizione – ed ecco che il corpo si rilassa, ritrova un luogo amato. Succede, ad esempio, quando in un suq mi offrono uno sgabello e chiamano un ragazzino perché porti il tè. Le poche parole che parlo di arabo, il racconto delle origini di mio padre, il mio cognome aprono una porta. È una casa non del tutto mia, ma che mi appartiene abbastanza da invitarmi a sedere.

E allora parlo: non per comprare, ma per entrare nella danza delle trattative, che nel Levante è un modo per conoscersi. L’arabo è una lingua che non tollera distanza: provoca, sollecita, pretende relazione. Il prezzo al mercato è solo un pretesto: ci si misura, ci si racconta. È questo che amo: lo sguardo complice del venditore quando capisce che posso seguirlo nel gioco. Si ferma, scosta i vestiti appesi e finalmente mi guarda.

Poi ci sono i gesti: le dita che si chiudono per chiedere pazienza, il “no” schioccato sulla lingua, le sopracciglia che si sollevano, il numero tre fatto con indice, medio e anulare. È un linguaggio nel linguaggio, una coreografia quotidiana.

Papà parlava arabo con gli amici e con la famiglia lontana. Con me era la lingua delle coccole ma anche quella dei rimproveri. Ancora oggi ricordo sia imprecazioni che filastrocche. La mia prima parola fu “mampa”: né arabo né italiano, ma perfetta per chiamare chi, per me e mia sorella, sarebbe stato insieme un padre e una madre. […] In Italia non avevamo altri familiari, a parte il padre di nostra madre, che però iniziai a frequentare con regolarità solo una volta andato in pensione. Gli facevo compagnia dopo che perse la vista, spesso accompagnavo lui e la sua seconda moglie a fare dei controlli in ospedale, o andavamo per lunghi periodi in montagna, quando la nonna Marina si recava in visita per otto settimane in Brasile, dalla figlia. Durante le passeggiate, che si ostinava a fare pur non vedendo, mi raccontava di Trieste, dell’America, della famiglia.

Ho ricostruito la mia storia a partire da due uomini molto diversi, sebbene uniti da un destino sorprendentemente simile. Uno era nato poverissimo, l’altro ricco; uno aveva lavorato da bambino, l’altro studiato con precettori; uno impulsivo, l’altro metodico; uno espansivo, l’altro schivo. Eppure entrambi avevano perso il proprio paese senza trovarne un altro, entrambi vivevano sospesi tra nostalgia e sopravvivenza.

Gli esodi fanno così: ti strappano la rete dei legami, lasciano sedie vuote attorno alla tavola. Mio padre e mio nonno erano in Italia due uomini soli – uno essendo l’unico a essersene andato, l’altro perché era l’unico a essere tornato – e si ritrovarono legati da un rapporto improbabile: suocero e genero uniti dai frammenti di due esili e due popoli destinati a fare i conti con le tragedie e le contraddizioni della Storia in uno stesso fazzoletto di terra. Mia madre era il loro punto di contatto, ma anche causa di profonde inquietudini per entrambi.

Lei era fonte di grandi subbugli, frutto di ribellione intellettuale ed esistenziale, certamente in linea con le istanze sessantottine, ma anche con intuizioni che si sarebbero rivelate lungimiranti; era una che i sommovimenti del Sessantotto non li avrebbe mai sostituiti col ripiegamento borghese. Questo le costò una rottura drammatica con il padre, origine di molteplici sofferenze e di un ingravescente male di vivere che l’avrebbe portata all’annullamento di sé. Era intransigente con se stessa, severa col mondo, senza compromessi, un’estremista di buoni princìpi. Nei dibattiti contro l’espropriazione indebita di terra da parte di Israele a danno dei palestinesi si dichiarava ebrea per non esimersi dalle responsabilità. […]

La parte dominante della mia famiglia materna, ma certamente non la più dotata di quella leggerezza intesa come una qualità positiva dello spirito, è stata senza dubbio quella ebraica. I Weiss-Schmitz erano imperiosi, elitari, vantavano una cultura solida che affascinava, si muovevano in società come ballerini della Scala. L’amore per la conoscenza si era fortemente inscritto nei geni di mia madre tanto da costituirne un carattere saliente.

I suoi nonni, i miei bisnonni Ottocaro Weiss e Ortensia Schmitz, l’adoravano per questo, per quel suo piglio deciso, la curiosità insaziabile, l’amore per lo studio del tutto disinteressato al voto scolastico, la capacità di parlare le lingue, l’intransigenza verso il mondo e un’etica incrollabile. Era una di loro, non un pizzico meno ebrea nonostante le diverse origini della propria madre, alla cui genetica poco era concesso se non la bontà e la naturale amabilità, tratti caratteristici di mia nonna Ginni. Quando mia madre morì tragicamente, a comunicarlo alla bisnonna Ortensia, nella sua villa di Riverdale a New York, furono lo zio Piero, fratello di mio nonno, insieme a suo figlio Antonio. Aveva superato i novanta, viveva su una sedia a rotelle, da cui si lasciò cadere a terra urlando dalla disperazione. […]

Da mia madre credo di aver in parte ereditato questo compito spesso ingrato. Nascere da una famiglia ebraica da un lato e palestinese dall’altro, e portare il nome Widad – “amore”, in arabo antico – ha segnato la mia vita più di qualunque scelta. Ogni volta che qualcuno me ne ha chiesto il significato, fin da bambina ho sentito un richiamo: verso le mie radici, le mie ferite, i miei due popoli, e verso l’intenzione dei miei genitori nello sceglierlo.

Porto un nome che ogni giorno mi ricorda da dove vengo e a quale storia – a quali due storie – appartengo. L’amore d’altro canto, per quanto suoni il sentimento più desiderabile, non è una scelta scontata: non lo è ogni giorno, e non lo è in ogni stagione della Storia. […]


(il manifesto, 24 febbraio 2026)

Print Friendly, PDF & Email